“Painkiller”, quando il rimedio è peggio del dolore

“Tutto il comportamento umano
è costituito essenzialmente da due cose:
fuggire dal dolore, correre verso il piacere.
Dolore, piacere. Dolore, piacere.
Ma se noi riusciamo a insinuarci lì,
in mezzo tra il dolore e il piacere
non dovrete mai più preoccuparvi dei soldi”.

Chi si ricorda degli anni Novanta? O meglio, chi si ricorda degli Stati Uniti degli anni Novanta? Il decennio della “fine della storia” predetta da Fukuyama, in cui, crollato il Muro di Berlino, l’Impero americano sembrava invincibile. Il decennio della doppia presidenza democratica di Bill Clinton. Un periodo di ottimismo dopo quasi 15 anni di dominio repubblicano con Ronald Reagan e George Bush Sr. Gli anni di una grande crescita economica trainata dalla rivoluzione informatica. Del trionfo planetario dell’hip-hop. Delle Olimpiadi del ’96 ospitate ad Atlanta, guarda caso capitale della Coca-Cola. Del laissez-faire neoliberista che ha dato briglie sciolte al capitalismo finanziario. Un decennio di leggerezza che tuttavia, sotto la superficie,  covava i sintomi del declino del Sogno americano: il diffondersi delle milizie di destra suprematiste e delle teorie complottiste, la progressiva deindustrializzazione ed esternalizzazione delle produzioni, la crescita inarrestabile dell’economia finanziaria, la volontà di imporre al globo un unico modello, la contestazione da parte di una fetta di società delle regole del gioco neoliberista al WTA di Seattle nel ’99. E il diffondersi degli oppioidi come cura salvifica contro ogni forma di dolore.

Proprio a quest’ultimo aspetto è dedicata Painkiller, la serie che racconta del dilagare nella società americana di quel decennio dell’uso dell’ossicodone, meglio noto col suo nome commerciale di OxyContin, come farmaco analgesico che è stato definito “il cugino chimico dell’eroina”. Una diffusione a tappeto studiata a tavolino, che avrebbe dato il via alla Crisi o Epidemia degli Oppiodi in corso, in diverse ondate, da più di vent’anni negli States e che sembra abbia prodotto quasi un milione di morti tra il 1999 e il 2020.

https://www.youtube.com/watch?v=6vj-UGVLs2g

La terrificante vicenda dell’OxyContin viene narrata attraverso quattro punti di vista differenti: quello di una vittima, quello del sommo carnefice consapevole, quello della carnefice parzialmente inconsapevole (per la serie “La banalità del male”) e quello di una Don Chisciotte impegnata nella sua battaglia contro quello che si rivelerà un potentissimo mulino a vento: la Purdue Pharma.

La vittima è Glen, un gommista della provincia americana. Un bravo lavoratore e padre di famiglia. Il tipico americano medio su cui si basa la società a stelle e strisce. In conseguenza a un grave infortunio sul lavoro che lo porta a essere operato per la frattura di alcune vertebre, Glen inizia a soffrire di dolori insopportabili. A quel punto, il suo medico di base, con cui ha un rapporto quasi di amicizia, gli prescrive l’OxyContin. I dolori passano e Glen sembra riprendere in mano la sua vita. Peccato che per lui inizi il calvario della dipendenza che lo porterà a distruggere se stesso, la sua famiglia e la sua esistenza, con la parola “fine” posta da un overdose in uno squallido parcheggio simile a migliaia di altri parcheggi della provincia americana.

Il Carnefice, con la C maiuscola, è Richard Sackler, boss della Purdue Pharma, che con una strategia più che vincente riesce prima a produrre il medicinale, poi a farselo approvare dalla FDA, la Food and Drug Administration, e infine, con una campagna pubblicitaria e di pubbliche relazioni fatta non solo di focus group e discorsi motivazionali, ma anche del battere a tappeto la provincia americana convincendo migliaia e migliaia di medici di base a prescrivere il suo farmaco, a diffondere l’OxyContin in modo capillare dando il via a un vero e proprio effetto domino.

C’è poi Shannon, che altro non è se non la carnefice con la c minuscola o, come la definisce magistralmente uno dei pochi medici di base che si oppone alla prescrizione a cuor leggero dell’OxyContin prima di buttarla fuori dal suo studio, una “spacciatrice con la coda di cavallo”. La tipica ragazza della provincia americana stordita dal miraggio dei soldi facili e della bella vita, che per molto tempo chiuderà entrambi gli occhi di fronte agli effetti devastanti prodotti dal medicinale sui pazienti prima di avere un tracollo e un soprassalto di coscienza.

E c’è, infine, Edie Flowers, investigatrice dell’ufficio di un procuratore degli Stati Uniti che sfiderà apertamente la Purdue Pharma, ottenendo come risultato, guarda caso, un pugno di mosche. Sì, perché ancora una volta il potere dei soldi riuscirà a “parare il culo” ai responsabili del disastro, che se la caveranno con danni assai limitati. Quello che a un miserabile spacciatore di strada di un qualche ghetto americano sarebbe costato come minimo un bel po’ di carcere e come massimo il piombo di qualche poliziotto, a quelli della Purdue Pharma porterà tanti tanti soldi sui proprio conti correnti. Questo in base al vecchio adagio che se si deve delinquere, meglio delinquere alla grande.

Ma l’aspetto più angoscioso e terribile dell’intera narrazione non solo è la consapevolezza da parte di coloro che promuovevano il consumo dell’OxyContin delle nefaste conseguenze che questi avrebbe prodotto (l’avidità, si sa, spesso e volentieri mette a tacere la morale). Il vero aspetto sconvolgente è l’inazione delle autorità, specie quelle centrali, di fronte a un disastro che era sotto gli occhi di tutti, ogni giorno, ma che nessuno aveva la volontà politica di contrastare e cercare di risolvere. Così come il fatto che l’ossicodone sia ancora oggi sul mercato (anche in Italia).

L’ultimo aspetto interessante, che meriterebbe però una trattazione filosofica a parte, è il rapporto della nostra società col dolore. Forse, è stato proprio il tentativo, che va in qualche modo contro la stessa natura umana, di rimuovere totalmente il dolore dall’esistenza ad aver garantito la quasi totale impunità ai creatori di questo farmaco.

 

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