[DallaRete] Perché il prezzo del petrolio continua a scendere

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Per la prima volta dal 2009, il greggio è andato sotto i 50$ al barile. Il crollo dei prezzi minaccia la stabilità dei Paesi esportatori. Mosca e Teheran sospettano che sia orchestrato da Stati Uniti e Arabia Saudita per indebolire i nemici. Ma Riyad ha altri buoni motivi per tenere aperti i rubinetti. Estratto dal dossier sulla crisi del petrostato pubblicato sul numero di pagina99we in edicola

Lo spettro di una complotto geopolitico si aggira nei Paesi produttori di petrolio. Vladimir Putin non ha dubbi. Se il prezzo del barile crolla, portando giù con sé anche il rublo, è perché i nemici di sempre hanno deciso di indebolire la Russia. «Non ci lasceranno mai in pace – ha detto il presidente nella consueta conferenza stampa di fine anno –, proveranno sempre a incatenarci, e quando ci riusciranno, ci strapperanno denti e artigli».

Sospetti condivisi a Tehran, dove il presidente Hassan Rouhani definisce la caduta dei prezzi «una cospirazione contro gli interessi della regione, e un atto di tradimento nei confronti della umma islamica». L’accusa è formulata in termini vaghi, ma il bersaglio è noto. L’arcinemico saudita starebbe ancora una volta inondando i mercati di petrolio per indebolire la Repubblica islamica.

Nervosismo comprensibile, proporzionale alla dipendenza dalla vendita di idrocarburi: il 50% delle entrate fiscali di Mosca deriva dagli utili delle compagnie energetiche, percentuale che sale al 60% per l’Iran. Secondo il ministero delle finanze russo, che ha rivisto le stime del prezzo del barile da 100 a 80 dollari per il 2015, l’anno nuovo porterà una contrazione del Pil dello 0,8 %. Ma se il prezzo del petrolio dovesse attestarsi sui 60 dollari, la riduzione sarebbe del 3.5-4%.

La campana peraltro oggi suona per tutti i petrostati, il cui contratto sociale – non solo l’economia – dipende in buona misura dai proventi garantiti dagli idrocarburi. Un rozzo indice della loro vulnerabilità si ricava stimando il break even point di ciascun Paese, ovvero quale prezzo del barile sia necessario per raggiungere il pareggio di bilancio. Iran (140$), Venezuela (121$) e Russia (105$) , per citare solo gli avversari geopolitici di Usa e Riyad sono tutti sotto. E il rosso è il segnale di un pericolo che può avere conseguenze politiche profonde. Non basta però per sostenere che la motivazione principale dell’apertura dei rubinetti – e il conseguente crollo dei prezzi – sia geopolitica. L’idea di una combutta americano-saudita, ventilata da russi e iraniani, non convince.

In primis perché la vera rottura, e non da ieri, è tecnologica, non geopolitica. E americana. Se la può intestare George P. Mitchell, che con la sua compagnia verso la fine degli anni ‘90 rivoluzionò nel giacimento texano di Barnett Shale le tecniche di estrazione del gas di scisto, poi usate anche per il tight oil. Nel 2000 lo shale gas costituiva l’1% del gas naturale consumato negli Usa, nel 2012 era salito al 25%, nel 2030 potrebbe toccare quota 50%. Così gli Stati Uniti nel 2012 hanno superato la Russia per diventare il più grande produttore di gas al mondo e in questo 2015 supereranno l’Arabia Saudita come produzione di petrolio (con un aumento del 65% rispetto a cinque anni fa). E già oggi il petrolio da fracking statunitense vale 3 milioni di barili al giorno, circa il 3% della produzione mondiale.

Gli Usa viaggiano verso l’autosufficienza, ma le esportazioni sono limitate (ai Paesi dell’area Nafta) dalla legislazione che protegge le risorse strategiche. La tentazione di usare l’energia come strumento geopolitico però si va rafforzando. Nel 2012 il presidente repubblicano della commissione Difesa del Senato, Richard Lugar, propose di favorire l’export riservandolo agli alleati della Nato, per ridurre la dipendenza europea dal gas russo e quella turca dal gas iraniano. Finora la più importante conseguenza geopolitica indiretta del boom delle risorse non convenzionali è l’avviato – con qualche inciampo – disimpegno statunitense dal Medio Oriente. I motivi di tensione tra Riyad e Washington, politici e economici, quindi non mancano. Un piano comune è improbabile.

Di certo l’Arabia Saudita non ha intenzione, almeno sul breve periodo, di fare alcunché per riportare il mercato in equilibrio. A settembre, quando l’offerta era già abbondante, Riyad ha alzato la produzione di mezzo punto percentuale. E nella riunione di metà novembre dell’Opec ha convinto i soci a continuare a produrre 30 milioni di barili al giorno. I sauditi non sono disposti a perdere quote, quindi non si muoveranno in assenza di tagli simili da parte degli esportatori non-Opec. Riyad potrebbe puntare su prezzi bassi anche sul lungo periodo per mettere in crisi i progetti più costosi dei rivali – tra questi alcune estrazioni di tight oil Usa e di greggio dalle sabbie bituminose del Canada – ed espellerli così dal mercato.

L’Arabia Saudita ha buoni ammortizzatori per reggere il colpo che sul breve periodo infligge anche a se stessa, e ai soci dell’Opec: un rapporto debito/Pil al 2,7% e riserve per 750 miliardi di dollari. Produrre un barile di greggio nella penisola arabica peraltro costa solo 12 dollari al giorno. Ma è una scommessa rischiosa anche per la stabilità della petromonarchia, come ha avvertito in una lettera aperta al governo il principe al-Waleed bin Talal, l’uomo più ricco del regno, «perché, come abbiamo ripetutamente segnalato nel passato, il nostro Paese corre il rischio di continuare a dipendere quasi interamente dal petrolio».

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