Caso Mansouri: il nuovo scudo legale diventa licenza di uccidere?
Il caso di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso a Milano da un poliziotto in borghese, si arricchisce di dettagli inquietanti che sembrano smentire sistematicamente la versione ufficiale.
Le prime perizie tecniche parlano chiaro: sull’arma giocattolo attribuita alla vittima non ci sono impronte. Non solo: l’autopsia rivela che il colpo è entrato dal lato destro del cranio, quasi da dietro. E se Mansouri invece di minacciare con un arma giocattolo stesse invece scappando.
Nonostante gli indizi via via accumulati sembrino smentire la frettolosa tesi ufficiale dell’autodifesa lasciando immaginare ben altro, il rischio che questa vicenda finisca nel nulla è altissimo.
Il nuovo decreto che introduce lo “scudo penale” per le Forze di Polizia rischia di trasformarsi nel sigillo definitivo sull’impunità di Stato.
Norme di questo tipo non servono a tutelare chi lavora, ma a garantire un salvacondotto giuridico che permette di insabbiare abusi di potere e violenze arbitrarie dietro la scusa della “necessità operativa”.
La storia italiana è già tragicamente costella di casi, da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, fino ai troppi nomi rimasti nell’ombra, in cui la ricerca della verità è stata ostacolata da depistaggi e protezioni corporative.
Senza una giustizia imparziale, la divisa rischia di diventare un’armatura legale dietro cui nascondere omicidi che, in qualsiasi altro contesto, porterebbero al massimo della pena.
Il caso Mansouri non è solo un fatto di cronaca, ma il simbolo di un’ingiustizia che rischia di essere istituzionalizzata lasciando le vittime senza voce e i colpevoli senza processo.
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