Demolito l’ex Deposito Bulk…fare i conti con la propria storia!

547574_10200992116475793_782791067_nLe ruspe hanno cominciato a demolire l’ex Deposito Bulk di Via Niccolini. In molti scattano lacrime, ricordi, sospiri. Questa è una storia, tra le tante raccontabili. Una storia con cui fare i conti, nel bene e nel male.

C’era una volta…
Cominciare dall’inizio è sempre buona cosa… Quando occupammo il Deposito Bulk eravamo in pochi maggiorenni e una banda di neofiti minorenni!
Da un anno abbondante fingevano di essere ancora studenti con un artificio retorico: “…come Studenti Autorganizzati siamo un collettivo misto di studenti medi e universitari…” e con questa paraculata ci mettevamo a fare intervento politico nelle scuole superiori anche se per la maggior parte a scuola non ci andavamo più – e alcuni nemmeno in Università!
Avevamo da poco “intercettato” una miriade di studenti medi delle scuole che, spaventati da un’imminente riforma, s’erano messi in moto, ed eravamo appena riusciti nel miracolo mai più ripetuto di convincere un altro ambito studentesco, col quale c’era stata sino a quel momento una discreta rivalità, dell’opportunità di sotterrare l’ascia di guerra e di unirsi insieme per il bene del movimento nelle scuole. A pensarci adesso sembra fantasia, ma certe cose sono successe davvero…
La mitica ricomposizione?
Questo crogiolo di eventi veloci (e in molti casi nemmeno studiati o previsti) portò in pochissimi mesi a far nascere la Rasc, Rete Autogestita Studenti e Collettivi, che per almeno 3 o 4 anni fece un po il bello e il cattivo tempo nelle scuole milanesi e, giusto due mesi dopo gli esordi con questa nuova sigla, occupo’ il Deposito Bulk in Via Sturzo, a ridosso della stazione Garibaldi.

Il giusto posto non esiste è solo il sogno di un pazzo…
Lo spazio era bellissimo. Una ex scuola, vecchio stile, in un corpo unico con tre piani di aule sopra la testa, una cantina con archi a volta e un cortile con alberi alle spalle!
Il giusto posto, un sogno di protagonismo che s’avverava.
A Milano si viveva ancora dell’onda lunga dell’effetto Leoncavallo: i centri sociali erano forti, considerati, stimati e rispettati, gli artisti facevano la fila per potersi esibire, i giornali ti trattavano coi quanti di velluto e sentivi che “quel mondo” aveva una forza, una capacità che ti proteggeva e ti permetteva di fare, contare, disfare.
Noi probabilmente avemmo l’informe intuizione di capire che questa parabola ascendente stava esaurendo la sua spinta propulsiva e da lì a breve sarebbe stato necessario avere nuove energie, nuovi stimoli, nuove storie.
Teenager power!
Una masnada di quindicenni s’impossessò di quello spazio e lo fece proprio.
Le assemblee di gestione per almeno un anno si fecero al pomeriggio del lunedì, perchè la sera molti dovevano tornare a casa per cena!
Nacquero laboratori artistici, di fotografia, aule studio, tutto raffazzonato e bislacco e al tempo stesso gioioso e spontaneo come solo ciò che è nuovo e imberbe può essere.
Per tantissimi quella prima esperienza è stata la base di ciò che sono oggi, adulti trentenni che hanno imparato un lavoro, che hanno fatto figli o semplicemente hanno avuto in quel luogo input e stimoli con i quali sono cresciuti. Le parole, in questo caso, rendono poco l’importanza e il senso profondo di ciò che s’è vissuto.
Storie infinite.
Narrazioni del presente, che ormai è passato e anche abbondantemente. In questi anni in cui la comunicazione è esplosa a tutti i livelli e in mille canali sino a prima inesistenti, non abbiamo saputo mettere in campo le narrazioni delle vite che scorreva dentro e per i movimenti. Rimangono solo pochi rivoli, spesso scritti da altri su di noi, quasi sempre con al centro la parte buia, cupa, tragica o tragicomica di ciò che è stato, come se tutto fosse riducibile agli sgomberi, agli scontri di piazza, ai morti. Come se tutto fosse solo in ombra.
Incontri, novità, spiazzamenti. Aneddoti, fatti, racconti. Questo serve.
Andare al Bulk e passare metà pomeriggio a prestare il tuo telefonino clonato(“..perchè hai due telefoni?”…”perchè con uno chiamo – gratis – e con l’altro ricevo!”) perchè nessuno l’aveva e telefonare gratis era un’esperienza divertente…
La prima volta che il tuo disegno su un foglietto diventava una locandina appesa sui muri per pubblicizzare un concerto; la novità di doversi confrontare con le responsabilità perchè l’hai scelto e non perchè t’è stato imposto; la prima volta che hai dovuto prendere il coraggio in mano e allontanare un pusher; la prima volta che hai preso la parola in un’assemblea; la prima volta che hai avuto un’idea e l’immensa potenza dell’essere collettività l’ha trasformata prima in proposta, poi in progetto, sino a farle spiccare il volo nel magico mondo della realtà, della concretezza, della materialità…

