L’attitudine No Expo, nel tempo e nel freddo

comunicato area 1L’ATTITUDINE NO EXPO, NEL TEMPO E NEL FREDDO

DENTRO E OLTRE LE 5 GIORNATE DI MILANO.

Si sono appena concluse “le 5 Giornate di Milano”: dal 29 Aprile al 3 Maggio, giorni intensi di lotta, scambio e autogestione, protesta, sconfitte e successi.

A distanza di alcuni giorni dalle mobilitazioni lanciate dalla Rete Attitudine No Expo, fra i comunicati che si susseguono, vogliamo prendere parola anche noi su alcune questioni che hanno segnato le piazze, cercando di uscire dallo steccato dei messaggi del movimento per il movimento, che non è stato e non sarà l’unica parte coinvolta nella lotta contro Expo. Abbiamo atteso questo tempo, perché ritenevamo importante affrontare prima un momento approfondito di restituzione e dibattito interno ai nostri spazi e collettivi, oltre che con la rete con cui abbiamo costruito, nel bene e nel male, tutto questo percorso.

Le valutazioni da fare non posso prescindere dal considerare già il 29 Aprile come apertura delle giornate di mobilitazione.
L’iniziativa antifascista nel settantesimo anniversario della Resistenza ha portato in piazza migliaia di persone. La determinazione e la chiarezza messi in campo dalla rete cittadina di “Fascisti e Razzisti no grazie” nel rifiutare chiaramente la parata fascista in ricordo di Ramelli, hanno creato una mobilitazione quanto più allargata e comprensibile possibile.

Il 30 Aprile abbiamo visto una piazza studentesca animata a fine anno scolastico da duemila persone sulla tematica del rifiuto del lavoro gratuito. Per noi è necessario restituire alla giornata di mobilitazione studentesca l’importanza e il valore che ha avuto come prima data delle mobilitazioni cittadine contro Expo. E’ stata una mobilitazione interamente costruita da studenti, medi ed universitari, che ha saputo avere un respiro nazionale e anche internazionale, eterogeneo e trasversale. All’interno del corteo molte sono state le azioni dispiegate, tra cui ricordiamo il sanzionamento del Consolato turco per segnalare le vergognose politiche di Ankara nei confronti del popolo curdo, oltre ai comportamenti tenuti durante l’assedio dell’Isis di Kobane e un colorato intervento sulla facciata di Manpower, l’agenzia interinale che gestisce i “lavoratori gratuiti” per conto di Expo Spa. Queste e altre azioni nascevano e vivevano in un processo collettivo di ragionamento e condivisione.
Altro dato interessante che ci consegna la giornata del 30 è la presenza attiva, e segnalata da continui interventi dal camion, degli studenti di Berlino, Lipsia e Francoforte, segno che dopo Blockupy c’è una volontà comune fra molti in Europa di avere una maggiore convergenza e intreccio sul piano delle lotte. La giornata del 30 ha segnato un passaggio importante all’interno dell’opposizione ad Expo: in una Milano dove il marcio dietro al grande evento è stato occultato da una campagna propagandistica che ha tentato di sbandierare slogan senza sostanza, l’ampia componente studentesca rappresenta la possibilità di coinvolgere la cittadinanza attraverso la partecipazione dal basso e la costruzione di un agire politico comune.
Il mondo della scuola, sceso poi in piazza il 5 Maggio per una mobilitazione interna alla lotta contro la riforma della Buona Scuola, è ancora un terreno fertile per la creazione di mobilitazioni contro modelli di governo imposti dall’alto. Dalla mobilitazione nelle scuole, dal rifiuto del lavoro volontario e gratuito per gli studenti e le studentesse ripartiremo nei prossimi mesi di Expo

Il Primo Maggio Milano è il palcoscenico della ormai tradizionale della Mayday Parade, un corteo musicale e festoso che si è caratterizzato per la capacità di portare in piazza la voce dei lavoratori precari e non solo, in forme sempre nuove, conflittuali e inclusive. Negli ultimi due anni la natura di questa manifestazione è radicalmente cambiata. Con l’avvento di Expo2015 si è deciso di declinare questa manifestazione come momento di conflitto e contestazione al grande evento, oltre che alla precarietà delle vite di tutti/e.

