Un pomeriggio piovoso di primavera


Ieri (martedì), 2 Maggio attorno alle ore 15.30, inizia un’operazione di polizia presso la Stazione Centrale di Milano, così definita da un tweet della Questura: “È in corso un servizio straordinario di prevenzione e controllo della @poliziadistato in #stazionecentrale disposto dal Questore Cardona”.

Sono presenti agenti della polizia di Stato in assetto anti-sommossa, che chiudono l’accesso principale alla stazione, monitorando gli ingressi laterali. Sono accompagnati da guardie a cavallo, da un elicottero che sorvola piazza Duca d’Aosta e da un pullman della polizia di Stato pronto ad accompagnare i fermati. Infine, c’è la diretta del Corriere della Sera, ci sono tutti i mezzi d’informazione schierati. Tuttavia, sia l’assessora alla Sicurezza Carmela Rozza che l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino non sono stati informati. L’operazione dura circa un paio d’ore, sul piazzale arrivano anche l’eurodeputato Matteo Salvini, e alcuni gruppi antirazzisti. Vengono trasferite in Questura 52 persone. Nessun arresto e nessun fermo. Cinque persone trasferite scoprono in quell’occasione di aver ricevuto il riconoscimento della protezione umanitaria. La piazza viene immediatamente pulita e sgomberata dall’Amsa, che raccoglie cartoni, valigie e alloggi temporanei.

Scene molto simili si erano svolte il 10 e il 15 novembre 2016. Via Sant’Arialdo, adiacenze della stazione di Rogoredo. Sono le prime ore del pomeriggio e quasi 80 agenti misti (polizia locale, polizia di Stato, Carabinieri) su vari mezzi (elicotteri, biciclette, volanti, cavalli, pullman) fermano e portano in Questura per la notte 65 persone (tra cui 20 cittadini stranieri che ricevono l’espulsione). Anche in quel caso, fotosegnalazioni e fogli di via per i non residenti. Due arresti (ricettazione ed evasione). Il 15 novembre l’operazione si ripete con quasi 100 agenti, accompagnati dall’assessora alla sicurezza Carmela Rozza e dal capo della polizia locale Barbato. Anche in quest’occasione, forte dispiego di mass-media, e ruspe dell’Amsa per bonificare la zona. Sono cinque le persone arrestate, 73 identificate, 10 portate in caserma per essere fotosegnalate.

Sono due storie diverse, avvenute prima e dopo l’approvazione a legge del Decreto Sicurezza a firma Minniti-Orlando, con due prefetti e due questori differenti. Eppure ci sono tratti comuni.

Entrambe le operazioni avvengono a seguito di un forte allarme sociale narrato da svariati canali comunicativi e a seguito di due episodi che vedono un attacco diretto delle forze dell’ordine.

Il 10 novembre 2016, in via Monte Popera, a poche centinaia di metri dalla stazione di Rogoredo, un cittadino tunisino apre il fuoco nei confronti di alcuni agenti in borghese, arrestato poi in seguito. Il 21 Aprile 2017, un cittadino senegalese con un permesso per motivi umanitari, inizia ad insultare alcuni militari presenti per l’operazione “Strade sicure” con frasi come “militari di m…, lasciatemi stare, non servite a un c…”. Dopo il fermo, riferiscono i militari “si è formato un capannello di gente, tra curiosi e altri stranieri, di circa 100 persone. Due di questi, in particolare, hanno urlato contro i carabinieri, e sono state lanciate delle bottigliette e carte appallottolate”.

Ci sono alcune cose che colpiscono, senza entrare nel merito della valutazione politica degli eventi e la facile condanna degli stessi. Intanto il fattore tempo: nell’arco di meno di sei mesi, a fronte di differenti target (ma di uguale marginalità e fragilità sociale) le forze dell’ordine hanno agito con operazioni di pianificata spettacolarizzazione (cifra comune la presenza di agenti a cavallo e l’informazione condivisa con i mezzi stampa prima che con gli organi politici).

In secondo luogo, i destinatari delle operazioni: non tanto i fermati (nel primo caso i consumatori abituali di eroina, nel secondo i migranti e i senzatetto che stazionavano nel piazzale), ma la comunità dei cittadini, che si configura perfettamente nella categoria di comunità di pericolo mutuata da Beck.

Infine, lo spazio della città, ossia le stazioni. Zone di attraversamento e di sosta, ritornano negli anni dieci ad essere al centro delle politiche di controllo sociale, richiamando i concetti di disorganizzazione sociale proposti da Shaw e McKay nel 1923 e le mappe della paura tracciate da Mike Davis (1990).

La stazione diventa sempre di più il luogo del confine metropolitano un confine che obbliga alla relazione (o quantomeno all’incontro) con quelle fragilità sempre meno assorbite dallo stato sociale, e per questo sempre più stigmatizzate.

In particolare, la Stazione Centrale di Milano aveva già attivato processi di segregazione spaziale e di esclusione attraverso la chiusura dei cancelli nelle ore serali, l’introduzione dei “gate di accesso” per i viaggiatori dotati di biglietto e ora la pulizia degli spazi antistanti con il trasferimento e la dispersione dei poveri e degli stranieri verso spazi di invisibilità.

Sebbene la connessione tra gli eventi a danno delle forze dell’ordine e le reazioni sia del tutto inferenziale, colpisce la repentinità e la necessità di operazioni che non hanno un fine concreto di lotta alla criminalità (il numero di fermi è esiguo, e sarebbe stato ottenuto anche con una serie di controlli mirati in entrambi i casi) ma che assolvono a due compiti: spostare la sofferenza metropolitana e mostrare i simboli della sicurezza. Il primo trova ora una legittimazione giuridica nella possiblità del Daspo urbano, (già testato a Rogoredo nei confronti dei consumatori) che permette di introdurre confini invisibili e zone di accesso differenziale della città. Per questo, un concetto ritenuto superato come quello di ecologia urbana assume nuovi significati e racconta la città di oggi. Il secondo, come scriveva Virginia Woolf, si svela attraverso quegli abiti, o in questo caso, quei cavalli, che servono per “imprimere nello spettatore il senso della maestà della funzione militare”.

L’operazione trova una legittimazione politica nel preambolo del decreto Minniti: viene esplicitato come la sicurezza rappresenti un “bene pubblico fondamentale volto a favorire l’inveramento dei diritti” e come “L’intervento nasce dalla sempre più avvertita esigenza di una riflessione sul concetto di sicurezza che soprattutto oggi caratterizza la condizione di complessità propria dei grandi centri urbani. La nuova società, ormai tendenzialmente multietnica, richiede infatti – unitamente ai necessari interventi di sostegno rivolti ai “nuovi consociati” – una serie di misure di rassicurazione della comunità civile globalmente intesa, finalizzate a rafforzare la percezione che le pubbliche istituzioni concorrono unitariamente alla gestione delle conseguenti problematiche, nel superiore interesse della coesione sociale”. I simboli del controllo, lo spiegamento di polizia, soprattutto se raccontati e narrati nei canali comunicativi, sono quindi le chiavi di quella rassicurazione. Non importa a quale prezzo e sulla pelle di quali cittadini.

Valeria Verdolini

Ps. Qui le informazioni sulla Manifestazione “Nessuna persona è illegale” che si terrà Sabato 20 Maggio a Milano.

Pubblicato da studi sulla questione criminale – Link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/05/03/un-pomeriggio-piovoso-di-primavera-di-valeria-verdolini-universita-degli-studi-di-milano/

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Pubblicato da Dave, il 5 maggio 2017 alle 00:24

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