Qualche sera fa a cena da un’amica ho scoperto che il suo fidanzato era uno dei “galattici”. Ve li ricordate? Anche qui, a raccontarla oggi molti non capirebbero dove stava la grandiosità, l’eccezionalità della cosa. Ma nel ’97 un gruppo di artisti che coniugavano istallazioni, musica elettronica, performance teatrali, giochi di luce, dj del Pervert ed immaginario Taz non erano all’ordine del giorno. Non c’era ancora stata l’esplosione mainstream di tutto ciò e all’arrivo di Macao mancava ancora un bel po…
E noi quanto abbiamo imparato da loro? Passando per una scazzottata iniziale e arrivando a far tremare i tre piani del Bulk per una delle feste più belle che la storia di questa città possa ricordare…
E quando altri vennero a chiederci di ospitare un club di scambisti bondage/sadomaso? E quando dal vicino consolato cinese sfondarono il cancello convinti che avremmo avuto da qualche parte anche noi dei permessi di soggiorno da rilasciare e poi passammo due giorni e notti di seguito a distribuire coperte e tè caldo?
Quando si presentò un finanziare all’ingresso e mostrò il tesserino per entrare senza pagare? E la Digos che per cercare sta patacca metteva le mani nella tazza del cesso alle due di notte di una serata che sicuramente l’aveva già abbondantemente riempito?
Quando in assemblea facemmo “il processo” a X perchè non ci piaceva il modo in cui trattava la sua ragazza del momento? E quando venivano i genitori ad inizio serata e ti affidavano i figli, chiedendoti se potevano chiamare più tardi per sapere come andava?
E quando cacciammo Y perchè venimmo a sapere che aveva offerto dell’eroina ad una ragazzina ma non potevamo dire il motivo per cui lo cacciavamo senza mettere nei guai lei?
La sera che arrivò Lee Roy di “Saranno Famosi” e ci toccò pure di menarlo perchè era fatto come un caimano e molesto oltre ogni modo?
E poi l’occupazione del Parco Sempione, per il 25 aprile, con tutto o quasi il “movimento” che nicchiava perplesso perchè si sviliva la sacralità del rito antifascista, le mani alzate davanti al San Carlo per occupare il simbolo delle scuole private milanesi, perchè eravamo così visionari e in fotta con “la dimensione pubblica dell’agire politico” che preannunciavamo occupazioni, intenzioni, tutto!
La città imparò a prenderci sul serio, noi imparammo a prenderci sul serio e “il movimento”…beh, chi dovette ingoiare il rospo, chi se ne fece una ragione, chi aderì entusiasta, certo è che quell’onda anomala che spregiudicata e irriverente nasceva poco prima contribuì a immettere energia e innovazione in un panorama che stava andando in riserva senza nemmeno essersene accorto.
Noi facevamo periodicamente riunioni, che con sarcarmo chiamavamo “congressi”, in cui le persone venivano a portare progetti da realizzare, scoprendo che in diverse decine di teste potevano nascere anche una trentina di progetti diversi e il solo pensarli era già un buon motivo per aver fatto la fatica di mettere in moto tutto, anche se poi magari se ne realizzavano meno della metà.