Abbiamo deciso di opporci ad Expo perché rappresenta la fiera della cementificazione e predazione del territorio, della divulgazione di una tipologia di cibo che fa l’occhiolino agli OGM e alle multinazionali, del lavoro gratuito mascherato da grande occasione, della privatizzazione e del debito pubblico, della discriminazione dei generi, delle organizzazioni mafiose, delle tangenti e degli arresti dei suoi dirigenti.

Il Primo Maggio la nostra partecipazione si collocava all’interno di “Expo in ogni città” con lo spezzone “ScioperiamoExpo” con cui si intendeva mettere in questione specificatamente alcune dimensioni.
In primo luogo la vertenza sul lavoro ai tempi di Expo e quindi l’esposizione concepita non come un grande evento, bensì come paradigma che si impone confermando la precarietà come dato strutturale. Expo è promotore di quell’economia della promessa in cui i lavoratori accettano qualsiasi condizione nella speranza di un’esistenza più stabile.
Questo nei cantieri Expo si è tradotto in un aumento incessante dei ritmi di lavoro e nell’annullamento dei diritti, anche in relazione alla tutela.
Per questo abbiamo voluto ricordare Klodian Elezi, il giovane lavoratore morto a causa delle inesistenti condizioni di sicurezza sul lavoro nei cantieri della Teem.
Il percepire Expo come paradigma di un modello di governo del territorio non può non considerare la dimensione europea in cui si colloca. Expo rappresenta un modello di falsa crescita e sviluppo: mentre un comparto pseudo-industriale si arricchisce sulla devastazione della città e della sue dimensioni sociali e popolari, dall’altra parte aumenta il debito a causa dell’ingente investimento di soldi pubblici. Questo modello è pensato per abbattere la possibilità di uno stato sociale in grado di sostenere la popolazione: in un periodo di recessione come questo l’imperativo è tutelare la finanza a discapito dell’economia reale e del benessere collettivo, l’ordine è tenere in vita un sistema già fallito.

Ci siamo diretti quindi al Palazzo delle Stelline sede di rappresentanza del Parlamento e della Commissione europea, obiettivo che si caratterizzava anche per un’urgenza di ordine morale: la messa in discussione delle politiche omicide dei governi europei che, in nome del consenso elettorale e dell’idea dell’Europa come una fortezza da difendere, abbandonano al proprio destino in mare migliaia di profughi e migranti. Si è collettivamente deciso di provare a raggiungere quella sede perché pensiamo che si debba costruire uno spazio europeo dei conflitti, che sappia mettere in crisi le politiche di austerity che stanno spazzando via un gran numero di diritti e conquiste sociali.
Abbiamo deciso di indossare le pettorine dei volontari Expo per raccontare il disastroso accordo fra confederali, Comune e Expo che sancisce la possibilità per una grande impresa privata di abusare di lavoro gratuito spacciandolo come volontariato.
Quest’azione è stata messa in campo in una cornice di condivisione e tutela del resto del corteo da parte di una pluralità di soggetti e collettività da tutta Italia e dalla Germania. Questo siamo noi e non smetteremo di portare con i nostri corpi il nostro dissenso, quando riteniamo calpestati i diritti.
Noi decidiamo con coscienza di colpire punti sensibili della città sede e simbolo di chi calpesta il bene comune per il profitto di pochi.
Lo facciamo con una presenza comunicativa che sappia coinvolgere e far immedesimare chi sfila in corteo per far sentire la propria voce.

Se era doveroso dare conto di quanto le nostre collettività hanno messo in atto, non si può però omettere una valutazione più complessiva anche in merito a quella che è stata la dimensione più enfatizzata dai media. Innanzitutto, come già altri hanno scritto prima di noi, non riteniamo che quanto avvenuto nella piazza milanese sia ascrivibile allo stesso ordine di eventi di Baltimora, Ferguson o di una novella piazza Statuto. Non abbiamo visto una composizione sociale esclusa dalle dinamiche classiche organizzative prendere parola passando ai fatti.
Qualcuno parla di rabbia e rivolta, per noi non c’erano né l’una né l’altra.
Pochi mesi fa, come se non bastassero 7 anni di austerità, l’articolo 18 è stato abbattuto e il Jobs Act ha fatto ulteriore carne da macello dei lavoratori. Le reazioni, a livello di conflitto sociale agito quotidianamente, non sono state all’altezza del momento e purtroppo ci sembra che la situazione, in questi mesi, non sia cambiata in meglio.

