Epiche gesta! 1 Maggio ’91 a Milano

 

1mag91eNon ricordo bene qual era la critica che facevamo al sindacato il Primo Maggio di quell’anno, ma eravamo critici. La preparazione al corteo non fu gran cosa, si fece un volantino e via, appuntamento per andare tutti insieme in piazza.
La sera prima però girò la voce che i Sis, il nomignolo con cui si erano riciclati i rimasugli del vecchio Caf/Mls, sarebbero venuti in piazza a rompere i coglioni. Era dall’85 che periodicamente ci si menava con loro, che ormai erano quattro gatti, ma bastardi come pochi e se potevano mettere le mani addosso a un compagno, meglio se isolato, lo facevano ben volentieri. Decidemmo quindi che un gruppo di una decina di noi si sarebbe portato la chiave, contrattura gergale con cui era implicito riferirsi alla chiave inglese (tutti diranno “Hazet 36”, ma chi ne ha mai comprata una sa bene che marche e misure erano assai più varie, anche perché di solito le si rubava in ferramenta e officine meccaniche per cui ci si prendeva quel che capitava!).

La manifestazione al mattino dopo sfila tranquilla e (ovviamente) dei Sis non c’è nemmeno l’ombra… Appena arriviamo in Piazza Duomo compare M., uno dei tanti autonominati capetti di piazza che non c’entravano un cazzo di niente con i gruppi e le realtà presenti, ma che, in virtù del loro (vero o presunto non saprei, fotte zero comunque) pedigree di gran condottieri del passato, si presentavano con la pretesa di dare ordini al servizio d’ordine. Mai sopportati, lui in particolare. Ho sempre pensato: se veramente eri qualcuno e contavi qualcosa, allora oggi non saresti fuori da tutto, e se veramente eri uno in gamba allora oggi avresti l’intelligenza di stare “affianco” a quel che c’è, e non davanti a dare ordini a gente che non conosci, coglione!
Comunque, mentre penso e nella testa mi girano ‘ste cose non mi accorgo che in pochi secondi s’è aperto un varco davanti a noi (sento odor di trappolone…) e noi, fessi come non mai, avanziamo spediti in modo da trovarci a pochi metri dal palco sindacale (la trappola sta per scattare…).
Salta fuori dal nulla (sì, dal nulla, da dietro il palco, no? Solo noi potevamo non accorgercene…) il servizio d’ordine della Cgil, una quarantina di quarantenni con in mano simpatici stalin d’ordinanza. Noi, che all’epoca eravamo un po’ più “veri” di alcune brutte copie che vorrebbero imitare “i tempi che furono” in circolazione oggi, non è che ci tiriamo indietro: gli stalin li avevamo già in mano da mò, i caschi in testa pure, per cui si inizia, via con le danze! Le randellate iniziali sono in realtà un po’ tipo il primo round di molti incontri di pugilato: ci si studia! Siccome tra noi e loro c’era di mezzo una fila di transenne, in realtà quasi tutti picchiamo coi legni sulle transenne, un po’ come per guadagnare spazio, spostandole e spingendole, un po’ per far scena e rumore. Loro più o meno uguale. Poi però pian piano (cioè nel giro di venti/trenta secondi, che ‘ste robe sono sempre velocissime e chi vi racconta epiche ore di scontri dice solo cazzate) le transenne via via vanno sparendo ai lati e ci si trova un po’ più vis-a-vis. Io ho davanti ‘sto tipo, più basso di me ma bello piazzato, ho il legno in mano e potrei palesemente colpirlo perché è scoperto… ovviamente mi risale l’animo scout e il mito operaista, per cui penso che in fondo è un operaio, non devo fargli male, che è un compagno anche lui ecc. ecc. Ovviamente mentre penso tutto ciò lui probabilmente starà pensando “studente dimmerda, figlio di papà del cazzo, autonomo bastardo, mascherati da rossi siete tutti fascisti” e mi tira una legnata boia sulla mano destra che quasi non me la rompe! Mavaffanculo, era meglio se te lo rompevo sulla cocuzza ‘sto cazzo di stalin, che se no cosa me lo son portato a fare?

Mentre avviene ciò non mi rendo conto che alla mia destra la polizia, visto che il servizio d’ordine del sindacato le sta buscando assai (non erano mica tutti scamuffi come me…) sta caricando alla grande, ovviamente passando di fianco ai sindacalisti senza dirgli manco “bah” e dirigendosi su di noi. Mi rendo conto così di esser rimasto ultimo, tutti i compagni hanno già fatto dietrofront e se la stanno dando, ma non è eroismo, proprio non me n’ero accorto! Mi giro e inizio a correre… ma cos’è sta roba che mi dà fastidio e non mi fa correre bene? Cazzo, la chiave inglese! Tiro fuori la chiave dal giubbetto mentre corro, ora ho lo stalin nella sinistra, la chiave nella destra e il casco in testa: più ridicolo che pericoloso! Correndo, dopo pochi metri una mamma avventata mi attraversa la strada con la carrozzina: la salto in corsa a piedi pari (all’epoca, anche se oggi sarà difficile crederlo, fisicamente me la cavavo…) ed evito così una possibile imputazione per omicidio di infante… manco il tempo di atterrare dal salto che mi trovo davanti un celerino che trattiene per il braccio D. cercando di portarlo via… D. sta sfilando la chiave inglese dalla giacca e tra poco ci sarà un celerino con la testa aperta (non aveva il casco la creaturina..!). Senza tanto ragionare gli corro addosso, liberando così D. dalla morsa dello sbirro e contribuendo ad evitare un’ulteriore macchia sulla sua fedina penale (e visto che D. era uno dei “vecchi” mi sono vantato del mio salvataggio periglioso per almeno un po’ di anni!).

Ancora pochi metri di corsa e mi fermo, sono arrivato più o meno all’altezza della galleria (quindi tutto ciò è in realtà avvenuto nel giro di poche manciate di secondi e in più o meno sessanta metri di spazio, giusto per rendere l’idea), mi giro, guardo verso il palco dove vedo sindacalisti coi legni, sbirri in giro e manco mezza faccia amica. Mi guardo intorno e vedo gente che mi osserva allo stesso modo con cui potrebbe guardare un tossico che si sta spruzzando: un misto di schifo, disprezzo, paura, compassione. Andiamo bene… Si avvicina M., anche lui un po’ affannato, gli mollo la chiave, o il legno, non ricordo, la scusa era che con due robe in mano non sarei riuscito ad usarne nemmeno una, la realtà è che è ormai giunto il momento di levarsi di torno e levarsi di mano qualunque cosa. Ricomincio a correre. Mi ritrovo in zona Via Matteotti, dove finalmente non vedo più sbirri e poca gente intorno per cui mi libero della chiave e mi riassetto un attimino, cercando di darmi una parvenza di normalità. Becco qualche altro compagno scappato da quelle parti e pian piano, cercando di non dare nell’occhio, ci avviamo verso il Leo.

Il giorno dopo mia madre leggendo il giornale mi riconosce nelle foto (prima pagina del Corrierone, mica cazzi!) e si mette a piangere; un paio di giorni dopo, mentre entro a Palazzo di Giustizia per un processo, “Guanti Gialli” (soprannome con cui chiamavamo uno dei Digos più bastardi) mi prende a calci all’ingresso dell’aula sussurrandomi che se anche avevo il casco m’ha riconosciuto bene… Come dire: chi ben comincia è già a metà dell’opera, no?

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