Abbiamo sentito il bisogno di creare.

Nell’Ottobre del 2011 abbiamo sentito il bisogno di creare.

Durante il primo incontro eravamo, per la maggioranza, ragazzini, molti dei quali appena usciti da un’esperienza di autogestione non riuscita e un fortissimo desiderio di creare, di produrre condivisione e conflitto nel nostro quartiere: Lambrate.

Eravamo consapevoli di non poterlo fare da soli, per questo motivo insieme a noi, un giorno non ben definito di Ottobre, nel soggiorno di un’amica, erano presenti tre ragazzi più grandi, ricchi di esperienze. Durante quell’incontro/scontro generazionale siamo riusciti a creare un primo legame tra il nostro desiderio e le loro conoscenze, da quel momento abbiamo azzerato il contatore e siamo partiti.

Prima di poter pensare concretamente all’occupazione di un posto dovevamo saper creare e mantenere un collettivo che fosse in grado di occupare, di gestire uno spazio e donarlo al quartiere. Dovevamo iniziare a farci conoscere, a condividere le nostre idee con altri sia per poterle attuare sia per poterle completare o ampliare. Dall’inizio abbiamo lavorato nelle nostre scuole, presentandoci in piccoli gruppetti nei collettivi studenteschi e raccontando cosa stavamo cercando di creare. Dopo meno di un mese eravamo il doppio. I luoghi di incontro erano le nostre case o bar in zona e di quelle ore di assemblea ricordo la costruzione progressiva delle fondamenta del Collettivo Lambretta. Necessitavamo una base forte su cui poter costruire. I grandi aiutavano soprattutto in questo, tenevano le fila, era impensabile poter fare tutto da soli, non avevamo sufficienti conoscenze né la consapevolezza necessaria per portare avanti questo percorso da soli. Erano necessari condivisione e confronto e quest’interazione fra generazioni permise il miglioramento progressivo del nostro pensiero e delle nostre azioni.

Le assemblee non erano gli unici momenti collettivi, ci incontravamo la sera al birrificio di Lambrate o durante la settimana, giusto per vedersi. All’instaurarsi del legame politico, seguiva spontaneamente la creazione di un legame emotivo, sentimentale tra noi.  In quel periodo ho compreso il profondo significato di parole come: condivisione, aggregazione, socialità, politica.

Abbiamo passato sei lunghi mesi a fare politica in quartiere, senza nessuno spazio fisico dove stare, o meglio, la strada era il nostro posto. La prima iniziativa è stata una passeggiata antifascista in quartiere, ma avevamo capito subito che non bisognava fossilizzarsi sull’antifascismo (anche se a Lambrate è una questione piuttosto sentita) così con la seconda iniziativa abbiamo pensato di portare la valle in città con una biciclettata NO TAV, sotto la pioggia torrenziale di Novembre. Quel giorno siamo arrivati sotto San Vittore, fradici, infreddoliti, ma abbiamo urlato a pieni polmoni per farci sentire dai compagni in carcere e giuro, in quel momento avevo un po’ meno freddo. A queste due sono seguite altre iniziative, meno forti emotivamente ma importanti per farci conoscere e conoscere il quartiere (nonostante la maggior parte di noi ci viva).

Dopo sei mesi abbiamo sentito di essere pronti, non ci eravamo prefissati una scadenza, lo abbiamo semplicemente capito. La prima parte del percorso era stata fatta e conclusa, eravamo forti, numerosi, ma più di ogni altra cosa consapevoli.

Il 21 Aprile abbiamo aperto il piccolo cancelletto delle villette di Piazza Ferravilla 11 e con esso anche il secondo capitolo del nostro percorso. Abbiamo riversato in quelle quattro palazzine tutte le nostre energie, le nostre idee, i nostri progetti, abbiamo dato vita a quel giardino, prima pieno di siringhe e pregno di un’atmosfera malsana e tossica. Quel giardino si è riempito di voci, di bambini e anziani, di studenti e di lavoratori. Quelle palazzine sono diventate per alcuni una seconda casa, per altri la prima e unica. Lì dentro, abbiamo creato. Abbiamo creato progetti, manifestazioni, laboratori, assemblee, idee, consapevolezza, condivisione, aggregazione, abbiamo creato una realtà autogestita, una piccola crepa nel sistema. Abbiamo creato un cambiamento, siamo stati propositivi, non distruttivi, siamo stati aperti al dialogo, ma non piegati alle logiche istituzionali. Siamo riusciti a mantenere in equilibrio e armonia la convivenza tra diverse esigenze: degli studenti, dei lavoratori, del quartiere.

Eravamo una piccola oasi in questa deserta e arida Milano e ci hanno abbattuti. Ci siamo visti scivolare tra le mani il lavoro di un anno intero, in cinque minuti. In quei cinque maledettissimi minuti in cui sono arrivati, tronfi della loro forza, ci hanno schiacciati. Non potevo respirare, non potevo muovermi, così come i compagni accanto a me, l’unica cosa che potevo fare era urlare e l’unico pensiero era: “non spostarti”.

Dopo averci allontanati dall’entrata, vedere i compagni sul tetto scaldava il cuore di amore, nonostante l’odio, la frustrazione e il senso di impotenza.

Ora il pensiero costante è continuare a creare, perché abbiamo perso uno spazio fisico, ma tutto ciò a cui abbiamo dato vita lì, è dentro di noi, nel nostro pensiero e nel nostro petto.

Chi si rialza non è mai caduto.

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