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Cuba alla ricerca di un modo per vivere e non solo sopravvivere

Redazione_Mim

Mondo

Se si poteva pensare che a Cuba scorresse gioia per la sconfitta di Trump alle midterm, la realtà è diversa. Certo, la battuta d’arresto del «loco», come viene spesso chiamato sull’isola, non lascia indifferenti, ma non basta a tirare un respiro di sollievo. Gli ultimi mesi di bloqueo, sempre più feroce, si sentono nelle case, nelle strade, nei negozi. Le minacce statunitensi di sanzioni secondarie contro chi commercia con Cuba hanno contribuito a fermare le forniture di petrolio. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha denunciato un «cerco energetico» che internazionalizza il bloqueo, colpendo anche chi prova a mantenere rapporti economici con l’isola. Washington non si limita a impedire i propri commerci con Cuba: minaccia conseguenze anche per quelli degli altri.

La benzina è poca, spesso di pessima qualità. Si racconta che venga tagliata con l’acqua e che per questo alcuni mezzi procedano a fatica. È una voce che circola, non una spiegazione tecnica verificata, ma racconta bene la sfiducia e l’incertezza. «Ai privati la benzina arriva, allo Stato no», ripetono in molti. Una contraddizione che ha anche una base concreta: mentre Washington ostacola le forniture destinate al sistema statale, alcune importazioni di carburante per il settore privato sono state autorizzate. A fine marzo è arrivata dalla Russia la petroliera Anatoly Kolodkin, con circa 700mila barili di greggio, una quantità importante ma insufficiente a risolvere la crisi. In giugno Díaz-Canel denunciava che nei primi cinque mesi dell’anno era arrivata una sola nave delle quaranta necessarie.

E come la benzina, tutto è un po’ così. Se hai soldi, a Cuba trovi quasi tutto. Prodotti importati dall’Italia e dalla Spagna, Coca-Cola, Red Bull, alimenti e merci che fino a qualche anno fa sembravano impossibili da incontrare sugli scaffali dell’isola. I prezzi sono spesso europei, quindi irraggiungibili per chi vive di uno stipendio statale. Ma c’è chi i soldi li ha: chi ha aperto una casa particular, un ristorante, un’attività commerciale, chi importa prodotti o riceve rimesse dall’estero. E più i negozi statali e la libreta, il sistema di distribuzione di alimenti di prima necessità a prezzi sovvenzionati attraverso una tessera di razionamento, entrano in crisi, più i negozi privati diventano indispensabili. Chi può compra, chi non può aspetta. E chi controlla le merci può accumulare ricchezza.

Il denaro divide sempre più nettamente le possibilità di vivere sull’isola. In questi giorni, al cambio informale, un euro arriva anche a mille pesos cubani, un dollaro supera i novecento. Valori che oscillano rapidamente e che, nei racconti raccolti, sono cresciuti di circa il dieci per cento in una settimana. Per chi riceve euro o dollari dall’estero Cuba può essere relativamente economica, per chi viene pagato in pesos è un’altra storia. Una cena al ristorante può costare quanto una parte consistente dello stipendio mensile di un lavoratore statale. Non è soltanto una crisi di approvvigionamenti, è una trasformazione sociale che sta cambiando i rapporti tra le persone.

Poi c’è la corrente. Va e viene, ma non per tutti allo stesso modo. Ci sono quartieri dell’Avana dove praticamente non manca mai, mentre in altre zone della capitale e dell’isola i blackout possono durare anche venti ore al giorno. Senza elettricità non funzionano i frigoriferi, manca l’acqua quando le pompe si fermano, cucinare diventa complicato, lavorare quasi impossibile. Il sistema energetico cubano dipende ancora largamente dai combustibili fossili e da centrali vecchie, spesso guaste. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso, come riportato da Granma, che il sistema elettrico nazionale attraversa una situazione di pressione estrema.

