[DallaRete] Arabia Saudita – Esecuzione di massa: 47 prigionieri decapitati

Image5Tra loro il noto religioso sciita Nimr al-Nimr, accusato di terrorismo per aver preso parte alle proteste del 2011. L’ira di Teheran: Riyadh si prepari a pagare un prezzo alto.

Roma, 2 gennaio 2016, Nena News – Quarantasette condannati a morte in poche ore, in dodici diverse città dell’Arabia Saudita, sinistra apertura di un nuovo anno sotto il regime della famiglia Saud. Oggi si è tenuta la più grande esecuzione di massa dal 1980 quando furono uccisi in un solo giorno 63 detenuti, arrestati per aver occupato la Gran Moschea della Mecca.

La spada del boia ha tolto la vita a 47 prigionieri arrestati per terrorismo. Tra loro il noto religioso sciita Shaykh Nimr Baqr al-Nimr, 56 anni, guida delle proteste anti-governative del 2011 nella provincia orientale del paese, a maggioranza sciita e per questo marginalizzata dal punto di vista politico ed economico.

Basta essere una voce critica per essere tacciati di terrorismo e uccisi dallo Stato. Nella lista di condannati a morte pubblicata dalle autorità di Riyadh non figura il nipote del religioso, Ali al-Nimr. Arrestato a soli 17 anni per aver preso parte alle protestea Qatif e per questo accusato di essere un terrorista, di possedere armi e di aver lanciato molotov, oggi di anni ne ha 21. Ventuno anni su cui pesa una condanna alla decapitazione e alla crocefissione.

Per salvare la vita di Ali si sono mobilitate organizzazioni internazionali e Stati esteri, alleati economici e politici di una delle più brutali dittature del mondo, che reagisce facendo orecchie da mercante. A poco servono le voci internazionali senza reali pressioni politiche. Un’impunità che ha permesso all’Arabia Saudita di superare lo scorso anno il suo record personale di condanne a morte in 20 anni: 157 nel solo 2015, contro le 87 dell’anno precedente quando a governare era re Abdullah. Il successore, re Salman, usa il pugno di ferro dentro e fuori il paese. Tra loro, dice Amnesty International, anche 63 persone arrestate per spaccio di droga.

L’aggressiva politica dittatoriale dei sauditi è tra le ragioni dell’instabilità mediorientale, in particolare in quella che è stata definita una guerra per procura – nei campi di battaglia siriano e yemenita – con l’Iran. Ieri ad avvertire Riyadh in merito alle condanne di oggi era stato proprio Teheran che ha minacciato il nemico per l’uccisione di al-Nimr: pagherete un prezzo alto, si leggeva in un comunicato del Ministero degli Esteri iraniano. “L’uccisione di al-Nimr farà pagare un prezzo alto all’Arabia saudita. La situazione non è buona e i comportamenti tribali e provocatori contro i propri stessi cittadini non sono nell’interesse del governo”.

C’è la possibilità che la morte del noto religioso possa riportare in strada gli sciiti sauditi, in una nuova ondata di proteste contro Riyadh. A predirlo è il fratello di Nimr al-Nimr e padre del giovane Ali: “Ci sarà un’ondata di rabbia, il governo deve rendersi conto che accadrà”, ha detto Mohammed al-Nimr a Middle East Eye.

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