Quella che si è dispiegata in tutta chiarezza nel corteo milanese è un’opzione politica che da tempo si affaccia sulle piazze italiane. Chi ha deciso di praticare questa scelta politica ha deciso anche di sorvolare completamente il livello della costruzione condivisa e di agire, consapevolmente, al di là delle modalità che si era deciso collettivamente di tenere, usando come paravento e artificio retorico una presunta rabbia sociale che stranamente si palesa solo nelle piazze strutturate.
Questa “rabbia” è andata a sovradeterminare le impostazioni politiche e di metodo di una rete eterogenea e includente quale è la Rete Attitudine No Expo, snaturando così il significato di un corteo con l’attuazione di pratiche che hanno ipotecato in maniera identitaria il corteo.

Il problema per noi non sono le vetrine o le macchine distrutte, non sono le pratiche in sé, ma i ragionamenti e le elaborazioni: difficilmente possiamo immaginare un immediato futuro in cui si possa trovare un elemento che garantisca la mutua esistenza nostra e di chi si fa portatore di queste tesi, perché questa opzione si pone in maniera di forte incompatibilità con la nostra idea di movimento. Noi crediamo nella partecipazione, nell’allargamento, nella contaminazione, nella divulgazione, nel conflitto radicale, che non si può tradurre sempre e soltanto con il riot di piazza.
La nostra idea di conflitto vive nella costruzione di legami che sappiano rendere la complessità e tengano insieme differenze.
Pensiamo che la tutela delle persone che decidono di compiere dei pezzi di strada assieme sia un elemento cardine e non possa essere subordinato alla pratica di obiettivi.
Chi ci conosce sa bene che non siamo allergici alla conflittualità di piazza, ma questa dovrebbe sempre cercare di aprire spazi, mutare i rapporti di forza, rilanciare. Gli ultimi anni di movimento hanno visto alcune giornate in cui questa potenza si è dispiegata a pieno, anche in una città difficile come Milano.
Quando si torna sui posti di lavoro, nelle scuole e nei quartieri dove si vive quotidianamente e la reazione maggioritaria (tranne poche sacche solidali “a prescindere”) è l’aperta ostilità, un’ostilità che altre volte non si era manifestata, è evidente che qualcosa non ha funzionato.

comunicato area 2La giornata del 2 Maggio, passata in sordina, ha in realtà regalato differenti momenti di soddisfazione e, nel suo piccolo, di ripartenza per quanto riguarda la lotta contro Expo. La pedalata verso il sito e il pranzo sociale davanti a Eataly, messo in campo dalla rete di Genuino Clandestino, sono due esempi della risposta tematica e di contenuto a Expo. Mobilità sostenibile, contro mega-costruzioni e svincoli autostradali immensi quanto vuoti, al secondo giorno dell’esposizione. In piazza 25 Aprile, invece, cibo a chilometro zero, rispetto dei produttori e della terra, dalla produzione al consumo finale. Spettacoli musicali e la presenza dissacrante della Clown Army, che ha saputo ridicolizzare l’apparato poliziesco disposto a difesa di Eataly.
Non crediamo con questo di aver espresso meno “rabbia” con queste iniziative, non crediamo che la rabbia sia un’emozione a completo appannaggio di alcun*, di chi la esprime in un solo modo e soprattutto non ci interessa tanto la rabbia in sé, ci interessa tradurla in azione politica, in proposta intelligente e collettiva di alternative reali.

Il 3 Maggio avremmo dovuto chiudere le giornate di mobilitazione con una grande assemblea di rilancio del percorso No Expo e dei sei mesi che ci aspettano. L’assemblea non si è tenuta. In quel momento, infatti, mancava il clima necessario; e tanto ci basta,

Ma domenica 3 Maggio alcune vie di Milano sono state percorse da un corteo silenzioso, se non per i proclami legalitari e perbenisti, che ha espresso la propria indignazione per quanto avvenuto in piazza il Primo Maggio ripulendo i muri dalle scritte e ha voluto così rappresentare il suo orgoglio di appartenenza alla città.

