Scuola di integrazione per rifugiati o “campo di addestramento”?

Riprendiamo un articolo scritto da Giorgio Ghiglione su Aljazeera English dove racconta dell’ Accademia per l’Integrazione – “Grazie Bergamo” , di come sia uno strumento pericoloso, perché classifica, divide, legittima la separazione tra migrante meritevole e non meritevole. Noi invece riteniamo si fondamentale dare  voce alla volontà delle persone creando percorsi di autodeterminazione, non di subordinazione.
Il sindaco Giorgio Gori crede che l’Accademia sia un’alternativa alle politiche di Matteo Salvini, ma in realtà sono solo la faccia della stessa medaglia.

ARTICOLO IN INGLESE QUI

ARTICOLO TRADOTTO IN ITALIANO:

All’Accademia dell’Integrazione, fondata dal sindaco di Bergamo , migranti in uniforme ripetono continuamente “grazie”, lavorano gratuitamente all’interno della comunità e cantano l’inno nazionale italiano.

Bergamo, Italia – Un gruppo di circa 30 uomini formano due file ordinate, con le mani dietro la schiena, in una posizione in stile militare. Nel corridoio di un edificio di Bergamo, ripetono in coro: “Siamo gli studenti del primo corso dell’Accademia dell’Integrazione Grazie Bergamo, grazie Bergamo”. Poi rompono le righe, si dispongono in fila per due e si spostano in una stanza più grande, dove due degli studenti, con grembiuli bianchi, servono il pranzo.
Gli “studenti” sono richiedenti asilo che partecipano ad un programma annuale, il cui scopo esplicito è quello di integrare i migranti.
Questo programma ricorda un vero e proprio “campo di addestramento”.
La scuola, denominata Accademia dell’Integrazione Grazie Bergamo, ospita 35 uomini dai 18 ai 40 anni; tutti provenienti da paesi africani – Nigeria, Ghana, Senegal e Costa d’Avorio – tranne uno proveniente dal Pakistan. I partecipanti frequentano corsi di lingua italiana, svolgono stage presso le fabbriche della provincia bergamasca e devono seguire una intransigente routine.
Devono inoltre svolgere gratuitamente lavori di servizio alla comunità.

Bergamo è una ricca città del nord Italia, a circa 50 km a est di Milano. Il Comune di Bergamo gestisce il progetto, in collaborazione con Caritas e la sezione locale di Confindustria, l’associazione italiana degli imprenditori. La cooperativa Ruah sovrintende le attività quotidiane della scuola, come le lezioni e i pasti. Attiva da settembre 2018, l’accademia condivide un edificio che una volta era una casa di riposo, con il Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) una struttura che ospita richiedenti asilo.
Una sola porta separa le due strutture, ma l’atmosfera tra le due organizzazioni è molto differente. Nel CAS, i richiedenti asilo possono muoversi liberamente nei corridoi, passare il loro tempo nelle camere e utilizzare a piacimento il proprio smartphone. Gli studenti dell’accademia invece, possono utilizzare il proprio smartphone solo per poche ore al giorno e per la maggior parte della giornata le loro stanze sono vuote, con letti perfettamente fatti. Non è consentito l’utilizzo di lingue straniere e gli “studenti” sembrano dei veri e propri cadetti. Devono sempre indossare un’uniforme e avere, a seconda della circostanza, tre tipi di vestiti. Quando sono all’interno della struttura indossano una tuta blu con la scritta “Grazie Bergamo” sul retro; la seconda divisa è arancione, ricorda la divisa dei raccoglitori di rifiuti, e riporta anch’essa la scritta “Grazie Bergamo” con caratteri di grande dimensione; la terza, indossata nel tempo libero, è una camicia blu con un maglione grigio che riporta il logo della scuola, che inoltre permette loro di prendere gratuitamente i mezzi pubblici della città.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo ha rivelato ad Al Jazeera: “Questa non è una scuola per tutti”. Non c’è posto per i fannulloni, dice, perché i partecipanti “devono rispettare una serie di regole di convivenza”. La formazione professionale è obbligatoria, “con l’obiettivo di riuscire a fargli ottenere un lavoro”.
Per entrare nel programma, i partecipanti devono superare tre colloqui dove vengono valutate principalmente tre cose: la conoscenza della lingua italiana, il livello di scolarizzazione e la capacità di rispettare le regole. Due dei tre colloqui sono tenuti dagli operatori della Cooperativa Ruah e l’ultimo con Christophe Sanchez, il capo dello staff del sindaco, che ha istituito l’accademia. Sanchez reputa che il sistema italiano di gestione dei richiedenti asilo non funzioni e attribuisce il suo fallimento al fatto che i migranti abbiano dei diritti ma troppo pochi doveri: “I richiedenti asilo possono restare a letto tutto il giorno e non esiste uno strumento giuridico che li costringa a fare qualcosa”.

