A Glasgow una marea verde di giovani in difesa del clima

Nel giorno della «congiura delle polveri» di Guy Fawkes, Glasgow viene gioiosamente invasa dai Fridays For Future di tutto il mondo. Ma non solo, tantissimi gli attivisti singoli o in rappresentanza di realtà di tutto il Regno Unito che si sono dati appuntamento a metà mattinata di ieri nello splendido scenario di Kelvingrove Park e che in 25mila hanno marciato fino alla centralissima George Square.

Alla testa del corteo tante donne e ragazze provenienti dal Sud del mondo e alcuni esponenti delle comunità indigene dell’Amazzonia. Una scelta significativa, quella di dare spazio a coloro le cui voci vengono sistematicamente ignorate e che invece in occasione della Cop26 di Glasgow hanno l’opportunità di ricordare al mondo quali sono gli effetti della crisi climatica e più in generale del modello estrattivista sulla loro pelle.

Purtroppo non di rado l’attivismo si paga con la vita, come è accaduto a Samir Flores, giovane messicano ucciso nel 2019 per il solo torto di essersi opposto alla mega opera infrastrutturale Proyecto Integral Morelos (in cui è coinvolta anche l’italiana Bonatti).
Una sorte tragica come quella di Samir, ricorda Sofia Gutierrez alla fine della marcia, lo scorso anno in Colombia è toccata a ben 65 difensori dell’ambiente e delle comunità, che hanno pagato con la vita il loro impegno. Proprio il presidente colombiano Iván Duque è tra i più attivi alla Cop26, dove invece non si è presentato il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro, il più bersagliato di cori durante la manifestazione. Bolsonaro è additato come responsabile di un vero e proprio genocidio sia dei nativi dell’Amazzonia, dove la deforestazione prosegue senza sosta a tutto vantaggio delle imprese private, che del resto del suo popolo, a causa della gestione fallimentare della pandemia.

Non è troppo popolare nemmeno Boris Johnson, in questi giorni in versione «di lotta e di governo» per dare l’impressione di essere un «paladino» del clima. Ieri, tramite il suo portavoce ha fatto sapere di comprendere «il forte sentimento dei giovani sul cambiamento climatico», tuttavia «saltare le lezioni è estremamente dannoso in un tempo in cui la pandemia da Covid ha già avuto un enorme impatto sul loro apprendimento».

Un appello che cade nel vuoto, almeno a Glasgow, dove alla marcia sono tantissimi i ragazzi e i bambini arrivati con le loro famiglie, quasi tutti con il loro pezzo di cartone a mo’ di cartello con su scritti slogan rigorosamente con il pennarello (da «Cop is a fantasy» a «no more blah blah blah», per riecheggiare le parole di Greta sulla vuota retorica dei governi del Pianeta). A estremo insulto per il povero Johnson va detto che per strada ci sono intere classi di bimbetti delle scuole elementari, come quelli della Anderton Primary School, che gridano insieme alle loro maestre «stop climate change». Qualche giovane scozzese, poi, sventola la bandiere con la croce di Sant’Andrea, un chiaro richiamo alle istanze indipendentiste che tra dopo la Brexit da queste parti hanno ripreso forte trazione.

Non manca la delegazione dei Fridays For Future italiani, arrivati a Glasgow rigorosamente in treno. «Ci siamo fatti 15 ore di treno da Torino perché siamo convinti che questa Cop sia l’ultima occasione per invertire la rotta e fermare la crisi climatica», spiega Luca Sardo. «Dobbiamo diminuire le nostre emissioni del 7% ogni anno per restare sotto gli 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale. Se rimandiamo ogni decisione all’anno prossimo, probabilmente sarà troppo tardi» ammonisce.

Ma sul fronte degli attivisti già serpeggia la convinzione che quella di Glasgow sia l’ennesima occasione persa. Anche alcuni risultati apparentemente positivi lasciano un retrogusto di fiele. Per esempio Marta dei Fridays For Future polacchi non crede che il governo di Varsavia abbia realmente intenzione di smettere di usare il carbone, come promesso nella giornata di giovedì. «Hanno già dichiarato che, non essendo un Paese sviluppato, possono aspettare fino al 2040 per dire addio al carbone. Noi non possiamo attendere tutto questo tempo!».

Ancora più esplicita l’ugandese Vanessa Nakate che, rivolgendosi ai nostri governanti, si chiede «quanti altri di questi eventi si dovranno tenere finché non si renderanno conto che la loro inazione sta distruggendo il Pianeta?». Nakate ha sottolineato che «storicamente, l’Africa è responsabile solo del 3% delle emissioni globali e tuttavia gli africani stanno soffrendo alcuni degli impatti più brutali alimentati dalla crisi climatica».

Ribadisce il concetto Greta Thunberg, che durante il corteo è rimasta nelle «retrovie», evidentemente per lasciare la scena agli esponenti del Sud del mondo. Per la giovane attivista svedese la Cop26 è un fallimento totale, un mero esercizio di pubbliche relazioni, «perché non si può risolvere una crisi con gli stessi metodi che l’hanno causata. «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente», ha continuato, ribadendo ancora una volta di considerare la Cop26 il «festival del greenwashing». Insomma, serve un cambiamento di modello, del quale i grandi della terra non vogliono proprio sentire parlare.

L’autore fa parte di ReCommon

di Luca Manes

da il Manifesto del 6 novembre 2021

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