Noi ci interrogavamo sulle dinamiche di gruppo dentro un’esperienza d’autogestione come la nostra, non avendo paura di chiedere ad una formatrice professionale di tenere un incontro di supervisione sulla nostra collettività e mettendoci a nudo per due giorni di fila in una rivisitazione di noi stessi che sapesse provare a disarticolare ruoli, schemi, dinamiche consuetudinarie.
Noi partivamo alle sei di mattina, dopo aver chiuso il Bulk in seguito a 8-10 ore di serata, per andare in trasferta a vedere il Milan, facevamo due ore di scontri con la Polizia e tornavamo tutti belli contenti (e della partita, ovviamente, non ce n’è mai fregato un cazzo!)
Noi ospitavamo il progetto Azimut, realizzato da una coperativa sociale per conto del Comune di Milano ma il maledetto Comune lo spazio al “suo” progetto non lo dava, e quindi le attività di doposcuola coi ragazzi delle medie si facevano dentro uno spazio occupato!
Noi tenemmo un corso di formazione per disoccupati che diede vita ad un progetto di incubatori sociali che diede vita ad un’associazione sul riuso degli spazi che diede vita ad uno spazio di architettura partecipata che diede vita ad un luogo di più soggetti…
Noi discutevamo di “federalismo” come processo di decentralizzazione dell’agire e delle dinamiche decisionali delle esperienze dell’autogestione.
Noi ci interrogavamo sull’autoreddito, sulle forme della cooperazione sociale possibile da sperimentare in un mix tra esperienze autogestionarie collettive, crescita individuale, contesto sociale sempre più promotore di precarietà di vita e meccanismi di produzione post-fordisti.
Noi occupammo Metropolix, ostello autogestito e casa occupata. Cinquanta abitanti e 24 posti letto sempre pieni sino allo sgombero.
Noi occupammo una ex casa alloggio delle poste con almeno 150 mini-appartamenti e tantissime luci da comodino di design che Lollo ci diceva che valevano un sacco ma noi non ci badavamo.
Noi rioccupammo tre case con un tour pubblico con tanto di pullman a noleggio quando sgomberarono Metropolix per la seconda volta.
Ospitammo un Hacke-meeting (era il primo? non ricordo…), una delle prime esperienze di laboratorio di informatica e comunicazione, un miliardo di eventi, concerti, assemblee…
Mah, più ne scrivo e più me ne vengono in mente…e sembra tutto fondamentale da dire, ora che ci si accorge che quasi nulla s’è detto in passato…
E Manu Chao, per due giorni al Bulk a suonare e giocare a basket nel cortile? Le bocce in Via Valtellina? L’acquario? Makaja? La Mayday che tutti all’epoca schifavano e poi quando spaccò blandivano e corteggiavano?
Basta, ognuna di queste storie meriterebbe d’essere solo il titolo di un racconto, un capitolo di questo libro collettivo che manca e che ormai è troppo tardi per fare.
Ritrovarsi in un vortice di vicende che incrociavano ogni giorno l’alta politica e la crisi adolescenziale…quanti all’inizio di quell’esperienza erano disadattati, introversi, cupi, problematici e attraverso tutta quella storia sono cresciuti, hanno lavorato su di sé, sono cambiati?
Cambiammo noi, i più giovani come i meno, cambiammo il movimento intorno a noi, cambiammo un po anche questa città…

