“Nella rete dei social”: dalla critica dell’esistente alla nascita di tecnologie liberanti

Dalle reti digitali di organizzazione dei lavoratori nel Cile di Allende all’utilizzo sistematico della propaganda su Twitter nei conflitti in Medioriente, dalle teorie del complotto di Qanon alle modalità di moderazione di contenuti sulle piattaforme digitali, “Nella Rete dei Social” di Claudio Ceruti (2022, Prospero Editore, pagine 140) è un breve, denso e ambizioso saggio che si inserisce all’interno di un dibattito decennale con una prospettiva nuova: individuare i punti in comune e di rottura tra le tecnologie del passato e quelle del presente, analizzando queste ultime come strumenti di trasformazione del reale e delle forme di comunicazione, relazione e apprendimento tra gli esseri umani, incentivando la riflessione critica ma senza spingersi fino alle estreme conseguenze del rifiuto di ogni strumento digitale.

Non una critica ai social tout court, quindi, bensì una critica puntuale degli aspetti più nocivi e meno conosciuti delle piattaforme digitali per provare a immaginare un futuro diverso. “Invece che rinchiuderci in una difesa del privilegio individuale – scrive Ceruti in una delle pagine più ispirate del libro – dovremmo comprendere come lo spazio collettivo mediato dalle tecnologie sia preesistente alla predazione capitalista e che questi due elementi non siano necessariamente inscindibili [..] Più le tecnologie risponderanno ai meccanismi dell’estrazione di profitto capitalista, più lo spazio da loro generato risulterà tossico, paralizzante, asfissiante. Cercando di essere visionari, dobbiamo invece immaginare tecnologie liberanti, in grado di mettere al centro l’individuo come agente in una collettività”. Non potevamo non intervistarlo, per provare a ricostruire la genesi di un approccio così necessario e al tempo stesso oggi così poco praticato.

Claudio, qual è stato il percorso che ti ha portato a scrivere un libro come “Nella rete dei social”?

Durante gli anni universitari sono stato impegnato a lungo come militante dello storico centro sociale di Bergamo, il Pacì Paciana, dove mi sono formato come politico e attivista. Sono stato in prima linea su diversi fronti caldi, dall’abbattimento delle Torri di Zingonia all’accoglienza dei migranti di Ventimiglia, mentre contemporaneamente portavo avanti i miei studi in informatica e la mia attività di ricerca nell’ambito dell’intelligenza artificiale. In tutto questo tempo, tuttavia, non sono mai riuscito a trovare studi, autori o teorie capaci di unire quelle che erano e sono tuttora le mie due maggiori passioni e interessi, la militanza e la tecnologia: è mancato, e credo che in buona misura manchi tuttora, una lettura critica delle tecnologie capace di stimolare un vero e proprio cambiamento nell’utilizzo di queste ultime dal punto di vista dell’utente comune, delle persone non specializzate. Da questa ricerca, che dura tutt’oggi, è nata l’idea del libro, che per me rappresenta tuttora un punto di partenza e non di arrivo.

Quali gli autori, le ricerche, i libri, gli incontri e le esperienze che ti hanno ispirato maggiormente?

Anche al di fuori del mondo dei movimenti penso che manchino pensatori e autori in grado di elaborare un cambio radicale di visione e di approccio. Gli autori da cui ho preso spunto sono tanti, ma più che altro per quanto riguarda alcuni contributi critici su un determinato argomento. Non c’è, in questo senso, un singolo autore da cui ho tratto ispirazione ma piuttosto un vero e proprio melting pot di pensatori vari: da Mark Fisher a Eli Parisier, dal Collettivo Ippolita a Laura Tripaldi, sono sempre andato alla ricerca di contributi in grado di svelare qualcosa di più nel rapporto tra macchine e uomini, e nella forma specifica di intelligenza che questo scambio continuamente riproduce. Da qui all’idea di mettermi a scrivere il passo non è stato né breve, né immediato: sono partito cercando di dare una forma ai ragionamenti sparsi che ho elaborato nel corso di questi anni, e infine mi sono ritrovato per le mani un’opera che probabilmente è solo il primo passo di un lungo percorso ancora tutto da percorrere.

La presentazione del libro l’1 giugno alla Hoxton 235 di Londra.

Quali sono gli aspetti del libro che ritieni tuttora attuali, a distanza di mesi dalla pubblicazione?

Più passano i giorni e più mi rendo conto di quanto alcune tematiche affrontate nel libro stiano diventando man mano sempre più importanti, ora che dai social media potrebbe nascere il futuro “metaverso”. Penso sia importante, oggi più che mai, comprendere in che modo le tecnologie possano modificare le nostre reti di relazioni a esse preesistenti e produrre nuove forme di scambio, aggregazione e comunicazione tra persone, producendo ricchezza ma al tempo stesso anche assoggettamento. Sono perciò ancora più convinto che ogni riflessione critica sull’argomento social, e digitale in generale, debba avere come stella polare la liberazione collettiva non tanto dalla tecnologia in quanto tale ma da un certo tipo di tecnologie particolari: dai social media così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, fino ad arrivare alle intelligenze artificiali basate su enormi quantità di dati e sulla totale mancanza di trasparenza in merito alla raccolta di questi ultimi e al funzionamento dei loro algoritmi.

Quali potrebbero essere i possibili sviluppi futuri, e quale sarà il tuo contributo in tal senso?

Se oggi l’aspetto “etico” dell’AI è sottoposto a una fortissima tensione evolutiva, che ha permesso a chi opera in questo campo di raggiungere una maturità e consapevolezza altrimenti inedita e impensabile fino a pochi anni fa, al tempo stesso penso che la stessa tensione e lo stesso livello di attenzione debbano essere rivolti ai social per portare a un vero e tangibile miglioramento anche in questo campo. “Nella rete de social”, in questo senso, è un modo per contribuire al dibattito e alla presa di consapevolezza da parte delle persone sugli aspetti meno noti e sul contesto da cui queste tecnologie provengono ed entro cui operano, per provare a portare la discussione su queste ultime a un livello più alto e più diffuso rispetto a quello dei singoli esperti o specialisti della materia: nei prossimi anni, mi aspetto e spero che l’argomento social, e più in generale il futuro delle nuove tecnologie, possano entrare a far parte del dibattito politico e dei programmi elettorali su scala europea, un po’ come è avvenuto per il cambiamento climatico. Il mio contributo non finisce qui, ma non necessariamente sarà ancora sotto forma di libro.

* intervista di Jacopo Franchi

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