“Ce l’hanno fatta pagare ma ci siamo divertiti un casino” – Ciao Paolo!

001Ieri è scomparso Paolo Pozzi.
Alcuni di noi lo hanno conosciuto negli anni 2000 in occasione dell’uscita del suo libro “Insurrezione” sulle complesse vicende dell’Autonomia milanese negli anni ‘70.
Eravamo a metà dello scorso decennio e Milano non viveva un periodo facile. Ci si dibatteva in una duplice crisi. Quella del movimento che aveva visto il protagonismo di una nuova generazione al G8 di Genova del 2001 e quella di tanti spazi sociali che erano stati protagonisti in città per alcuni anni.
Il suo libro ci ha dato alcuni importanti spunti di analisi e riflessione aiutandoci a ripartire.
Da lì lo abbiamo incrociato alcune volte per presentazioni di libri (ne ricordiamo una molto bella a ZAM del libro “Storia di una foto”), ma anche per alcuni collettivi nelle scuole autogestite o occupate dove raccontava della propria esperienza politica.
Gentile e disponibile, narrava vicende agli occhi di molti di noi “epiche” con pacatezza e autoironia capaci di strappare più di un sorriso.
Mancherà.

Lo ricordiamo riproponendo un capitolo del suo libro del 2007.

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Il Fabbricone

(…) Nell’inverno del ‘76 un gruppo di studenti e operai occupa, in zona porta Genova, una fabbrica chiusa da anni, un capannone enorme.
Il Fabbricone, così viene chiamato, diventa subito luogo di ritrovo di centinaia di compagni delle fabbriche e dei quartieri.
Ci si vede a tutte le ore del giorno e della notte.
Dopo una settimana di occupazione, grazie al lavoro di un sacco di gente, è ripulito e ha impianto elettrico e servizi igienici funzionanti.
Dal Fabbricone partono piccoli gruppi per fare le spese proletarie nei negozi di lusso, di abbigliamento e nelle salumerie.
Dopo cena ci si dà appuntamento a grupponi di cento persone per entrare ai concerti e nei cinema senza pagare o con il biglietto autoridotto.
Al Fabbricone c’è di tutto: un gruppo teatrale che si chiama Teatro Emarginato, un asilo autogestito, un palco per fare rappresentazioni e decine di ex uffici per fare riunioni.
Capita così di arrivare lì e trovare riuniti in contemporanea, ma in diversi spazi, i gruppi dirigenti di Rosso, Senza Tregua e le varie correnti scissioniste di Lotta Continua.
Per non parlare dei giorni precedenti le manifestazioni, quando il Fabbricone si trasforma in una fabbrica, appunto, di molotov.
Al sabato sera e alla domenica si organizzano grandi feste con compessini musicali e con dolci e bevande.
E’ un periodo di fulgore per storie d’amore fugaci e di sesso.
Alla fine delle feste si formano coppie sempre diverse e nel Fabbricone si consuma la crisi di centinaia di famiglie.
Le donne la fanno proprio da padrone.
Tessono storie sempre nuove, annodano e riannodano vicende sospese, riescono a ordire come in un grande arazzo storie d’amore parallele, sovrapposte, collaterali. (…)
Nel mondo fantastico del Fabbricone la vita ti prende senza neppure fare uno sforzo.
Basta lasciarsi galleggiare come un sughero nell’acqua.
Un filo di corrente e tutto ricomincia a scorrere.
Una sera si espropria una boutique e tutti portano al Fabbricone jeans, maglioni, berretti colorati. Il giorno dopo arrivi e c’è da banchettare con raffinati prodotti di rosticceria che un gruppo ha ramazzato in un lussuoso negozio del centro.
Verso le dieci di sera c’è sempre qualche complessino che suona e un po’ di erba non manca mai.
Su un muro c’è scritto: “Metti un po’ d’erba nel tuo fucile”.
Su un altro: “Pina dove sei? Mimmo il tuo amore”.
Al Fabbricone viene anche Alessandra.
E’ difficile darle un’età, perché il suo viso del tutto mobile la fa sembrare sempre diversa: un momento donna e il momento dopo bambina.
L’ho conosciuta per caso una sera che me ne stavo da solo nella grande sala del capannone.
Lei ha cominciato a parlarmi della sua vita, del suo lavoro, del suo ex marito, della sua Vespa, di suo padre, dei suoi viaggi, dei suoi gatti.
Alle cose della vita ha dato un nome tutto suo.
Ha un linguaggio che lentamente ti strega e, senza accorgertene, entri in un gioco meraviglioso per non uscirne più. (…)
Ha cominciato a raccontarmi dei suoi viaggi.
Una sera eravamo in Brasile, dove aveva comprato un’amaca stupenda, che adesso stava nella sua casa, dove ci si poteva stendere e riposare nei pomeriggi di sole davanti alla finestra spalancata.
La sera dopo eravamo a Cuba, dove ha conosciuto una donna splendida e malata che aveva fatto la lotta clandestina in Cile per anni, prima di andare a morire in quell’isola da sogno.
La sera dopo eravamo in Egitto, con le sfingi e le piramidi, e lei che rideva mentre mi raccontava di un arabo che per tutto il viaggio non aveva mai insidiato lei ma il suo uomo. (…)

Un altro racconto

 

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