Grana Padano e noi: costringere l’industria zootecnica a difendersi.
Il 23 dicembre 2025 cinque persone hanno interrotto la tranquillità borghese del tradizionale concerto di Natale nel Duomo di Desenzano del Garda (Brescia), la cittadina sul Lago di Garda in cui ha sede legale il Consorzio di Tutela Grana Padano. Motivo della contestazione il finanziamento di Grana Padano, sponsor unico sia della rassegna di eventi natalizi “Luci e note di Natale” che della stagione concertistica “Garda Lake Music Excellence”. Il Concerto di Natale rappresentava quindi la perfetta intersezione tra le due, ed è lì che abbiamo deciso di portare il nostro messaggio di protesta. Tre di noi si sono avvicinate all’altare con uno striscione che recitava “Non c’è Natale negli allevamenti”, con il logo di Grana Padano sbarrato. Le prime dieci file della Chiesa erano riservate alle autorità civili e militari della città, che prontamente si sono alzate e hanno coperto la scritta e l’intera contestazione. Nel giro di pochissimi minuti, tutte e cinque, tra spinte e strattoni da parte delle forze dell’ordine, ci siamo ritrovate fuori dal Duomo. Mezz’ora dopo eravamo tutte e cinque in commissariato, da cui saremmo uscite solo poco prima delle due di notte con una denuncia per manifestazione non preavvisata.
Non sapevamo che il bello doveva ancora venire: il giorno successivo ci siamo ritrovate su tutti i giornali, e non per merito nostro. Siamo un gruppo piccolo: non abbiamo avuto nemmeno le forze di inviare un comunicato stampa ai giornali nazionali, ci siamo limitate a farlo alle testate locali. Chi ne aveva sicuramente le forze, a livello economico e organizzativo, era invece Grana Padano, che ha inviato una nota all’ANSA prontamente ripresa dai più grandi quotidiani nazionali. Conoscevamo già le farneticazioni del dg di Grana Padano Stefano Berni in quanto non è la prima volta in cui ci troviamo a protestare, direttamente o meno, contro il suo Consorzio. Già nel maggio scorso, infatti, la reazione a una contestazione in piazza a Mantova con del letame non aveva lasciato indifferente Grana Padano, che aveva annunciato querela a mezzo stampa, parlando di noi come “alleati consapevoli dei potentati che vogliono sostituire le proteine animali con cibi ‘monster’ geneticamente modificati e ultra-processati”1. Non possiamo affermare che Berni sia un uomo pieno di fantasia, visto che anche questa volta, più di sei mesi dopo, ha ribadito la stessa teoria, dichiarando a tutta Italia che noi saremmo finanziate da multinazionali che mirano ad eliminare il cibo della “tradizione”2. Inoltre, il Consorzio preannunciava per la seconda volta una querela per diffamazione (della prima non abbiamo notizie, se non l’intenzione apparsa sui giornali).
Il nostro collettivo, No food No science, è nato nel 2024 a Mantova su iniziativa di una manciata di persone che sentivano la necessità di costruire un’opposizione attiva, politica e antispecista, alla narrazione e all’operato dell’industria animale, che nel nostro territorio spadroneggia e detta legge anche alle istituzioni. Eravamo e siamo studenti, insegnanti, persone che lavorano in ambito scientifico e sociale, e che per questo nella propria vita hanno deciso di prendere una posizione. Abbiamo, per la maggior parte, tra i venti e i trent’anni e nessun capitale da investire.