Non penso che eravamo chissà cosa di speciale. Se abbiamo fatto tante cose “che meritano” è perchè anche altri oltre a noi “spingevano”. Nell’idea che abbiamo di movimento ogni storia che abbia un senso e meriti d’esser vissuta (e poi ricordata) non può che essere frutto dell’insieme di storie individuali, e a sua volta ogni storia collettiva che abbia prodotto esperienze significative non può che essere il frutto della relazione tra sé e altre collettività, altri insiemi di storie…
Nel bene e nel male il Bulk non sarebbe mai stato senza l’intreccio con tutto il resto, con tutto ciò che gli è stato amico, nemico, avverso, complice…

Ah, nel frattempo che mi perdo in chiacchiere…c’hanno pure sgomberato! Eh si, la vecchia sede venne sgomberata e noi trovammo il modo di andarcene col nostro stile, alla luce del sole, alzando una colonna di fuoco alta tre metri, ri-occupando prima ancora di esser sgomberati e trasformando una tegola in testa in un momento di gioia, comunicazione, rilancio.
Non tutti possono capire come sia possibile, tanti non sanno nemmeno cosa significa esser sgomberati, dover ripartire da zero, dover ridare centralità all’esistente e alla sussistenza perchè i tempi in cui ti accingevi a volare alto sono stati stroncati e ora devi rimetterti a parlare di pulizie e lavori da fare perchè i progetti e i sogni hanno bisogno di nuove basi su cui ergersi e le devi ricostruire….
Insomma, ai mille racconti esaltanti, belli, ricchi di vita e passione se ne potrebbero accostare anche altri di segno opposto.
Perchè l’isola felice non esiste e ciò che ha il segno “più” davanti è in complementarietà con qualcos’altro che avrà invece il segno “meno”. “La contraddizione come metodo”, m’insegnarono a Padova e non l’ho mai dimenticato.
La storia del Bulk è fatta di uno sgombero, altri tre per Metropolix, qualche decina di cortei e roba varia finiti con cariche, botte, denunce, processi, condanne.
Ma, ovviamente, non è con questa parte di negatività che bisogna saper fare i conti. Troppo comodo quando ciò che non va dipende da altro da te, dal nemico, dalla repressione, dalla polizia. Fuori, il negativo è fuori perchè invece dentro c’è il bello, il buono, il giusto?
Non è così e in fondo l’abbiamo sempre saputo.
E allora bisogna fare i conti anche col saldo negativo del bilancio.
Con noi stessi innanzi tutto.
Scrivere al riguardo delle parti difficili, sbagliate, negative di quell’esperienza è complesso e doloroso, le parole si fermano sulle dita che non vogliono pigiare i tasti…ma bisogna farlo, non si può non fare, per rispetto innanzitutto verso noi stessi, verso il bello che siamo stati.
La prima cosa da scrivere che costa dolore è Robi. Che non c’è più. E con cui ogni giorno facciamo i conti, o dovremmo farlo. Perchè noi che siamo cresciuti con le belle parole su “i miei compagni che non mi hanno mai lasciato indietro” non possiamo non sentire dentro di noi dolore e responsabilità. E se il senso di colpa razionalmente è qualcosa di sbagliato, emotivamente non provarlo è qualcosa d’immondo che non auguro a nessuno.
Lollo, che c’è ancora ma è andato via di testa ed è rinchiuso per aver cercato di far male a qualcuno, lui che è sempre stato di una bontà d’animo e un’umanità infinità dentro di sé.
Quante persone abbiamo lasciato indietro, quante volte ci siamo persi e non abbiamo dato importanza all’umanità?
Quanto è colpa nostra se il discutere, progettare, parlare di antiproibizionismo e consumo consapevole ha prodotto “mostri tossici”?
Quanto siamo stati capaci di coniugare lo slancio per ciò che facevamo con la necessaria umiltà nel rapportarci agli altri? Quante volte siamo stati arroganti, saccenti, prevaricanti?
Quante volte abbiamo permesso che il concetto di “attraversamento”, contrapposto a quello di “militanza tradizionale”, aprisse le porte a furbetti, parassiti, gente che arrivava sulla rampa di lancio quando tutto andava bene e mollava (dopo essersi comunque fatta innanzitutto i cazzi suoi) appena intravedeva le prime crepe?
Quanto siamo stati capaci di prenderci cura di tutti, di tutto?
Se penso al saldo negativo di quell’esperienza penso innanzitutto alla dimensione umana. A tanta ricchezza umana, passionale, politica e creativa è corrisposta forse altrettanta povertà e miseria. Ancora una volta la contraddizione, che tiene insieme un aspetto e il suo contrario.

