Da Insegnare a Trasgredire a The Beat of My Drum: l’autorevolezza della narrazione

Intersezione di donne tra genere, classe e provenienze.

Nel 1994 l’attivista, studiosa e scrittrice afroamericana resasi nota al mondo con il nome di bell hooks, ha pubblicato un libro da poco tradotto in italiano e oggetto di analisi dei movimenti femministi intersezionali in Italia.

“Insegnare a trasgredire: L’educazione come pratica della libertà” è il libro che ha dato l’occasione, l’opportunità e la base per vivere la bellissima esperienza che ha avuto inizio al Festival Diver-City durante l’iniziativa “the Beat of My drum”, svoltosi a Milano il 9 luglio allo Spazio Base.

Aprire il libro di bell hooks non significa solo iniziare a leggerlo, bensì ritrovare il mondo che abbiamo dentro e a cui non riusciamo a dare forma con le parole.

Con un linguaggio semplice e diretto l’autrice indaga – tramite le sue esperienze dirette e personali da studentessa prima e da insegnante e scrittrice femminista Nera poi – sulla potenza di un’aula scolastica e sul sistema che oggi priva professor_ e student_ della passione, del coinvolgimento e dal piacere di un apprendimento che dia vita a una coscienza critica.

Una coscienza che parte dall’analisi di sé, del proprio posizionamento nella scala del privilegio e, in un’ottica intersezionale – ben prima che questo termine fosse coniato e diffuso – che ragiona su ogni elemento o tratto di una persona considerando l’intreccio tra razza, classe e genere: solo così si potrà avere la capacità di comprendere fino in fondo i sistemi di oppressione e di dominio di classe che opprimono e silenziano le identità socialmente ed economicamente più vulnerabili, favorendo perpetuando quegli stessi sistemi.

La critica di bell hooks non si sofferma solo sulla società e sui luoghi di formazione: affronta anche il movimento femminista bianco americano, che storicamente ha escluso dalla propria lotta di liberazione di genere le donne razializzate considerando la lotta antirazzista come una questione differente e divisa dalla propria autodeterminazione.

E’ cosi che la scrittrice analizza le disuguaglianze sociali nell’aula scolastica così come all’interno dei movimenti femministi, e quando nel 2020 il suo testo è stato tradotto anche in Italia, è diventato subito materiale di analisi e discussione produttiva tra le cosiddette Nuove Generazioni in Italia.

Attraverso le onde tracciate da Insegnare a Trasgredire le ospiti invitate a Diver- city hanno insieme dipinto un affresco a più mani delle loro storie, mettendo in centro l’autorevolezza della narrazione come aiuto per comprendere la propria posizione nel mondo e nella lotta all’antirazzismo.

A comporre quest’opera d’arte sono state le riflessioni sull’identità: quando si scopre di essere straniere nel proprio paese, o di esserlo nel paese d’origine, l’essere donna, l’essere Nera, l’essere musulmana con o senza hijab e cosa comporta nelle proprie comunità d’appartenenza l’essere araba, l’essere una militante fuori o dentro le istituzioni.

Ma chi siamo lo scegliamo noi.

Dalle narrazioni di queste donne emerge il vissuto di chi fino ai 18 anni ha fatto le file davanti alla questura per il rinnovo del permesso di soggiorno nonostante sia nata sul territorio italiano, di chi viene scacciata dalla comunità di origine dei genitori perché non conforme alla tradizione o da chi viene in maniera dispregiativa chiamata prostituta perché nera. Tutte forme per mantenere lo status quo di una società divisa tra sfruttat_ e sfruttator_, con dinamiche di potere che dividono la lotta antirazzista da quella anticapitalista e contro il patriarcato, e che mirano a indebolire le rivendicazioni nate dall’intersezione di queste lotte.

E se non basta il patriarcato bianco a discriminare, ci si mette pure il femminismo occidentale con la supponenza di pensare che la strada per l’autodeterminazione sia una e una sola, con l’arroganza di pensare che le donne arabe, Nere, musulmane o di altre culture razzializzate, siano da salvare perché incapaci di auto-affermarsi e determinare in maniera consapevole e culturalmente diversa la propria vita e la propria battaglia.
Il femminismo bianco e liberale è causa di emarginazione e sottomissione, e va affrontato e sovvertito quanto le altre forme di pensiero discriminatorio.

Quale importanza ricopre il corpo nella discriminazione?

Moltissima.

Il colore della pelle, i vestiti che si indossano, hijab o no, documento di identità, condizione sociale e economica…
Parte tutto dal vedere questi corpi e soggetti come inferiori, non normati dai parametri capitalisti basati su una falsa libertà, quella del consumo.
Le società occidentali non sono libere per chi non si adatta a questi parametri.

Ma le donne che al Festival hanno intrecciato i loro percorsi di autodeterminazione all’evento promosso da diversi collettivi afrodiscendenti e femministi milanesi, sono donne che hanno il fuoco dentro.

Il dolore del corpo viene trasformato in prendersi cura di esso, così come la rabbia.

Una rabbia nata da tutti gli ostacoli che un paese razzista, sessista, abilista e classista come l’Italia genera è il motore che porta oggi queste donne a combattere, a non cedere alla vittimizzazione che liberali vari_ impongono sui loro corpi dopo averli discriminati.

È una rabbia che non è fine a sé stessa e che ha come obiettivo il cambiamento, il ribaltare lo status quo insieme a coloro dispost_ a diventare alleat_ e poi complici, pront_ a riconoscere la propria posizione di privilegio e fare un passo di lato, stare in ascolto dell’autorevolezza delle narrazioni finora soffocate perché considerate subalterne.

De Gener Azione

Gaza Freestyle Festival

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