Nessuno tocchi Milano? E’ particolarmente fastidioso se detto da chi non ha mosso un dito per ridiscutere le nocività che il modello Expo porta. Vedere la propria città devastata da opere pubbliche inutili, da cantieri con conclamate infiltrazioni mafiose, la sottrazione di denaro pubblico dovuta a spese esagerate, corruzioni e tangenti, la distruzione del sistema di tutele contrattuali e dei diritti dei lavoratori, l’attacco generalizzato al diritto alla città di giovani, famiglie, anziani, non scalfisce il muro di indifferenza della popolazione meneghina. Sicuramente anche la Rete Attitudine ha le sue colpe, noi stessi abbiamo certamente perso tante occasioni di aumentare la diffusione e la comprensibilità dei nostri messaggi, ma esiste una condizione oggettiva di distacco dei soggetti dall’interesse comune, dall’interesse per “il comune”.

L’atomizzazione delle relazioni sociali, l’individualismo capitalista si è radicato così profondamente nello spirito e nelle abitudini delle persone, nel dibattito pubblico, da generare un triste cortocircuito.

In quella piazza domenica c’erano anche tante persone che hanno affrontato le mobilitazioni migliori di questi anni, o che sono più volte passate nei nostri spazi, o che si spendono talvolta in iniziative di “sinistra” oltre e fuori dai partiti. Comprendere e ricomporre lo scollamento di queste persone dalle motivazioni più profonde del No Expo; ricreare e rafforzare la comunicazione; eliminare la possibilità che un silenzioso corteo del genere si verifichi dopo una qualunque altra manifestazione, saranno i punti principali da aggiungere alla nostra lotta contro Expo da ora in avanti. In virtù della condivisione dei contenuti

Per noi le alternative a questo paradosso sono l’affermazione, la ri-affermazione dell’autogestione, la creazione di una vita comune e di un’alternativa fatta di discorso collettivo, reciproco aiuto e cura.

Con orgoglio ben diverso diciamo che noi “tocchiamo” Milano quotidianamente, nei nostri spazi, nei luoghi dei conflitti.
Perché toccare e intervenire è la nostra modalità di amare e rispettare la metropoli. Noi mettiamo tutti i giorni le mani su e dentro Milano, nei nostri spazi occupati e autogestiti, nei nostri progetti dal basso, aperti e attraversabili da tutti.

Inoltre si torna a parlare di restrizioni al sacrosanto diritto di manifestare, anche attraverso il reato di devastazione e saccheggio, rispolverato ad hoc per questo tipo di occasioni e la cui applicazione è usata come deterrente.
Rigettiamo questa strategia general preventiva inserita in una dimensione liberticida; esprimiamo solidarietà e chiediamo l’immediata liberazione degli arrestati, prime vittime del clima creato ad arte dalla stampa e dai tanti esponenti delle istituzioni cittadine e nazionali.

Insieme alla Rete Attitudine No Expo, ripartiamo dal due Maggio, per proseguire la lotta nei sei mesi di Esposizione ed oltre, nella proposta di iniziative, eventi, manifestazioni che portino alla condivisione vera e reale di una sempre più larga fetta di cittadinanza. Per riconquistare quel consenso che, anche grazie al lavoro dei media e alla loro visione parziale, è stato messo a dura prova. Facendo in modo che i nostri contenuti possano arrivare sempre chiari e non travisati da chi ha il potere di manipolarli.

Ripartiamo dal 20 Giugno giorno della No Expo Pride che avrà luogo a Milano.
Nel tentativo di appropriazione al diritto ad una città frocia e queer, libera da identità releganti e vetrine costruite ad hoc da Expo,dove la differenza non sia rinchiusa ognuna nel proprio ghetto ma sappia vivere e confliggere.

Ripartiamo dal festival degli studenti che animerà il Parco Lambro e ridarà la parola agli studenti per riannodare il filo della discussione.

…E nonostante tutto saremo ancora No Expo, nel tempo e nel freddo

Zona Autonoma Milano
Csoa Lambretta
Rete Studenti Milano
Casc Lambrate
Dillinger Project
Collettivo Bicocca

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Una replica a “L’attitudine No Expo, nel tempo e nel freddo”

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