Niente, dai, non è facile scrivere e ormai sono stanco. E poi tocca arrivare alla pietra dello scandalo, no?
Il Deposito Bulk non è stato più sgomberato. Quando quell’esperienza terminò fu perchè le persone che vi erano rimaste, in un luogo senza corrente e che cadeva a pezzi, decisero di accordarsi con la proprietà per una “buonuscita”. Ebbero l’idea che era meglio poter avere una somma da investire in progetti piuttosto che uno sgombero in un luogo che moriva su di sé. Fondarono un’associazione, esistente tutt’ora, e recuperano dei soldi per andarsene.
Io non c’ero già più da alcuni mesi, convinto che la piega che stava prendendo l’esperienza non mi piaceva da tempo e desideroso di fare altro. Come me altri, ma poco importa. Se la tua famiglia, la tua comunità, la tua collettività finisce malamente la sua storia, la comodità di “chiamarsi fuori” è un lusso che lascio ai pavidi a ai disonesti. Se quella scelta venne presa un pezzo di responsabilità non può che essere anche mia, anche se non ero più parte del gruppo quando ciò avvenne. Questo è il senso di responsabilità che bisogna avere e che rimprovero invece agli altri di non aver avuto, nei miei confronti, da quel giorno in poi.
Quella scelta molti la criticarono. Tra i più critici un sacco di persone che poi mendicarono quei soldi, li usarono, ne prendevano costantemente altri in modi assai più biechi e ancor meno trasparenti.
Il problema di quella scelta non fu tanto se fosse giusta o meno, cosa che col senno di poi è facile dire ma che purtroppo al momento ormai conta meno di niente, il vero problema fu che non venne mai gestita pubblicamente. Che non vi fu mai, da parte di chi la sostenne, la capacità di fare cose semplici ma essenziali: dirlo apertamente, pubblicamente, mettendoci nome e faccia, gestire in modo trasparente l’utilizzo e le modalità di ciò che era stato preso. Quei soldi, che io sappia, al 99% hanno pagato avvocati, spese processuali, camion e impianti per cortei, tutta roba nobile e giusta. Se qualche briciola s’è persa via – forse – può esser giusto stata la generosità con cui a volte a persone in difficoltà non si capisce che è meglio dare due calci in culo piuttosto che due lire. Per il loro bene innanzitutto.
Ma non aver gestito in forma trasparente, in tutti questi anni, tutto ciò, è colpa grave. Per quanto mi riguarda qualcosa di imperdonabile e che non posso dimenticare.
Per anni uno sterminato esercito di pezzi di merda, che la storia del Bulk non sarebbero degni nemmeno di ascoltarla, figuriamoci di parlarne, s’è potuta così riempire la bocca con le peggiori infamità, falsità e leggende.
Gliel’avete permesso con questo errore, con questa colpa, con questa responsabilità.

Il tempo lenisce tutto, no?
Più o meno. In questi anni non c’è stata la capacità di “tirarsi insieme” e affrontare questo bubbone. Chi di quella scelta porta le responsabilità non ha trovato il coraggio e la dignità di dire nulla. Ciò che nasceva avendo come perno la dimensione pubblica dell’agire moriva col marchio del suo opposto.
Per anni ho dovuto decidere se riempire di calci nel culo ragazzini figli di papà che alle spalle sussurravano falsità che non avevano il coraggio di balbettare in faccia o se abbozzare per pietà. Per chi ha deciso nella vita di mettere al centro, come priorità, il “fare politica”, vi assicuro che sta croce a gratis me la sarei evitata volentieri. Perchè lo sapete benissimo che la vostra scelta ancora oggi me la suco io e non voi.
M’avete tolto la possibilità di andare orgoglioso dell’intera storia del Bulk, mi avete tolto la possibilità di poterne vivere tutto, errori compresi, con serenità.
Mi avete di fatto per troppo tempo costretto a dimenticare tutto il bello che è stato perchè troppo preso a dover dipanare la merda di come è finito.
Chiudo, veramente, sono stanco e ormai manca la lucidità.

Ora voglio chiudere questa pagina. Il Bulk è finito da anni. Ha lasciato tantissimo di bello e importante, non voglio più perdermelo e negarmelo. Ha lasciato un’eredità difficile con cui fare i conti e cerco di farlo ogni giorno, anche se non è facile. Fatelo tutti, fatelo apertamente, fatelo tutti i giorni. E visto che sono passati anni nel più completo silenzio se riuscite solo ora a farlo perlomeno fatelo senza paraculaggini ulteriori.
Per fortuna le ruspe hanno iniziato a tirarlo giù. Io la prendo come scusa per svoltare e dire che da ora in poi cambiano alcune cose.
Chi parla alle spalle sappia che è finita la sospensione condizionale: da oggi non abbozzo. Meno. Non sarà un atteggiamento spiccatamente elaborato e sofisticato ma sti cazzi, giuro che vi meno!

E poi…e poi voglio riprendermi tutta la potenza che quell’esperienza aveva e che ho lasciato indietro per “colpa” della sua fine, tutta la bellezza di un cuore pulsante che ancora oggi ha dato tanto e vive in mille diversi rivoli.
Le cose hanno un inizio così come una fine, tutte.
Questa storia, nel suo piccolo, sono i nostri anni settanta. È ora di seppellirli, dargli il giusto riposo, senza dimenticare ciò che di buono c’è stato e facendo però i conti con tutti i limiti avuti. Sino in fondo. Io mi porto a casa questo.

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Una replica a “Demolito l’ex Deposito Bulk…fare i conti con la propria storia!”

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