Sèmm semper chi

L’ultimo anniversario che abbiamo celebrato, il decimo, era in piena pandemia Covid. Per l’occasione avevamo fatto le cose in grande pubblicando un libro con il meglio di dieci anni di scorrerie tra Milano e il mondo.
Rileggendo l’editoriale di introduzione riemergono le tensioni teoriche e politiche di un periodo che ha segnato uno spartiacque epocale. Potremmo tranquillamente dire che fu l’entrata in una nuova fase storica, l’attuale, dove il paradigma autoritario è assurto a nuovo architrave del potere politico, in cui le tecnologie del controllo sono passate a una dimensione difficilmente immaginabile anche solamente dieci anni prima.
Nel pieno della crisi egemonica figlia della fine del ciclo della globalizzazione capitalista, le società occidentali non riescono più a offrire quel sogno di ricchezza promesso dall’individualismo liberale e hanno gettato la maschera per l’ennesima volta: il potere è passato saldamente nelle mani di un pugno di oligarchi sociopatici, narcisisti e fascisti che tengono le redini dell’ultimo impero americano. Alle nostre latitudini le istituzioni europee sono in mano alla peggiore classe dirigente della propria storia, totalmente inadeguata ma così arrogante da rischiare di trascinare l’intero continente in una guerra senza senso e buttare soldi in armi pur di non finanziare welfare e politiche sociali per ricomporre gli squilibri che inevitabilmente una economia di mercato produce. E il genocidio in Palestina ha svelato l’ipocrisia occidentale mostrando la ferocia del suprematismo criminale sionista, figlio della lunga storia coloniale europea e statunitense.
Hai voglia a chiamarla torsione autoritaria: la presunta superiorità morale dell’Occidente si è schiantata di fronte alla repressione del dissenso, alle leggi speciali per controllare le culture e il pensiero di opposizione, alla eliminazione del conflitto politico nello spazio pubblico, all’incarcerazione dei corpi che osano sfidare il paradigma dominante. “Israelizzare la società e palestinizzarne i nemici, ovvero i poveri e gli esclusi”, per riprendere un’efficace definizione di Francesca Albanese. Ovviamente tutto questo nel nome della Democrazia e della Libertà.

Eppure in questo scenario, ci rendiamo conto un tantino inquietante, sta emergendo una nuova risposta. È la forza dell’inevitabile, ci verrebbe da dire. Ne avevamo già raccontato gli albori durante la pandemia, con l’iniziativa autorganizzata dal basso delle Brigate Volontarie: di fronte alla barbarie capitalista, la classe lavoratrice ha ricominciato a guardarsi attorno e a riconoscere i propri simili in chi condivide lo stesso destino di sofferenza, al di là delle proprie solitudini. Non possiamo certamente dire che siamo ottimisti, siamo ancora in una fase embrionale e di gestazione. E il nemico ha potenza e capacità che vanno oltre ogni nostra immaginazione: le AI, in mano alla già citata cricca di oligarchi, hanno già varcato confini senza alcun controllo pubblico. Eppure non è possibile ignorare i segnali che emergono dalla vitalità espressa dalle piazze per la Palestina dello scorso autunno o, per rimanere in Italia, dai risultati del referendum costituzionale, per stare agli esempi più visibili. Ma i segnali, ancora parcellizzati, emergono nelle capacità organizzative che nei territori si danno, collettivo dopo collettivo, dal protagonismo di alcuni settori sindacali, dalle lotte per la casa, dalla rinnovata conflittualità di pezzi del terzo settore. Da come nel dibattito pubblico si stiano affermando finalmente i temi della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza, che ribaltano la dialettica pestilenziale della destra e ne contendono l’immaginario per la capacità di individuare i veri nemici nelle oligarchie e i super ricchi.
Ovviamente c’è più di un ostacolo, oltre la già citata repressione del dissenso: le burocrazie dei partiti e delle organizzazioni tradizionali della sinistra storica, che sono ancora in ostaggio di una classe dirigente vecchia e conservatrice, figlia del compromesso storico e del ciclo egemonico liberale, malinconicamente asservita al mantenimento dello status quo e dei soliti privilegi. E’ evidente che, al momento, di fronte a una forte domanda di radicalità proveniente dal basso “l’offerta politica organizzata” a sinistra pronta a cogliere questo sentire e a trasformarlo in azione politica ancora non si vede.
Ma il variegato mondo dell’antagonismo, da cui proveniamo e di cui facciamo parte, ha fatto un salto di qualità e, al netto della sempre strillata “morte” dei centri sociali, ha accettato in molti casi la sfida dell’organizzazione. A riprova che è nei margini, negli interstizi, tra gli oppressi, che nascono alcune delle risposte più interessanti.
Per celebrare questo ennesimo giro di boa, riportiamo una famosa citazione di Socrates, da adattare a questa fase storica dei movimenti: “Non c’è niente di più marxista del calcio, dove i deboli possono battere i forti grazie all’organizzazione”.
Ecco, noi siamo qui, dopo quindici anni, proprio per raccontare tutto questo. Per vedere dove ci porterà.
Perché ce lo vogliamo godere fino in fondo.

P.S. E tra breve arriverà una novità su questi schermi. Una novità per la quale ringraziamo in anticipo Chiara Tralci e Midala Network!

* in copertina una foto di Gianfranco Candida del corteo contro le Olimpiadi Invernali del 7 febbraio 2026

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