La narrazione mancante: A lot of bricks in the wall: produzioni culturali nelle occupazioni di ultima generazione

1375319_738820462802115_448865487_nMi sveglio nervoso.
Ho passato la notte in un centro sociale ascoltando musica vera che altrove non avrebbe mai trovato spazio e, al mio risveglio, automaticamente cominciano a rimbombarmi nella testa le parole di Gino Paoli (presidente della SIAE) che, praticamente, chiede di sgomberare il Valle e tutte le realtà autogestite che operano sul territorio italiano. Penso che fortunatamente nel panorama indipendente c’è ancora chi risponde a tono e con segnali forti a quanto dice Gino Paoli…

Già quando ero più giovane io e i miei amici per scappare dal nulla che investiva il paesino di provincia in cui viviamo, per lo più, ci recavamo in qualche centro sociale. Lo facevamo per chiacchierare con qualcuno, per non dover spendere i soldi che, tra l’altro, non avevamo e perché ci piaceva e ci piace la musica vera che purtroppo da noi al sud, a causa di logiche legate unicamente al profitto, non trova più spazio da nessuna parte.

Per questo è facile capire che chi vede negli spazi occupati un limite e non un valore alla produzione di arte, lo fa assolutamente in mala fede.

Idea che col tempo mi ha sempre più convinto grazie anche alla decisione di far fruttare le ore passate a studiare musica dedicandomi alla materia in maniera più professionale.

Decidendo ciò, mi sono automaticamente scontrato con una serie di inevitabili ostacoli: la costante situazione di precarietà dell’essere artista, la totale mancanza di fondi sia pubblici che privati per tutto ciò che riguarda l’arte, la mancanza di gestione diretta da parte dei lavoratori dell’arte dei luoghi adibiti a fare cultura, il dovere alla Siae una quantità immane di denaro, l’essere bistrattato sia dai circuiti commerciali (che alla musica inedita e alla sperimentalità di alcune proposte, preferiscono sempre la cover band di Vasco Rossi) sia dai progetti culturali organizzati da apparati pubblici (festival organizzati a livello comunale che fanno suonare soltanto il figlio di questo o quello), e via dicendo…

In mezzo a questa sofferenza gli spazi autogestiti sono stati, con tutti i limiti dovuti a una strumentazione non sempre adeguata, una manna dal cielo.

Infatti oltre a fornirmi un luogo in cui portare la mia arte, mi hanno messo  in relazione con gli artisti che condividevano questi stessi problemi permettendo di creare reti e contrastando l’individualismo che, ahimè, spesso caratterizza gli ambienti culturali in generale.

Quello che voglio dire con questo inutile racconto autobiografico è che gli spazi autogestiti nel momento in cui decidono di diventare i poli irradiatori della cultura underground creando circuiti e connessioni, e non soltanto dei luoghi in cui l’artista va ad esibirsi o ad assistere a esibizioni, stanno facendo due cose: da un lato creano la possibilità di formare reti con interessi e rivendicazioni comuni che posso essere affiancate a quelle dei movimenti sociali e dall’altro lato stanno creando i presupposti per la nascita di un immaginario legato ai movimenti (grazie alla presenza stessa e alla partecipazione degli artisti negli spazi sociali).

Gli ultimi ragionamenti non possono non rimandarmi all’esperienza dello Shtogun Record Studio, un laboratorio/studio di registrazione hiphop che si trova nello spazio di Mezzocannone 12 Occupato, che in un anno è riuscito a diventare uno dei fulcri dell’underground hiphop napoletano.

Questa esperienza oltre ad aver avvicinato ai nostri contenuti e alla nostra proposta politica decine di giovani che per assistere alle esibizioni o per registrare il proprio brano si trovano ad attraversare i nostri spazi, sta riuscendo a poco a poco anche a mettere a tempo di beat le battaglie che ogni giorno affrontiamo per riprenderci questa città pezzo dopo pezzo.

https://soundcloud.com/bastardogz/02-insurgencia-bastardogz-prod

Per concludere queste riflessioni voglio agganciarmi a quanto Andrea Cegna dice rispetto alla mancanza di una narrazione dei nostri tempi da parte di artisti giovani.

Io credo che una narrazione dei tempi odierni esista e sono diversi i nomi che mi vengono in mente, alcuni dei quali citati da Andre Cegna stesso ma aggiungerei anche  Baustelle, Zen Circus (etc..) e altri nomi provenienti da realtà purtroppo di nicchia (penso in particolare ad alcuni cantautori napoletani); il problema è che non sempre siamo riusciti ad essere la “casa” di questo mondo indipendente che anzi molto spesso ci siamo fatti sfuggire dalle mani.

Le nuove occupazioni che creano luoghi di socialità, luoghi di performance artistiche e case di produzioni devono essere in grado di dare un tetto sia a all’underground più di nicchia sia ad esperienze che riescono ad avere un’ ampia diffusione.

Se riusciremo a vincere questa sfida, forse riusciremo anche a vedere la nostra idea di mondo amplificata dalle casse degli artisti che ci attraversano.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *