Una finestra sul Giambellino

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Giovedì 25 Ottobre a Zam verrà presentato il libro “Nella tana del drago” e, successivamente il film “Entroterra Giambellino”.

Citando la bella presentazione che AgenziaX fa del libro: “Il Giambellino è un quartiere periferico di Milano costruito tra gli anni venti e trenta del secolo scorso su un terreno agricolo molto fertile. Il rapido insediamento di fabbriche e interi isolati di case popolari lo ha reso un laboratorio sociale e politico a cielo aperto che ha saputo anticipare le trasformazioni urbane e storiche della città. Il suo nome era Cerutti Gino, ma lo chiamavan Drago. La famosa canzone che Giorgio Gaber dedicò alla piccola malavita del Giambellino è lo spunto per un progetto che raccoglie le testimonianze, elaborate in forma narrativa, degli abitanti del quartiere di ogni età. Nella tana del drago. La tana come luogo accogliente, contrapposto al drago simbolico delle tante anomalie sperimentate nella zona. Il drago Vallanzasca e quello della conflittualità operaia nel dopoguerra, della contestazione ecclesiale e della rottura con il Pci negli anni Sessanta. La costruzione della scuola Rinascita e la fondazione del nucleo storico delle Brigate Rosse. La sconfitta dei movimenti e la chiusura delle fabbriche. L’eroina negli anni Ottanta con uno dei mercati dello spaccio più grandi d’Italia. L’Aids e la comparsa delle infinite solitudini degli anni Novanta. Infine l’arrivo dei migranti che, insieme alle decine di associazioni attive sul territorio, stanno forse sperimentando un nuovo drago, quello di emergenti pratiche e poetiche di coesione sociale”.

Il Giambellino, come del resto la Barona (quartiere di insediamento di ZAM) è da sempre un quartiere ricco e problematico.
Una zona attraversata da mille storie e contraddizioni.
Se da un lato si assiste infatti a una costante effervescenza politica (mai scomparsa, neppure negli anni più difficili), dall’altro c’è una certa “ricchezza” anche nella vita criminale.
Il Giambellino è il territorio dove cresce il mito della famiglia Morlacchi e delle prime Brigate Rosse, ma anche il quartiere di formazione criminale di Renato Vallanzasca (e di tanti altri) nonché uno dei primi supermercati dell’eroina a Milano già a metà anni ’70. E sarà proprio il ponte di Santa Rita a portare l’eroina in Barona.
La Barona è invece uno storico quartiere partigiano che darà i natali anche al Collettivo Autonomo Barona (CAB) e ospitalità a formazioni armate come i Proletari Armati per il Comunismo. Scenario di alcuni degli episodi più significativi della lotta armata a Milano come l’omicidio dell’agente della Digos Andrea Campagna o la strage di via Schievano ad opera della Colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse nel Gennaio ’80.
Anche la Barona sarà attraversata da gang criminali (a volte anche legate al mondo delle curve). Celebre la strage del Moncucco del Novembre ’79, capitolo della sanguinosa guerra tra Francesco “Faccia d’angelo” Turatello e Angelo “il Tebano” Epaminonda. Fino alla feroce sparatoria del Maggio ’98 in Viale Faenza.
Entrambi i quartieri sono poi accomunati dalla vicinanza alle Buccinasco, Corsico e Cesano Boscone dei Barbaro, dei Sergi e dei Papalia e alla Trazzano sul Naviglio dei siciliani.

Ma non ci sono solo sfumature noir.
Ci sono anche salde e solide reti associative e politiche.
Un’effervescenza sociale segnalata, per esempio, dalla grande partecipazione popolare al 25 Aprile 2012 in Giambellino (nei giardini di Via Gonin).

Un’iniziativa interessante dunque.
E per stimolare ulteriormente la curiosità chiudiamo con tre citazioni letterarie che parlano proprio delle strade del Giambellino…

“Il Giambellino era un rione proletario e la presenza comunista era forte. Erano anni in cui bastava essere iscritti a un sindacato oppure essere sorpresi a distribuire un volantino per essere licenziati in tronco. La Polizia di Scelba perseguitava i comunisti, costretti ad agire in una condizione di semiclandestinità. ‘Noi ci trovavamo sempre e solo al chiuso’ ricorda Gino Montemezzani, uno dei militanti più conosciuti del Giambellino ‘guai ad esporre anche solo uno straccio rosso. Ci trovavamo negli ex rifugi antiaerei delle case popolari. Erano le catacombe, come qualcuno le chiamava’. In quelle catacombe sorgevano, sempre più numerose e frequentate, nuove cellule comuniste. Dalle cantine in cui si riunivano i compagni nacque la sezione del PCI del Giambellino, chiamata Battaglia in ricordo del partigiano Giancarlo Battaglia, fucilato a Milano durante l’occupazione nazifascista”. (La fuga in avanti, Manolo Morlacchi).

“In estate a Milano non c’era molto da fare per i ragazzi. Sopratutto per quelli del Giambellino, un quartiere dove, dopo la guerra, il Comune aveva tirato su in mezzo ai prati una serie di casermoni popolari per chi aveva perso tutto o non aveva mai avuto nulla. (…) Si giocava alla lippa coi manici di scopa. O a nascondino, finendo immancabilmente per darsi un sacco di legnate quando qualcuno non accettava di essere stato visto. Oppure ci si sfidava al carelotto, in Piazza Tirana, dove c’era il capolinea dei tram. (…) Spesso si diventava ligera per necessità, per fame o per sfuggire a un destino di lavoro che portava diritto alle linee della Breda o della Marelli. Ed al Giambellino di gente così ce n’era tanta”. (Etica criminale, Massimo Polidoro).

“In Via Odazio non sapevano cosa fosse la beat generation, ma conoscevano l’eroina. Non avevano sentito nominare Allen Ginsberg, eppure è in quella strada che andavano a cercare la “roba”. Là era nato il primo mercato a cielo aperto della droga a Milano. Spacciavano sotto i lampioni, tra i giardinetti verso Largo Giambellino, nascondevano le carte stagnole piegate nei tubi di scappamento delle 128 (…). L’eroina, invece bisognava andarsela a prendere laggiù, in quel quartiere diventato famoso, negli anni del boom, per la canzone di Gaber dedicata al Cerruti Gino (…). Dieci anni dopo sembrava già di vivere in un malsano dopoguerra, con un clima da borsa nera attorno a certe latterie affollate, con facce spaventate, morte, disperate”. (Manager calibro 9, Luca Fazzo e Piero Colaprico)

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