L’ANPI al bivio e il coraggio della disobbedienza

I 30.000 antifascisti in corteo a Milano il 10 Febbraio 2018.

Dopo i gravissimi fatti di Macerata e la vicenda del ritiro dell’adesione al corteo di sabato 10 febbraio, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sta vivendo una delle fasi più delicate della sua esistenza, stretta tra una nomenclatura pavida e una base attiva ma demoralizzata.
Si tratta però di un processo che non nasce oggi e che, forse, è tempo divenga tema di dibattito anche fuori dall’Anpi.

Cominciamo subito col dire che in Europa non esiste nulla di paragonabile all’Associazione Nazionale Partigiani per: longevità (73 anni), radicamento territoriale (510 sedi), forza comunicativa (“Patria Indipendente” ha 5000 abbonati) e numero di iscritti (130.000 circa); una realtà che ha saputo essere inoltre rivitalizzarsi dall’apertura del tesseramento, dal 2006, ai “non combattenti”, che oggi ne costituiscono l’ossatura militante principale.
L’aumento esponenziale degli iscritti degli ultimi dodici anni però non è soltanto figlio di un indubitabile attaccamento ai valori della Resistenza, ma soprattutto del combinato disposto tra il degrado/crollo della sinistra istituzionale e l’avanzata costante di formazioni xenofobe e neofasciste.
L’Anpi è diventata insomma, da più di un decennio, l’ultima casa per quella sinistra diffusa (anche giovanile), orfana di opzioni partitiche o insofferente all’incompetenza politica attuale, rimanendo sempre a metà del guado, temporeggiando e lanciando, dall’alto, retorici ammonimenti sulla grande stampa e, dal basso, collaborando localmente, un po’ di nascosto, con i movimenti antifascisti.

Una dialettica instabile figlia ovviamente di una struttura di comando spesso commissariata (in ogni suo livello) dall’ortodossia Pci-Pds-Ds-Pd e da una base militante (più politicamente radicale) che ha assistito per due decenni in tutta Italia all’avanzata della violenza squadrista delle formazioni di destra.
Questa duplicità a lungo taciuta è esplosa in modo lacerante tra il coraggio della campagna per il No alla Riforma Costituzionale di Renzi e le vicende di Macerata, ma è un qualcosa che localmente viviamo da anni nel rapporto dell’Anpi con l’antifascismo militante e con le lotte territoriali di massa.
Nel caso del dopo-Traini per la prima volta però questo dualismo ha invertito i suoi rapporti di forza, producendo una insubordinazione dal basso agli ordini di una dirigenza eterodiretta e paurosa, costretta poi, nonostante gli equilibrismi, a capitolare.
Infatti, nonostante le direttive targate Pd, le tante straordinarie piazze antifasciste del 10 febbraio (in particolare a Macerata e Milano) si sono riempite di bandiere, striscioni e fazzoletti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

L’Anpi si trova quindi a non poter più rimandare una questione che sta sul piatto da anni: se continuare ad essere in modo ferreo una tranquilla associazione collaterale al Pd (qualsiasi scelta esso prenda) o dialogare nelle differenze, finalmente a viso aperto, con chi territorialmente costruisce ogni giorno una opposizione reale alla crisi, al razzismo, alla devastazione ambientale/sociale e ovviamente alle destre radicali.

La realtà di ogni giorno ci dimostra che il problema dei fascisti non è un tema a sé stante: un qualcosa che rigurgita dal passato tramite una seduta spiritica, si sdogana sui giornali e a scuola e si legittima grazie a tv, partiti, prefetti o sindaci, ma è inserito nella nostra contemporaneità sociale, economica e politica.
I fascisti erano/sono/saranno sempre al servizio e a difesa di un sistema che sfrutta, devasta, impoverisce, sussume e uccide; mutevoli, mediatici e violenti come i loro padroni; è solo collaborando con chi dal basso si oppone a tutto questo che, crediamo, si otterranno dei risultati.
Inutile rimanere prigionieri di un dibattito mediatico in cui da una parte “le nuove camicie nere” servono solo a far fare carriera a qualche giornalaio televisivo o da edicola pieno di sé e dall’altra riempiono le dichiarazioni allarmate e costernate dei politici in una squallida campagna elettorale; la situazione è ben diversa.
Basterebbe forse non isolare e parlare senza timore con chi i fascisti ogni giorno, quando riesce li caccia a calci in culo dalle periferie o dalle piazze, finendo spesso in tribunale per questo: occorre rassegnarci, la retorica delle “Medaglie d’oro” e della “tenuta democratica” è qualcosa da anni di inefficace, perché, piaccia o non piaccia, il tessuto sociale e la memoria civile sono cambiati.

Ci permettiamo di chiederci tutto questo proprio perché consideriamo l’Anpi un qualcosa di amico, vitale e prezioso con il quale da anni a Milano condividiamo valori, appelli, dibattiti, strade e, a volte, manganellate; non ci appartiene però il rispetto sacrale o la sudditanza acritica.
Il neofascismo che abbiamo tutti davanti è calato e a suo agio nei lati oscuri della globalizzazione e nella rabbia generata dalla più grave Crisi capitalistica della storia, non coglierlo e restare ancorati a vecchie letture produce solo impotenza, frustrazione e disorientamento.
Forse questo interessa poco ai vertici dell’Anpi (Nazionali, Regionali e Provinciali) ma è la realtà che decine di migliaia di suoi iscritti hanno ben chiaro davanti agli occhi: quelle stesse persone che insorgendo e disobbedendo sabato scorso hanno determinato una giornata storica, unendosi senza timori alle tante e ai tanti che in tutta Italia sono scesi in piazza.

A fascisti del Terzo Millennio, Partigiani del Terzo Millennio, tertium non datur.

 

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