Maid – Storia di una donna delle pulizie nell’America in crisi

Gli Stati Uniti, dopo The Underground Railroad ci regalano una nuova serie di livello: Maid. Si tratta di una produzione di dieci episodi basata sul libro autobiografico del 2019 di Stephanie Land “Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre”.

La produzione è ambientata nello Stato di Washington, che molti confondono con l’omonima capitale degli States, ma che in realtà si trova sulla West Coast al confine con il Canada e ha come capitale Seattle, che tante soddisfazioni ci ha regalato sia dal punto di vista musicale che politico negli anni Novanta. La vicenda narrata è quella di Alexandra, madre venticinquenne di Maddy. Alex vive in una roulotte, vittima degli abusi emotivi del fidanzato e padre di Maddy alcolizzato Sean. Dopo l’ultimo attacco d’ira di quest’ultimo, la giovane donna decide di fuggire di “casa” portando con sé la figlia e poco altro.

Da lì la vediamo sprofondare in una vera e propria via crucis fatta di ricoveri per donne maltrattate, servizi sociali, udienza d’affido in tribunale e tanto altro ancora. Il tutto sempre sul filo dell’incombente miseria che la spinge ad accettare di lavorare come donna delle pulizie sottopagata e sfruttata, impegnata a pulire perlopiù (ma non esclusivamente) le case dei ricchi. Alex ha una grande passione, quella per la scrittura. E sarà proprio questa una sorta di ancora di salvezza nei momenti più bui, e di rampa di lancio per riuscire a ripartire.

Il primo elemento che emerge con forza è la descrizione accurata della dipendenza emotiva e di quanto sia difficile rompere le catene che spesso ci tengono legati a rapporti tossici come quello che lega la protagonista a Sean. Come spesso capita, quando vediamo una cosa da fuori, e in questo caso rappresentata sullo schermo, siamo molto bravi a cogliere immediatamente tutto quello che non va e a giudicarlo. Peccato che poi quando ci troviamo invischiati in queste situazioni in prima persona romperle risulti una prova di forza e di coraggio inaudita. Senza mostrarci situazioni di depravazione incredibili come violenza fisica o abusi sessuali e risultando quindi ancora più credibile, la serie analizza con maestria il gioco sottile e perverso della manipolazione emotiva ed affettiva resa ancora più facile dal fatto di condividere, come nel caso dei protagonisti, una figlia.

Il secondo elemento è quello di una sconfinata e sconfortante solitudine per la quale calza alla perfezione la frase: “Se sei solo nessuno ti dà niente”. Nel gioco al massacro di una società performativa e competitiva come la nostra, ogni forma di debolezza è una colpa, e spesso la nostra sorte dipende semplicemente dal fatto di essere più o meno fortunati e dalle persone che abbiamo vicino. E vicino, Alex, ha la madre Paula: una (parzialmente) ex freakettona artistoide prigioniera sia dei suoi problemi psichici, sia di una scia infinita di relazioni con uomini “carnefici”, che la figlia cerca in tutti i modi di proteggere in un rapporto di cura invertito e destinato comunque al fallimento. Il primo di questi “carnefici” è proprio il padre di Alex, da cui Paula è a sua volta fuggita nel cuore della notte con la figlia ancora molto piccola per sfuggire alle violenze domestiche di un uomo, anche lui come Sean, alcolista. Durante la narrazione vediamo Paula perdere la casa, l’unica proprietà e “garanzia” ereditata dalla madre, vittima del raggiro dell’ennesimo uomo, e finire a dormire nella sua auto nel parcheggio di Walmart, il colosso americano dei supermercati, insieme a tanti altri sfortunati come lei in quella che è una vera e propria pratica istituzionalizzata. Un altro tema affrontato, dunque, è quello del disagio psichico e alla sua stretta correlazione con l’indigenza.

La figura del padre di Alex è triste tanto da rasentare il fastidio: un uomo che si è pentito delle sue azioni, si è disintossicato e si è ricostruito una vita da zero, con tanto di nuova moglie fervente religiosa e nuove figlie, ma che non si dimostra in ogni caso capace di proteggere e aiutare la figlia nel momento dell’estremo bisogno, finendo per giustificare le azioni di Sean come forma di autoassoluzione. Sembrerebbe, dunque, che il tentativo di Alex di uscire da questa catena di violenza e disagio sia un’impresa impossibile, ritrascinata nell’abisso ogni volta dalle vicende famigliari. Nella sua sfortuna, però, le capita di incontrare sulla sua strada alcune brave persone che le tenderanno la mano per non farla affogare. Tutto, quindi, è tragicamente demandato alla buona volontà o al buon cuore del singolo. Lo Stato, anche quando c’è, pone sempre mille scogli burocratici.

Il sottofondo della serie è lo stato disperante di quello che un tempo era il ceto medio bianco americano, che quarant’anni di neoliberismo hanno portato dal Paradiso del consumismo all’Inferno della quasi povertà fatta di conti correnti sempre in rosso, case pignorate, prestiti universitari impossibili da restituire, vite passate all’interno di camper e roulotte, stipendi da fame. Una sofferenza sociale profonda e spesso muta che, di fronte al progressivo declino del mito americano, di volta in volta, può prendere la strada del voto al Trump di turno, con le sue idee protezioniste e suprematiste, o del Biden della situazione, con le sue promesse redistributive inevitabilmente destinate a scontrarsi con il più gigantesco ostacolo a una reale riscrittura del patto sociale in Occidente: la resistenza dei ricchi a mollare qualche briciola delle proprie ricchezze per non far andare la società a gambe all’aria.

L’ultima riflessione di Maid è dedicata alle figure maschili. Quasi tutte non all’altezza. Quasi tutte deboli, fragili, superficiali, quando non direttamente carnefici.

 

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