Climate Strike – Dopo il corteo occupata la Cassa Depositi e Prestiti

Dopo il corteo per il sesto sciopero climatico occupato dagli attivisti e dalle attiviste per la giustizia climatica un luogo fondamentale nella gestione dei fondi che l’Italia otterrà col Recovery Fund.

Oggi, giorno del sesto sciopero per il clima, abbiamo occupato la Cassa Depositi e Prestiti per portare alla luce il fondamentale ruolo di questa società nella gestione dell’enorme quantità di fondi di cui beneficierà l’Italia attraverso il Recovery Fund.

Quest ultimo assegna all’Italia ben 209 miliardi: un’occasione storica per intraprendere la strada di una concreta riconversione ecologica. Per questo il governo ha assegnato a Cassa Depositi e Prestiti il compito di stilare i progetti per il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che stabilirà come si spenderanno i denari del Recovery. Inoltre la CDP sponsorizzerà i progetti insieme ad altre società e li finanzierà con soldi pubblici.
Il ruolo centrale di CDP in questo contesto fa sì che abbia un importante ruolo di indirizzo politico dei finanziamenti, pur essendo una società che dovrebbe ricoprire un ruolo tecnico.

Le linee guida del piano della UE parlano genericamente di sostenibilità, crescita, lavoro e infrastrutture e non dicono nulla di concreto o particolarmente vincolante sui progetti da attuare. In altre parole, la scelta su come effettuare una spesa che andrà a delineare come sarà la societa in cui vivremo nei prossimi anni viene delegata ad Amministratori Delegati e Direttori Generali invece che a istituzioni politiche.

Come ecologiste ed ecologisti abbiamo un’idea molto chiara di quelle che sono le priorità. Abbiamo ancora negli occhi le immagini dei nubifragi piemontesi, dell’inondazione di Palermo, dell’acqua alta a Venezia, delle esondazioni del Seveso qui a Milano. La pandemia stessa è stata frutto della crisi ecologica. Fenomeni che producono povertà, accentuano le disuguaglianze sociali e aumenteranno nei prossimi anni anche se per assurdo domani smettessimo di inquinare l’atmosfera.

E’ chiaro ed evidente che è impossibile avere qualsiasi idea di futuro, come civiltà umana e forse come specie, se non vengono attuate azioni estremamente radicali sul piano climatico e ambientale. Ovviamente l’aspetto del lavoro non è in subordine o in conflitto rispetto all’ambiente, ma la catastrofe a cui andiamo incontro è proprio frutto di un’idea perversa di cosa significa sviluppo e cosa significa lavoro. Se la nostra idea di sviluppo non viene del tutto ripensata, sarà del tutto impossibile tutelarci dalla crisi ecologica incombente

A partire da questo, il ruolo attuale di Cassa Depositi e Prestiti è del tutto inaccettabile. Nel nostro paese, tra i colossi del fossile che stanno presentando progetti per il Recovery ci sono Eni e Snam, società di cui Cassa Depositi e Prestiti è il primo azionista e dovrà sponsorizzarne i piani. I progetti di queste società sono inutili e controproducenti per affrontare la crisi climatica e il duplice interesse di CDP, la stesura dei progetti italiani e il profitto di queste multinazionali, è un cortocircuito letale per la nostra sopravvivenza.

In particolare, Eni ha presentato per il Recovery un mastodontico progetto per catturare la Co2 da lei stessa emessa e stiparla nei fondali dell’Adriatico al largo di Ravenna, in depositi larghi decine di km. Al di là dei rischi nell’uso di una tecnologia ancora da sviluppare e l’impatto ambientale che si avrebbe nel pompare centinaia di migliaia di tonnellate sotto’acqua, il Carbon Capture Storage è la soluzione peggiore per affrontare il cambiamento climatico. Al di là del fatto che la superficie della Terra non basta per immagazzinare tutta la Co2 che abbiamo emesso e continuiamo ad emettere, la promessa di fare emissioni negative in un futuro è ciò che consente a Eni di continuare ad emettere Co2 nei prossimi decenni. Se questa è la linea delle multinazionali del fossile, il nostro destino sarà quello di superare la fatidica soglia di 1.5 °C aggrappandoci alla speranza di tornarvi sotto tra decenni. Nel frattempo l’Artico si sarà sciolto, l’Amazzonia sarà perduta e gli ecosistemi sconvolti per sempre, in cambio di un nuovo business per le aziende fossili.

Snam invece è tra le principali società mobilitate per metanizzare l’Europa. Principale azionista della Tap, è insieme protagonista della progettazione del gasdotto Rete Adriatica che collegherà la Tap al nord Europa e della metanizzazione della Sardegna, che sta provando ad uscire dal carbone per ritrovarsi dalla padella alla brace a causa di Snam. Spacciato come un combustibile più pulito degli altri, il gas fossile è inquinante come carbone e petrolio se non di più a causa delle perdite accessorie di metano. In queste settimane Snam è impegnata in un’attività di lobbing intensissima per far rientrare il gas fossile tra gli investimenti considerati sostenibili dai criteri del Recovery.

Le false soluzioni alla crisi climatica sono quindi il perno centrale dell’attività delle compagnie fossili in questo momento. Il gas fossile e il CCS sono perfetti escamotage per continuare ad inquinare e non modificare i propri modelli di business, avendo la possibilità di accedere a enormi quantità di fondi che non ricapiterà e che deve servire a contrastare la crisi climatica. La commistione tra politica e multinazionali del fossile, incardinata da società pubbliche come Cassa Depositi e Prestiti, pone un muro invalicabile di fronte a un’azione concreta e radicale sul cambiamento climatico.

L’unica spinta in grado di far cambiare la rotta viene da noi, attiviste e attivisti che vivono sulla propria pelle la crisi climatica, economica ed occupazionale. Le soluzioni concrete e dirette per ottenere giustizia climatica non sono basate sull’inquinare meglio, ma sul non inquinare. Non c’è bisogno di sottrarre Co2 dall’atmosfera tra 30 anni, bisogna smettere di emetterla da oggi. Non c’è bisogno di sopperire alla chiusura delle centrali a carbone in Sardegna coi gasdotti, ma bisogna renderla la prima regione d’Europa a emissioni 0 e indipendente energeticamente, sfruttando il clima dell’isola con energia eolica e solare. E soprattutto ci vogliono investimenti massicci sulla nostra salute e sul nostro territorio: mettere in sicurezza l’esistente, smettere di consumare il suolo e attuare un grande piano di agroforestazione che prevenga la desertificazione, mitighi le ondate di caldo e renda più salubre l’aria.

Il Greenwashing non è la soluzione, zero emissioni ora!
Recovery Fund for Climate Justice!

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