Ecco come si presenta una tipica giornata a scuola: §
Sveglia alle 6:30 del mattino, colazione e lezioni di italiano. Dopo pranzo, gli studenti svolgono un lavoro di comunità in città, degli esempi di attività sono la pulizia dei parchi, il pitturare scuole o il portare i pasti nelle case di riposo. Dopo cena, ci sono altre classi, sia di matematica che di canto – le canzoni sono l’inno nazionale e le canzoni popolari di Francesco De Gregori. Le luci si spengono entro le 22:30.
Gli studenti sono liberi di lasciare l’edificio nei giorni festivi e una volta alla settimana, ma devono ritornarci entro le 22:00. Essere in ritardo, anche di cinque minuti, può portare a conseguenze disciplinari.

“Sono felice di essere all’accademia perché una volta passavo il tempo a dormire ed ora aiutiamo la città”, dice Madou, un richiedente asilo dalla Guinea, arrivato in Italia nel 2016. “Dopo questo programma, vorrei essere indipendente e iniziare a lavorare”, afferma Khan, lo studente pakistano. Inoltre, sostiene che non gli importa della disciplina e che gli piace la divisa: “Ci rende tutti uguali”.
Sanchez ritiene che l’obiettivo primario della scuola è quello di far sentire gli studenti “competenti”, ad esempio, nominando ogni settimana uno studente diverso come “capoclasse”. Mentre parla, Sanchez tiene d’occhio il gruppo, controllando ogni dettaglio e rimprovera perfino uno studente di nome Boateng, perché con le mani in tasca.

Oppressione o opportunità?
Il messaggio di fondo dell’accademia sembra essere che i partecipanti devono dimostrare di essere persone che lavorano sodo, che amano molto l’Italia e che non sono dei combina guai. In altre parole, devono dimostrare che meritano di rimanere. Il fatto che il programma includa un lavoro comunitario gratuito, per non parlare della voce “Grazie” nel nome del programma, dà l’impressione che i migranti debbano essere grati della situazione in cui si ritrovano.
Stefano Quadri, attivista del gruppo “Bergamo migrante antirazzista”, è contrario all’idea che i migranti debbano dimostrare di meritare di essere ospitati perché l’asilo è un diritto umano, e aggiunge che il lavoro gratuito “distrugge l’economia locale”. Un lavoratore della cooperativa Ruah, che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato, teme che gli studenti vivano in relativo isolamento, con pochi contatti con la gente del posto. Egli ha anche sostenuto che Integrazione significa inserire una persona nella società. Ma gli organizzatori respingono le critiche, affermando che il programma è efficace. “Finora abbiamo fatto 380 ore di volontariato e tutti i nostri studenti capiscono l’italiano”, dice Sanchez. Per quanto riguarda il lavoro gratuito, Gori insiste sul fatto che non è veramente gratuito: “Tra vitto, alloggio e lezioni, investiamo 1.000 euro al mese su ognuno di essi, quindi in un certo senso vengono pagati”.

Giorgio Ghiglione

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