L’omicidio di Abderrahim Mansouri, le crepe della versione ufficiale e la corsa allo scudo penale | Osservatorio Repressione
Un colpo sparato da almeno venti metri. Una sagoma intravista nella penombra. Una “reazione istantanea”. È così che l’agente di polizia ha spiegato al pubblico ministero Giovanni Tarzia perché, nel pomeriggio di lunedì, in via Impastato a Milano, ha ucciso Abderrahim Mansouri, 28 anni, cittadino marocchino con permesso di soggiorno valido, noto alle forze dell’ordine e con precedenti per spaccio e rapina. Un colpo solo, esploso verso una persona che impugnava quella che sembrava un’arma vera e che si è poi rivelata una pistola a salve.
Da qui inizia una storia che non riguarda solo un fatto di cronaca, ma il modo in cui lo Stato esercita il suo potere letale, come lo giustifica e come tenta di renderlo intoccabile.
L’agente, quarantenne, assistente capo in servizio al commissariato Mecenate, è indagato per omicidio volontario ma non è stato sospeso. È descritto come “di grande esperienza”, encomiato per le operazioni contro lo spaccio, profondo conoscitore del territorio. Un dettaglio che pesa: conosceva bene quel boschetto, tanto da dichiarare di avervi effettuato “circa quaranta arresti l’anno scorso”. Eppure, non avrebbe dovuto trovarsi lì.
Secondo la ricostruzione, dopo un appostamento solitario e non previsto, l’agente decide di intervenire in un “servizio” che, a suo dire, “non stava dando esito”. Si unisce ai colleghi, si addentra nel bosco, si copre il volto con il cappuccio perché “molto conosciuto in zona”. È in questo contesto opaco – penombra, agenti in borghese, assenza di bodycam – che avviene l’incontro fatale.
La versione ufficiale è tutta affidata a una sola voce: quella dell’agente che ha sparato. Non ci sono riprese, non ci sono testimoni diretti indipendenti. Solo un collega che seguiva a distanza di almeno cinque metri. Mansouri, riconosciuto come “Zack”, si sarebbe fermato, avrebbe estratto l’arma e l’avrebbe puntata. Un colpo. Poi il corpo a terra. Poi un gesto che inquieta: l’agente ammette di aver spostato la pistola, che si trovava “a quindici centimetri dalla mano” della vittima. Lo fa, dice, perché Mansouri “rantolava”. Non ricorda con precisione.
Dieci minuti dopo arrivano i soccorsi. Mansouri non parlerà mai.
Qui si apre il primo nodo politico. Prima ancora che le indagini inizino davvero, la macchina del potere si è già messa in moto. Matteo Salvini dichiara: “Sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Ignazio La Russa ribadisce lo stesso concetto. I sindacati di polizia gridano allo scandalo per l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. La Lega rilancia: serve subito lo scudo penale, basta “atti dovuti”, basta poliziotti trattati da sospetti.
Il messaggio è chiarissimo: non accertare, non dubitare, non indagare. Credere. E soprattutto proteggere.
Ma l’indagine, se presa sul serio, è tutt’altro che semplice. La pistola era a salve e senza tappo rosso, ma non è affatto certo che sia stata puntata. E anche se lo fosse stata, le regole d’ingaggio non prevedono lo sparo automatico. La funzione dell’arma d’ordinanza è neutralizzare una minaccia reale e immediata, non colpire preventivamente una sagoma nella penombra a venti metri di distanza. È questo il punto che viene sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico.
Il secondo nodo è la costruzione mediatica della vittima. Mansouri viene immediatamente ridotto a un elenco di stigmi: spacciatore, irregolare, armato, “capo” dello spaccio di Rogoredo. Un processo di disumanizzazione che serve a suggerire, senza dirlo apertamente, che quella morte fosse in qualche modo inevitabile, forse persino giustificata. È il meccanismo dell’alterizzazione: non una persona, ma un bersaglio. Non un cittadino, ma un problema.
Il terzo nodo è il contesto. Rogoredo non è una giungla naturale, ma il prodotto di decenni di abbandono, di ristrutturazioni fallite, di espulsione della classe operaia e di marginalizzazione sociale. Come ricordava Enzo Jannacci, era un quartiere popolare, con una vita e una comunità. Oggi è una terra di nessuno dove lo Stato arriva soprattutto con la pistola, non con i servizi.
E qui emerge l’ombra più inquietante: l’effetto-imitazione. Mentre negli Stati Uniti l’ICE spara e uccide civili a Minneapolis, mentre si normalizza l’uso letale della forza contro soggetti stigmatizzati, anche in Italia si diffonde un clima di auto-legittimazione della violenza istituzionale. La logica è la stessa: paura, emergenza, mano libera. Il nuovo pacchetto sicurezza promette di tradurre questa logica in legge, garantendo impunità preventiva.
Il rischio è evidente. Ogni colpo diventa un precedente. Ogni morte un argomento politico. Ogni indagine un fastidio da eliminare. Così si prepara il terreno per altri casi Mansouri. Per altri Good. Per altri Pretti italiani.
La famiglia di Abderrahim chiede verità. È una richiesta minima, quasi banale. Ma oggi, in questo clima, è già una forma di resistenza. Perché la verità non è compatibile con lo scudo penale, con la propaganda securitaria, con l’idea che chi indossa una divisa debba essere sottratto al controllo democratico.
Il caso non è chiuso. Forse è appena cominciato. E riguarda tutti noi. Perché uno Stato che spara per primo e si assolve da solo non produce sicurezza. Produce paura. E prepara il prossimo colpo.
di Osservatorio Repressione (originale qui)
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