La Lombardia si intossica, ma questo non è un problema

Questa mattina a Milano il vento deve essere cambiato, e la città è stata invasa, da nord a sud, da un forte odore di bruciato. Ci è voluto poco per collegare questo fenomeno all’incendio che domenica scorsa, 15 ottobre, intorno alle 20.30 ha investito un capannone di proprietà della Ibp srl, che si occupa di stoccaggio e smaltimento di rifiuti e che è risultato pieno di materiali di scarto illecitamente accumulati.
Rifiuti che, a detta del vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo, a luglio non erano presenti in loco e che dunque, lì, non ci dovevano essere. L’azienda aveva inoltre ricevuto in agosto un diniego alle autorizzazioni necessarie a lavorare da parte della competente Città metropolitana, a causa di irregolarità nelle garanzie legalmente necessarie per coprire un eventuale danno ambientale.
Cinque ore dopo, un altro incendio si è sviluppato a pochi chilometri di distanza a Novate Milanese, nei capannoni di una ditta che si occupa anch’essa di smaltimento, in particolare di carta da macero.
Come siano dunque giunti nel capannone di via Chiasserini 21 quei 16mila metri cubi di rifiuti che gli abitanti della Bovisasca, ma anche buona parte dei milanesi, stanno ora respirando non è ancora dato saperlo. 
Quello che sappiamo è invece che una settimana fa a Pavia sono state emesse sei ordinanze di custodia cautelare per smaltimento illecito dei rifiuti bruciati in un capannone di Corteolona (PV) il 3 gennaio scorso.

Sappiamo anche che di capannoni andati a fuoco ce ne sono stati molti altri già a partire dal 2017, anno in cui secondo i Vigili del Fuoco nei vari epicentri della cosiddetta nuova “Terra dei Fuochi”, vale a dire nel pavese e nel milanese, gli incendi dolosi erano già aumentati del 49%. Tra i vari, ricordiamo quello dell’impianto per lo smaltimento di rifiuti di Mortara (PV) divampato lo scorso 22 giugno, poche ore prima che i tecnici di Arpa eseguissero un controllo programmato. Notare che i capannoni erano stati sigillati dalla magistratura dopo il maxi rogo di rifiuti del 6 settembre 2017, quando le fiamme si erano protratte per oltre una settimana mettendo a rischio l’intera parte sud della provincia di Pavia e del basso Piemonte.

Per provare a dare un senso a quello che sta accadendo, vale la pena ampliare un po’ il raggio di analisi e ricordare che, a partire da gennaio 2018, la Cina ha bloccato le importazioni di 24 tipologie di rifiuti riciclabili dai Paesi industrializzati, tra i quali plastica riciclabile, residui tessili e carta straccia di qualità inferiore, materiali spesso contaminati da pietre, ferro e altri metalli. Si tratta di una campagna contro la yang laji, la spazzatura straniera proveniente principalmente da Stati Uniti ed Europa, un mercato stimato nel 2016 in 17 miliardi di dollari (a cui si aggiungono altri 4,6 miliardi nella sola Hong Kong). I dati dell’Onu, così come riportati in un articolo del 13 gennaio de “Il Sole 24 Ore”, indicano che nel 2016 i produttori cinesi e di Hong Kong hanno importato dai Paesi industrializzati 7,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, pari al 70% dei rifiuti di questa tipologia raccolti e selezionati.
Rimanendo in Europa, scopriamo anche che l’Italia è tra i recuperatori e riciclatori più forti d’Europa: per esempio il 71% del vetro e l’83% della plastica immessi nel ciclo del consumo fanno ritorno poi al riciclo (fonte: «L’Italia del riciclo» 2017 citata da “Il Sole 24 Ore”). Ovviamente, come ci saremmo aspettati, anche i tedeschi sono raccoglitori di rifiuti riciclabili molto rigorosi, ma sfortunatamente non sono dotati di strutture sufficientemente efficaci in termini di quantità e qualità per lo smaltimento, e così la Germania spedisce in giro per l’UE, ma in particolar modo in Italia, tutto ciò che gli inceneritori tedeschi non riescono a eliminare. Ça va sans dire, accompagnando con incentivi economici importanti ogni tonnellata di plastica usata e di carta straccia inviata altrove.

Nel nostro Paese dunque, chiuse le esportazioni e aumentato di conseguenza il flusso proveniente dalla Germania, i pochi inceneritori presenti lavorano a tutto spiano, ma faticano a stare dietro al ritmo costante di entrata del materiale di scarto e per sostenere l’attività impongono tariffe sempre più alte, che superano i 140 euro a tonnellata. Ricordiamo peraltro anche che gli italiani pagano un contributo Conai che sostiene la raccolta differenziata e il riciclo, in rapporto alla riciclabilità del materiale.

In questo contesto, è chiaro che il terreno diventa particolarmente fertile per organizzazioni criminali che offrono “servizi” di smaltimento rifiuti a prezzi e modalità di favore. Ed è anche chiaro che i capannoni abbandonati dopo la chiusura delle aziende che vi operavano, che sono cospicuamente presenti nelle periferie lombarde, rappresentano il luogo ideale per svolgere questo genere di attività. Capannoni che oltretutto, una volta dati alle fiamme come sta avvenendo, diventano carcasse assai difficilmente smaltibili, inconvertibili e, nei peggiori dei casi, tossiche a livello ambientale.

Nel quadro appena dipinto ci appare quindi quasi ironico, se non fosse un’azione che sta tentando di distruggere una delle esperienze di autogestione più significative presenti sul territorio italiano ed europeo, che le inchieste sullo smaltimento illecito vadano a ricadere su una cooperativa come Ri-Malflow, che ha alla base stessa della sua esistenza l’idea di riconversione ecologica di una fabbrica attraverso la lavorazione di prodotti di scarto, alcuni dei quali peraltro difficilmente smaltibili come nel caso del materiale elettrico.

E ancora, mentre il Segretario della Lega Lombarda e deputato della Lega Paolo Grimoldi non riesce a dire altro se non che “A prescindere dalle cause di questi ultimi due incendi, è sotto gli occhi di tutti che in Lombardia da mesi continuano a bruciare depositi di rifiuti, legali o illegali, situati tra l’area metropolitana di Milano e la provincia di Pavia” (sic!), noi ci chiediamo cosa ne pensi il nostro Ministro degli Interni, che sembrerebbe però troppo occupato ad assicurare l’italianità dell’Italia accanendosi sul sindaco e sugli abitanti stranieri di Riace, mentre l’aria della sua amata Milano oggi ricorda quella dei quartieri più poveri della Vecchia Nuova Delhi.

S_M

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