Il laboratorio greco del colpo di Stato

«Colonnelli» di Dimitri Deliolanes, per Fandango. Nel ricostruire gli eventi che condussero alla dittatura e le conseguenze che ne sarebbero scaturite in Grecia come nel resto d’Europa, l’autore indaga uno degli aspetti centrali dell’evento: il ritorno sulla scena, in un Paese membro dell’Alleanza atlantica e dal ruolo chiave per l’Occidente nel contesto della Guerra fredda – proprio come l’Italia – dell’estrema destra fascista. La presentazione oggi alle 17 a Roma, a Più libri più liberi con l’autore e Paolo Berizzi.

Il generale di brigata Stylianos Pattakos radunò la truppa dopo la mezzanotte. «Lesse un discorso scritto, in cui sottolineò l’imminente pericolo si una “nuova aggressione comunista” e l’immediata necessità di un intervento delle forze armate». Alle 2,15 i primi carri armati occuparono un grande incrocio stradale a cinque chilometri dal centro di Atene. Mentre altri mezzi prendevano posizione lungo le arterie della capitale, «i camion dell’esercito cominciavano a portare nei luoghi di concentramento i primi arrestati».

Sarebbero stati radunati dapprima nell’ippodromo cittadino, quindi nello stadio Karaiskakis del Pireo e in quello della squadra di calcio Aek a Nea Filadelfia. In meno di dieci giorni saranno più di ottomila: perlopiù esponenti della sinistra e delle forze democratiche o moderate.

Dimitri Deliolanes racconta così gli eventi del 21 aprile del 1967, il giorno del colpo di Stato militare che avrebbe privato la Grecia della democrazia, aprendo la strada ad una stagione di repressione e violenza che si sarebbe conclusa solo nel 1974.

Già corrispondente in Italia della tv pubblica greca, collaboratore del manifesto e autore di diversi saggi sulla politica ellenica – tra cui il testo più importante pubblicato nel nostro Paese su Alba dorata (Fandango, 2013) – Deliolanes descrive in Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia (Fandango, pp. 444, euro 22) sia la genesi e il contesto nel quale il golpe ebbe luogo, che i legami che tale vicenda ha avuto con la stagione di attentati e stragi che sarebbero stati compiuti di lì a poco nel nostro Paese.

Nel ricostruire con ritmo serrato, e grazie ad una vasta e articolata documentazione, gli eventi che condussero alla «dittatura dei colonnelli», e le conseguenze che ne sarebbero scaturite in Grecia come nel resto d’Europa, Deliolanes indaga infatti uno degli aspetti centrali dell’evento: il ritorno sulla scena, in un Paese membro dell’Alleanza atlantica e dal ruolo chiave per l’Occidente nel contesto della Guerra fredda – proprio come l’Italia – dell’estrema destra fascista. Per l’autore – che interverrà domani a Roma a Più libri più liberi nel dibattito dal titolo «Com’è nera l’Europa», alle 17 presso l’Arena Robinson, con Paolo Berizzi – «era la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’estrema destra autoritaria prendeva il potere con la violenza delle armi in un Paese europeo: i regimi parafascisti di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo si erano infatti imposti prima del ’45». Mentre «per i colonnelli di Atene il discorso era completamente diverso e poneva all’Occidente problemi scottanti, con l’aggravante che riguardava un paese simbolo della democrazia occidentale, dove la lotta al comunismo era stata condotta proprio in nome della democrazia».

In questo senso, alle spalle del nuovo conflitto tra Est e Ovest e della crociata anticomunista che si andava sviluppando nei Paesi occidentali, il «caso greco» avrebbe per molti versi anticipato, e almeno in parte annunciato, quanto accadrà in seguito in Italia. E, più in generale, un’opzione autoritaria pronta a manifestarsi di fronte alle istanze di cambiamento che crescevano nelle società europee.

Molti degli elementi che emergeranno poi anche nel nostro Paese erano già riuniti: l’attivismo dell’estrema destra, le pulsioni conservatrici in seno alle forze armate, la particolare attenzione rivolta al Paese da parte degli ambienti atlantici e delle sedi diplomatiche come dell’intelligence statunitense.

Il golpe dei colonnelli fu anticipato dalla strategia terroristica dei neofascisti locali che già nel marzo del 1967 avevano compiuto degli attentati in sei cinema di Atene, che solo per caso non avevano provocato una strage: il tutto sotto l’egida del servizio segreto militare. Questo, mentre gli americani si muovevano su un doppio binario: più prudente la linea dell’ambasciata ad Atene, più vicina al gruppo di ufficiali riuniti intorno al colonnello Georgios Papadopoulos, futuro leader della dittatura, che avrebbe promosso il putsch, quella dell’antenna locale della Cia. A golpe avvenuto, ci avrebbe pensato il presidente Richard Nixon a rinsaldare i rapporti con i militari al potere, mentre Atene, come spiega Deliolanes si sarebbe trasformata nella «capitale dei fascisti» europei.

L’ombra degli apparati del regime greco – secondo una strategia che si era perciò già vista all’opera ad Atene – sarebbe emersa nelle indagini su Piazza Fontana (1969) come per il tentato «golpe Borghese» (1970). Alla Grecia guardavano del resto come a un «laboratorio» i neofascisti italiani che già nell’aprile del 1968, ad un anno dal golpe, parteciparono in decine ad una sorta di «viaggio premio» per festeggiare nelle caserme di Atene «la Pasqua ortodossa ma anche il primo anniversario del colpo di Stato». Tra loro esponenti di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Europa Civiltà e dell’organizzazione universitaria missina del Fuan. E «moltissimi dei partecipanti, come ricorda Deliolanes, hanno avuto in seguito un ruolo di primo piano nelle inchieste riguardanti la strategia della tensione».

L’eredità avvelenata di quanto accaduto in Grecia avrebbe continuato a pesare a lungo sui destini di molti Paesi, come si sarebbe visto nel decennio successivo in America Latina. «Il trionfo delle democrazie alla fine della Seconda guerra mondiale non era più un dato irreversibile – spiega infatti Deliolanes – Atene poteva rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che non avevano mai smesso di invocare regimi autoritari e antidemocratici».

di Guido Caldiron

da il Manifesto del 7 dicembre 2019

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