[DallaRete] 4 mesi di condanna a Marco per “pecorella”

 

quando-la-legge-e-davvero-uguale-per-tutti-ne-L-Eu56J8Questa mattina (ieri), poco dopo le 9, è arrivata la sentenza del processo contro Marco, accusato di oltraggio per aver chiamato pecorella un carabiniere: 4 mesi di carcere.

Non ci interessa in questo momento ragionare sulla sentenza. Ci interessa piuttosto sottolineare come questa sentenza e questo processo siano nati solo ed esclusivamente in seguito alla sovraesposizione che giornali e tv hanno dato alla frase di Marco.

In qualsiasi circostanza in cui polizia e carabinieri utilizzano la forza, un termine come “pecorelle” sarebbe considerato quasi gentile, ma non qui. Perché? Perché c’è stato un processo con l’accusa di oltraggio per una vicenda insignificante?

Perché sul filmato del Corriere è stato montato un putiferio mediatico che aveva lo scopo evidente di spostare l’attenzione dalla caduta di Luca. Ricordiamo i fatti. Il sabato 25 Febbraio 2012 una manifestazione con decine di migliaia di persone. Il lunedì, quasi a mostrare che della contrarietà popolare se ne infischiano allargano il cantiere. Luca per protesta si arrampica su un traliccio. Un rocciatore della polizia lo segue. Luca cade e resta attaccato alla vita con le unghie. Questa era una storia che smuoveva l’immaginario: un contadino che rischia la vita per difendere la sua terra. Occorreva qualcosa da contrapporre. E così viene montata la storia di pecorella, un dialogo innocuo, banale ma spinto e rilanciato in mille modi dai media, mandato in heavy rotation sulle televisioni, commentato in decine di articoli ed editoriali sulle prime pagine dei giornali. Fino a fare di Marco un mostro.

Il processo è stato la conseguenza di questo linciaggio mediatico.

E allora forse saranno soddisfatti oggi tutti quei giornalisti che su Marco hanno sputato inchiostro e fiele.

Sarà forse soddisfatto Paolo Griseri che su La Repubblica diceva:

Ma la barba va oltre, esagera. Pensa che in fondo dentro la maschera c’è lo stato non un uomo. Gioco pesante, è già successo. Ti aggredisco non per quel che sei ma per quel che rappresenti. Insultarne uno per insultarne cento.

O Mario Sechi che scriveva su Il Tempo:

Intorno alla crisi e al declino della fabbrica tradizionale, allo smantellamento della politica sono nate ideologie arroventate che sono alla ricerca ossessiva dell’incidente, del contatto fisico, della sassata, del fuoco, della barricata, del lancio dell’estintore sulla testa del militare. È una contestazione confusa nelle idee, ma ben organizzata nella devastazione. Cercano la morte come rabdomanti a caccia d’acqua, in un deserto mentale che abbiamo visto in tutta la sua follia nel filmato di quel giovane che in Val di Susa attorcigliava la lingua come un cane rabbioso, provocava il carabiniere e cercava di umiliarlo chiamandolo «pecorella». Il sangue freddo dimostrato da quel milite ci ha riconciliato con lo Stato, ma l’odio cieco di quello sconsiderato ci ha ricordato che l’Italia è ancora una fucina di mostri ideologici, di incubi e deliri scollegati dalla realtà e appesi al traliccio dell’alta tensione. Sono fulminati. E in nome della legge vanno fermati.

Così come probabilmente si riterrà soddisfatto Giangiacomo Schiavi che sul Corriere della Sera diceva:

Guardateli bene il No tav e il carabiniere, fissate quel video di Corriere TV, ascoltate le parole intrise di arroganza e disprezzo. “Ehi pecorella, sei venuto a sparare? Per quello che guadagni non ne vale la pena…”. Arrivano come uno sputo sulla visiera dell’uomo in divisa, provocano, irridono, sono la gratuita offesa di chi si ritiene impunito nei confronti di un servitore dello Stato chiamato a compiere il proprio dovere. […] fermatevi su una sequenza che più di ogni altra mostra dove può sfociare la cieca cattiveria di questi giorni in val di Susa.

E ci fermiamo qui, una rassegna completa di tutto il massacro mediatico scaturito dalla vicenda lo trovate sul nostro libro Nemico Pubblico, scaricabile liberamente, che ricostruisce la vicenda.

La conclusione di questa vicenda è amara, non soltanto per noi, per tutti, perché una giustizia che si fa dettare gli obiettivi dai media non è una giustizia. Un giornalismo che basa i suoi racconti sui desideri di politici e imprenditori non è un giornalismo. E soprattutto un giornalista che non si fa scrupoli di creare mostri e di linciare persone solo per compiacere qualcuno fa un danno enorme. Fa un danno non solo a chi, come Marco, pagherà di persona, ma a tutti quanti.

Un aspetto positivo però c’è. Per quanto si possa leggere o sentirsi raccontare degli intrecci fra interessi politici/economici e media, viverli sulla propria pelle, o su quella di un amico, finanche dentro le aule di un tribunale, rende la lezione molto più chiara. E la lotta più consapevole.

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