Questa asimmetria di risorse non è però un dato contingente, ma l’effetto diretto di un sistema economico e produttivo, il capitalismo agro-industriale, fondato sulla concentrazione del potere e sull’estrazione di valore basato sullo sfruttamento e sulla distruzione di corpi umani e non umani, oltre che delle risorse ambientali. All’interno di questo sistema, la zootecnia intensiva e l’industria del latte si configurano come nodi centrali che generano profitto attraverso lo sfruttamento sistematico degli animali, delle risorse naturali e, spesso, del lavoro umano, contribuendo in modo significativo alla crisi ecologica — e, aggiungiamo noi, etica e politica — del nostro tempo, come hanno mostrato numerose inchieste indipendenti e analisi critiche.3
Oltre alle esternalità ecologiche dannose per la salute umana e ambientale, la sofferenza animale si trova al centro di questo sistema, come una conseguenza strutturale di pratiche estrattive e produttive consolidate e insostenibili, orientate prioritariamente alla ricerca del profitto. Negli allevamenti intensivi gli animali sono concentrati a migliaia in spazi ristretti e in cattive condizioni igieniche; sono ingegnerizzati geneticamente e selezionati per massimizzare la loro resa produttiva, spremuti — letteralmente — fino all’esaurimento fisiologico o al momento della loro macellazione programmata; indirettamente, il “sottoprodotto” di queste attività è una grande quantità di reflui che contamina le acque e i suoli dove viene rilasciato; infine, questo sistema si regge su colture intensive di mangime, la cui produzione necessita di un elevato consumo di acqua e un uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi, oltre a essere la principale causa di deforestazione e perdita di biodiversità, soprattutto nei territori del Sud globale.
Il successo commerciale di Grana Padano si basa proprio su questo modello produttivo, messo in discussione da Altreconomia in un’inchiesta del 20244, che ha evidenziato gli impatti negativi sulla salute e sull’ambiente e andando oltre la narrazione che lo presenta come espressione innocua e benevola della tradizione e dell’eccellenza alimentare italiana.
Nonostante tutto, questo sistema continua a orientare le politiche agricole e alimentari che sono sempre più subalterne agli interessi industriali. È dentro questa cornice strutturale che va letta anche la sproporzione di mezzi tra un colosso come Grana Padano e chi, come noi, prova a mettere in discussione pubblicamente questo modello.
Noi, in tribunale contro Grana Padano, avremmo da portare solo l’idea fortissima che ci guida ogni giorno: quella di un mondo migliore, liberato, per animali umani e non umani. Grana Padano, invece, investe più di 50 milioni all’anno solo in pubblicità5. Per loro denunciarci è una passeggiata a costo zero.
Il 28 dicembre la polizia ci ha cercato nuovamente. Risultato: un foglio di via e un avviso orale. Aprire uno striscione in una Chiesa comporta questo. Non sono tempi facili, ma proprio per questo riconosciamo il nostro posto e il nostro dovere in questa società: continuare la protesta.
Ci vediamo a Mantova a maggio e settembre contro Food&Science e Festivaletteratura, grandi eventi cittadini finanziati dalla zootecnia, e ogni qualvolta e in ogni dove sia necessario amplificare la voce degli animali che in allevamenti e mattatoi si ribellano alla propria oppressione, fuggono, mordono e scalciano per essere liberi.
a cura del collettivo No Food No Science
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Note a piè di pagina
- https://www.gazzettadimantova.it/territorio-mantovano/mantova-letame-protesta-animalisti-1.12685219
- https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2025/12/24/grana-padano-denuncia-gli-attivisti-anti-allevamenti_f48fc9e1-8b29-4fb1-be8f-d854da2e85f0.html
- Citiamo, tra gli altri, il report “Roasting the Planet” pubblicato da Foodrise nel 2025, “Un pianeta allevato” pubblicato dal WWF nel 2021, e uno studio del 2025, pubblicato sulla rivista internazionale e interdisciplinare “Animals” di MDPI che documenta evidenze scientifiche sugli effetti della zootecnia intensiva sulle condizioni di vita e il benessere degli animali, correlandolo con gli impatti ambientali.
- https://altreconomia.it/ecco-perche-il-successo-del-grana-padano-e-un-problema-sanitario/
- https://www.giornaledibrescia.it/economia/grana-padano-2024-miglior-anno-di-sempre-assemblea-consorzio-swy4usam
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antispecismo capitalismo Grana Padano
