Da Nena News: Gaza, un giovane si dà fuoco per disperazione

Gaza, 05 settembre 2012, Nena News – «Vado a cercarmi un lavoro». Ihab Abu Nada domenica scorsa aveva salutato così la madre uscendo di casa. Poi è sparito fino a quando radio e televisioni hanno riferito che un 21enne di Gaza si era dato fuoco perché disoccupato. Le ustioni, gravissime, non gli hanno dato scampo. Ihab si è spento domenica sera senza riprendere conoscenza, gettando nella disperazione il padre, Sufian, che sabato sera lo aveva esortato a trovare un lavoro, qualsiasi lavoro pur di portare qualche soldo a casa. «Siamo una famiglia povera, guadagno pochissimo e la vita costa sempre di più – spiega Sufian – mi sono ridotto a raccogliere la frutta e la verdura buttata via dai commercianti. Ihab era l’unico che poteva darci una mano». Troppa pressione su Ihab. Il giovane non ce l’ha fatta. Fragile di fronte ad una condizione insostenibile, si è tolto la vita imitando il gesto del giovane disoccupato tunisino Mohamed Bouazizi che ha innescato la rivolta contro il dittatore Ben Ali.

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 Il passo estremo fatto da Ihab Abu Nada ha squarciato il silenzio che regna sulla disperazione di tanti giovani di Gaza, tra le prime vittime delle conseguenze del blocco israeliano della Striscia e anche della spaccatura tra Fatah e Hamas, tra il governo di Ramallah e quello di Gaza.

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 Le cose non potranno che peggiorare. Gaza, chiusa nella morsa del blocco israeliano e della spaccatura tra Fatah e Hamas, sopravvive sempre di più con l’aiuto delle Nazioni Unite e di altre istituzioni internazionali.

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 Gaza, dice Robert Turner, direttore delle operazioni dell’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi), avrà bisogno entro il 2020 di 440 nuove scuole, altri 800 posti letto negli ospedali e di almeno altri mille medici. Una delle sfide principali sarà garantire acqua potabile ad oltre due milioni di palestinesi, poiché la domanda crescerà di almeno un 60 per cento nei prossimi anni. Le riserve idriche di Gaza non saranno più disponibili per il consumo umano tra appena quattro anni, avverte Jean Geobold dell’Unicef. Servono perciò subito 350 milioni di dollari per costruire un impianto di desalinizzazione ed investimenti massicci per il trattamento delle acque di scarico. Oggi solo un quarto delle acque nere di Gaza vengono trattate prima di finire in mare.

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Secondo l’Unicef il 26 per cento delle malattie in età pediatrica registrate nella Striscia sono il risultato del problema-acqua. «La fine del blocco (israeliano) e del conflitto – dice Jean Geobold – e l’apertura dei valichi, sono fondamentali per salvare Gaza e dare una speranza ai giovani».  (Michele Giorgio, Il Manifesto)

Articolo completo su: http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=33754&typeb=0&Ihab-una-torcia-umana-nell-inferno-di-Gaza

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