Trump vuole normalizzare la violenza e l’arroganza, ma c’è chi dice no!

Mentre Trump pensa se farsi una gita a Milano per vedere la finale olimpica del campionato di hockey su ghiaccio maschile, la violenza USA e negli USA è sempre più evidente. L’aggressione al Venezuela, lo stritolamento di Cuba, le minacce di dazi, le violenze dell’ICE e adesso pure la normalizzazione dell’esecuzione a distanza, in mare aperto, sotto la bandiera ipocrita della “guerra alla droga”……una continuazione annunciata del 3 gennaio 2026.

Martedì, un’agenzia come Associated Press ha raccontato — senza nemmeno dover ricorrere a fonti alternative — che l’esercito statunitense ha colpito tre piccole imbarcazioni accusate di traffico di stupefacenti tra Pacifico orientale e Mar dei Caraibi. Undici morti in un solo giorno. Centoquarantacinque persone uccise dall’inizio di settembre. Quarantadue strike noti. Video pubblicati su X dove si vedono barche che galleggiano, gente seduta, e poi l’esplosione. Fine.

E la cosa più inquietante è proprio questa: non c’è più nemmeno bisogno di occultare. Non serve la CIA con la faccia coperta, non serve il golpe “spontaneo”, non serve la sceneggiatura di un’insurrezione interna, o la finta di rispondere ad una richiesta di aiuto. Basta una clip, un comunicato militare, una parola tossica (“narco-terroristi”), e la macchina della morte viene presentata come un servizio pubblico.

È il trumpismo nella sua forma più pura: non solo violenza, ma violenza esibita come forza morale. Non solo guerra, ma guerra venduta come ordine. Non solo imperialismo, ma imperialismo ridotto a contenuto social.

Eppure, persino nel racconto ufficiale, un dettaglio grida vendetta: *non viene fornita alcuna prova* che quelle imbarcazioni stessero trasportando droga. Nessun sequestro mostrato. Nessun nome. Nessuna identità resa pubblica. Nessun processo. Nessuna verifica indipendente. Solo la formula: “lungo rotte note di contrabbando”.

Rotte note a chi? Con quali criteri? Con quale giurisdizione?

Questa non è una campagna antidroga. È una dottrina di potere: la pretesa statunitense di decidere chi vive e chi muore ovunque, e di farlo con la disinvoltura di chi si sente proprietario dell’oceano, dei Caraibi, dell’America Latina e — se serve — anche della legalità internazionale.

E se qualcuno prova a dire “ma è per fermare il fentanyl”, il paradosso si mangia da solo: lo stesso articolo ricorda che il fentanyl che sta devastando le comunità negli Stati Uniti viaggia soprattutto via terra, passando dal Messico, prodotto con precursori chimici importati dalla Cina e dall’India. Quindi: si bombardano barche in mare mentre la catena reale del traffico resta intatta. Si uccidono corpi poveri e invisibili mentre la filiera globale non viene nemmeno sfiorata.

È la versione militare della retorica di Trump: colpire in basso, fare rumore, costruire consenso con la crudeltà.

E infatti, quando emergono le prime crepe — come la rivelazione che, nel primissimo attacco, i sopravvissuti sarebbero stati uccisi con un secondo strike — il sistema reagisce come sempre: i repubblicani dicono “necessario”, l’amministrazione dice “legale”, e i democratici si dividono tra l’indignazione a parole e l’impotenza istituzionale.

Ma qui non siamo davanti a un eccesso. Siamo davanti a una linea politica.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono in “conflitto armato” con i cartelli latinoamericani. È una frase chiave, perché serve a trasformare la polizia in guerra e la guerra in normalità. Serve a spostare il confine: oggi le barche, domani obiettivi a terra. Oggi l’oceano, domani il Venezuela. Anzi: il Venezuela è già dentro, perché nel racconto di questa escalation c’è la cattura di Nicolás Maduro dopo un raid statunitense del 3 gennaio. E intorno, la scenografia completa: portaerei, cacciatorpediniere, sequestri di petroliere, tentativi di controllo sul petrolio venezuelano.

Non è “antidroga”. È un’occupazione a pezzi. È la dottrina Monroe aggiornata a TikTok. Come denunciato subito dopo l’attacco al Venezuela il giustificativo della “guerra al narco” era replicabile e il silenzio internazionale davanti a quell’aggressione ha creato lo spazio perchè Trump potesse usare quel mantra all’infinito.

E intanto, dentro gli Stati Uniti, la stessa logica scorre nelle vene del paese: l’ICE come esercito interno, la deportazione come spettacolo, le retate come messaggio politico, i corpi migranti come bersaglio. La violenza esterna e quella interna non sono due capitoli diversi: sono la stessa grammatica.

In un momento in cui la Nuestra América Flotilla si prepara a salpare per Cuba per sfidare il blocco economico e portare assistenza umanitaria a un popolo schiacciato dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, vediamo anche nelle strade di Minneapolis e di molte altre città degli Stati Uniti una mobilitazione contro l’ICE che ha trasformato l’operazione di polizia federale in una protesta di massa contro la violenza e le deportazioni forzate. Queste due iniziative, una internazionale e una interna, non sono eventi isolati: sono espressione di una stessa volontà popolare di opporsi alle politiche perfide e violente di Trump — politiche che si riproducono grazie alla pavidità di governi e istituzioni che accettano i suoi ricatti e la sua agenda di morte — e dimostrano che dal Messico all’America settentrionale cresce la resistenza contro l’imperialismo e la repressione.

Il trumpismo non inventa l’imperialismo statunitense — quello c’era prima, eccome — ma lo libera dai freni. Gli toglie la vergogna. Gli restituisce il sorriso. Lo rende vendibile come orgoglio nazionale.

E se oggi si può parlare di “operazioni” che bruciano barche con persone sedute sopra, senza che nessuno si chieda dove siano i nomi, le prove, i processi, allora significa che la soglia è già stata spostata. Che l’eccezione è diventata metodo.

C’è un passaggio, in questa storia, che sembra scritto per essere ricordato: “Turns out President’s Day — under President Trump — is not a good day to run drugs”, ha scherzato il Segretario alla Difesa, postando il video degli strike.

La morte come battuta.

Il crimine come etichetta.

La guerra come meme.

Ecco la cifra del momento: non solo uccidere, ma farlo con la leggerezza di chi si sente intoccabile. E non solo essere intoccabili, ma costruire consenso proprio su questa intoccabilità.

Perché alla fine, la gita a Milano, l’hockey, le Olimpiadi, le foto, il folklore da re, o meglio imperatore occidentale, sono solo il sipario. Dietro, c’è la stessa vecchia macchina: l’America Latina come cortile, i migranti come nemico interno, la violenza come soluzione universale, e il diritto internazionale come carta straccia.

Solo che adesso, con Trump, lo dicono pure ad alta voce. E chiedono di applaudire, ma c’è chi dice no negli USA, in America Latina, in Italia, a Milano, domenica 22 febbraio se sarà confermata la sua gita, e nel mondo tutto.

Di Andrea Cegna

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