Intanto lo Stato cerca soluzioni. I pannelli solari, installati attraverso investimenti pubblici e progetti di solidarietà internazionale, permettono a scuole, policlinici e altre strutture di continuare alcune attività. Ma anche qui emergono contraddizioni: una rete elettrica vecchia, con scarse capacità di accumulo e regolazione, fatica a integrare la nuova produzione fotovoltaica. Non è semplicemente il troppo sole a provocare i blackout, quanto l’incapacità del sistema di gestire produzione, domanda e oscillazioni della rete. Cuba cerca di uscire dalla dipendenza dal petrolio, ma per farlo ha bisogno di investimenti, tecnologie e componenti che il bloqueo rende più difficili da ottenere.

«La realtà ci impone cambiamenti urgenti e necessari», ha dichiarato Díaz-Canel nel giugno scorso. E ancora: «Il nostro popolo non resiste semplicemente sopportando, resiste e crea, è capace di innovare». Il presidente parla di «resistenza creativa», della necessità di produrre localmente, riorganizzare servizi e trovare risposte senza aspettare la fine delle sanzioni. Ma tra le persone incontrate non sempre queste parole sembrano sufficienti. La capacità di resistere resta, mentre la fiducia nella possibilità di cambiare rapidamente le cose appare molto più fragile.

Succede tutto questo a pochi giorni dal decimo anniversario della morte di Fidel Castro, il 25 novembre. Il Comandante resta una figura quasi mitologica. C’è chi lo piange, chi lo ricorda con nostalgia, chi ne racconta gli errori. È difficile incontrare qualcuno che lo liquidi con indifferenza. Fidel è Fidel, anche per chi critica alcune sue decisioni: l’uomo che ha attraversato crisi, aggressioni, difficoltà economiche e momenti nei quali sembrava impossibile trovare una via d’uscita. Il confronto con il presente è inevitabile. Nonostante gli sforzi dell’attuale governo, molti non riconoscono in Díaz-Canel lo stesso coraggio politico, la stessa capacità di inventare soluzioni.

Nel maggio scorso anche l’Unione degli scrittori e degli artisti cubani aveva preso posizione contro le minacce statunitensi: «Vogliamo, abbiamo bisogno della pace. La nostra economia non si alimenta della produzione di armi. Sappiamo dialogare nel rispetto, non evitiamo il dibattito, ma non negoziamo l’indipendenza». Parole che raccontano una società nella quale la difesa della sovranità continua a essere centrale, anche quando cresce la critica verso chi governa.

La certezza è che a Cuba la vita continua. La resistenza anche. Ma su molti volti i sorrisi sembrano essersi spenti. Mentre qualcuno conta i pesos per comprare da mangiare, altri affollano i ristoranti che un tempo vivevano soprattutto di turismo. Una certezza c’è: se le persone tornassero a fare turismo a Cuba l’economia dell’isola potrebbe avere una certa dose d’ossigeno e così la politica locale attivare azioni concrete. La paura del bloqueo, le voci sull’assenza di cibo, acqua e corrente, hanno demolito la prima industria di Cuba. Ma è facile pensare che queste voci si sposino al bloqueo e alla volonta USA di stritolare economicamente Cuba. Qui turismo si può fare anche oggi, certo avendo una dose di comprensione e adattabilità. Venire a Cuba oggi è azione politica necessaria che in un colpo solo aiuterebbe la popolazione locale e dall’altra aggirerrebbe le forme secondarie di bloqueo. Nelle strade circolano automobili che faticano a trovare benzina, mentre dietro le vetrine dei negozi privati si accumulano prodotti importati. Non è la Cuba senza contraddizioni che qualcuno vorrebbe raccontare, né quella piegata e sconfitta che Washington sogna da decenni. È un’isola dove il bloqueo colpisce tutti, ma non tutti hanno gli stessi mezzi per sopravvivere. E dove, dieci anni dopo Fidel, resistere continua a essere necessario, mentre diventa sempre più urgente capire come vivere, e non soltanto sopravvivere.

Andrea, Beatrice, Gianfry, Marco (Progetto Cuba Oggi)

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