Il dito e l’incendio: perché il vero scandalo non sono i medici indagati, ma il lager dei CPR
La solidarietà che mi ha travolto e abbracciato in questi giorni, dopo la notizia dell’indagine e della perquisizione subita dalla Squadra Mobile, non è solo un conforto personale o familiare: è la prova che esiste una comunità vigile, critica, incapace di rassegnarsi all’orrore quotidiano della detenzione amministrativa. A ciascuna e a ciascuno di voi va il mio grazie più profondo e sincero. Ma proprio perché questa solidarietà è viva e politica, occorre fare un’operazione di chiarezza e spostare immediatamente il punto di osservazione dove deve stare.
Nelle ultime ore il dibattito si è concentrato molto sulla criminalizzazione della professione medica e sull’attacco all’indipendenza e al ruolo di garanzia della classe medica, un fatto senz’altro grave e già giustamente stigmatizzato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici. Tuttavia, il punto centrale non siamo noi. Il problema non è il singolo medico perquisito, l’indagine giudiziaria o l’ennesimo tentativo di intimidire chi prova a portare trasparenza dove regna l’opacità.
Il vero problema, l’unica reale ed enorme questione politica, clinica e umana, sono i CPR. È la detenzione amministrativa in quanto tale. È la politica strutturale delle deportazioni e della cancellazione sistematica dei corpi, delle storie, dei volti e delle comunità delle persone migranti. Il problema è il rifiuto istituzionale di riconoscere i migranti come persone dotate di diritti inalienabili, di relazioni affettive, di biografie e di futuro, riducendoli a pura “nuda vita” da gestire attraverso la forza, la reclusione e l’invisibilizzazione.
Siamo di fronte a ciò che i sociologi definiscono senza mezzi termini “migranticidio”: un dispositivo macro-strutturale, necropolitico, in cui la violenza di Stato non si limita a confinare, ma produce attivamente sofferenza, malattia, disperazione e, troppo spesso, morte. I corpi senza vita di chi si è tolto la vita o è morto di abbandono dentro i CPR italiani sono la dimostrazione tragica che questi non sono spazi di accoglienza né di transito, ma luoghi di annientamento della dignità umana.
In questa vicenda, noi medici siamo soltanto il dito che sta indicando un incendio divampato nel cuore della nostra società e delle nostre democrazie. E quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è uno scenario grottesco ma prevedibile: stanno cercando di martellare il dito, di spezzarlo, pur di costringere l’opinione pubblica a distogliere lo sguardo dall’incendio che intanto continua a bruciare, e si diffonde, nell’indifferenza o peggio nell’esultanza di un’opinione pubblica anestetizzata da anni di propaganda. Preferiscono colpire chi denuncia, chi certifica l’incompatibilità della reclusione con la salute psicofisica, chi rifiuta di farsi burocrate della sedazione chimica o complice dell’incuria, pur di non guardare in faccia la natura intrinsecamente violenta e illegale di questi centri.
Voglio dirlo con estrema chiarezza, senza retorica ma con profonda convinzione: quello che sto subendo io in questo momento — il fango mediatico e sui social, le ripercussioni sul lavoro, le tensioni, la pressione costante e l’ansia proiettata sulla mia famiglia — non è nulla, è un’ombra trascurabile rispetto a ciò che significa passare anche solo un singolo giorno, un’unica ora, all’interno di un CPR o di uno di quei “luoghi idonei” sotterranei che stanno moltiplicando nelle nostre città. Non c’è fango burocratico che possa paragonarsi all’angoscia di chi si vede privato della libertà senza aver commesso alcun reato, rinchiuso in celle asettiche, senza mediatori, senza visite mediche indipendenti, con la prospettiva di essere deportato forzatamente verso il nulla.
Il vero reato non è denunciare la violenza strutturale del sistema; il vero reato sono questi luoghi. Il vero reato è in questi dispositivi giuridici e materiali per i quali nessun essere umano dovrebbe mai essere considerato “idoneo”. L’idoneità alla privazione della libertà per motivi amministrativi è un ossimoro etico, clinico e giuridico che dobbiamo avere il coraggio di smantellare. Non esiste un modo “igienico”, più pulito o più umano di gestire la detenzione di chi non ha colpe se non quella di aver attraversato una frontiera alla ricerca di vita.
Per questo, la risposta migliore alla repressione e all’intimidazione è il rilancio della lotta. Non ci faremo distrarre dal martello che batte sul dito. Continueremo a descrivere e raccontare l’incendio, a denunciarlo e a portare il nostro corpo e la nostra competenza professionale al fianco di chi viene marginalizzato , criminalizzato e invisibilizzato ogni giorno. La presentazione dell’inchiesta e dei dati sulla detenzione amministrativa andrà avanti, la voce della comunità scientifica e clinica non si farà zittire, e la battaglia per l’immediata chiusura di tutti i CPR e per il superamento della detenzione amministrativa prosegue con ancora più determinazione.
Grazie ancora a tutte e tutti per la vicinanza, la forza e la solidarietà umana e politica di queste ore.
Andiamo avanti, insieme.
di Nicola Cocco
Rete Mai più lager – No ai CPR
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