Un attentato “quasi terroristico” – Quando il carnefice è un bianco la cosa non è poi così grave

Wilson Kofi, Omar Fadera, Jennifer Odion, Gideo Azeke, Mahamadou Toure e Festus Omagbon. Questi i nomi dei sei feriti dell’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018, già passati nel dimenticatoio senza che, peraltro, vi sia mai stata rivolta una grande attenzione mediatica.

Abbiamo letto Un attentato “quasi terroristico” di Marcello Maneri e Fabio Quassoli pubblicato da Carocci invogliati dall’ottima recensione uscita su “il Manifesto”. Il libro si apre con la tragica mattina di 3 anni fa in cui Luca Traini, estremista di destra ed ex candidato leghista alle elezioni comunali di Corridonia, ha aperto il fuoco dalla sua macchina con una pistola Glock 17 contro diverse persone scelte semplicemente per il colore della pelle, analizzado lo svolgimento della vicenda e come questa è stata rappresentata dai media.

Il primo aspetto da notare è come, in una fase storica in cui gli attentati terroristici sul suolo europeo sono immediatamente e quasi automaticamente ricondotti all’estremismo islamico (anche se in realtà c’è una lunga scia di sangue da imputare ai terroristi suprematisti e nazifascisti, primo tra tutti quel Breivik che nel 2011, in Norvegia, ha causato 77 morti), il primo vero attentato sul territorio italiano dopo molti anni sia stato compiuto da un bianchissimo razzista nostrano.

L’opera di Maneri e Quassoli inizia con lo spiegare come, di fronte agli attentati di ISIS dell’ultimo decennio, tutti i paesi europei interessati abbiano messo in campo un ritualismo di unità nazionale spesso supportato da mobilitazioni massicce e come gli stessi social siano diventati potenti promotori di queste ultime. Una tra tutti: la vicenda dell’assalto a Charlie Hebdo da parte di un gruppo di terroristi islamici che, nel gennaio del 2015, ha provocato 20 morti e 22 feriti. Da lì, si è scatenata un’imponente reazione solidale all’ombra del celebre hastag #JeSuisCharlie, che ha preso forma con la gigantesca mobilitazione a Parigi, che ha rafforzato come non avveniva da tempo il senso di collettività francese.

Il corteo antifascista e antirazzista di Macerata del 10 febbraio 2018

Per Macerata tutto questo non è accaduto e, anzi, si è creato un vero e proprio cortocircuito comunicativo e di valori. Uno dei motivi reconditi è come la vicenda di Macerata sia stata indissolubilmente legata all’atroce omicidio di Pamela Mastropietro, giovane diciottenne uccisa in modo orrendo da Innocent Oseghale, un pusher nigeriano (cui è stata confermata la condanna all’ergastolo in appello) pochissimi giorni prima dell’attentato del 3 febbraio. Una vicenda che emozionò profondamente l’opinione pubblica italiana e che Luca Traini utilizza come “giustificazione” del suo gesto. Egli avrebbe infatti voluto vendicare, secondo le sue dichiarazioni, l’omicidio di Pamela. 

L’architrave della narrazione è un accurato studio sulle reazioni social all’attentato, in particolar modo su Twitter. È evidente il crearsi immediato di due campi sostanzialmente contrapposti, quello antirazzista e quello securitario, fondati su due interpretazioni agli antipodi degli eventi. Mentre il fronte antirazzista si è dimostrato comunicativamente frammentato, quello securitario è stato invece assolutamente compatto, come se tutti suonassero la musica di uno stesso spartito.

Altro elemento sottolineato dagli autori è come sia la sinistra istituzionale che i media (anche quello moderati o progressisti) abbiano, sin da subito, sviato il focus della riflessione, unendo concettualmente l’attentato xenofobo al tema dell’immigrazione. Quel che ne è emerge con forza (e vergogna) è che le vittime sono state universalmente percepite come “altro da noi”. Inoltre, i media mainstream hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviare e silenziare l’interpretazione potenzialmente dirompente (lanciata, tra i primi, da Saviano) dell’attacco di Traini come atto terroristico di matrice fascista. In definitiva, l’azione criminale di Luca Traini ha suscitato tra gli italiani meno emozione ed empatia per due motivi abbastanza squallidi: la mancanza del morto e il fatto che le vittime fossero immigrati.

Successivamente è presa in esame la manifestazione antirazzista di Macerata che, pur avendo dimostrato il suo successo in termini di partecipazione (circa 20.000 partecipanti) non è riuscita però a emergere politicamente. A pesare sono state senza dubbio le consuete divisioni della sinistra, con quella istituzionale che, ancora una volta, è parso aver remato contro. Non è stato di poco conto, poi, il peso della campagna elettorale (si sarebbe votato a marzo), la prima che ha visto protagonisti i social, ma in cui i media tradizionali hanno ancora una volta dettato l’agenda politica. Infine, c’è stata quella che nel libro è definita una junk news, vale a dire quella sui presunti cori (mai verificati) sulle foibe che sarebbero stati intonati a gran voce da un gruppo di manifestanti. Un fake che, di fatto, ha oscurato qualsiasi altro significato e messaggio politico della manifestazione. Manco a dirlo, in questo frangente la destra, al solito compatta, ha fatto un ottimo lavoro di diffusione massiccia di notizie social per saturare la scena mediatica. Gli autori partono dall’assunto che la manifestazione di Macerata avrebbe potuto incarnare un sentimento maggioritario (come è avvenuto a Parigi dopo l’assalto a Charlie Hebdo). C’è però, a nostro parere, un errore politico in quest’analisi. Nell’Italia del 2018, e la situazione non è certo molto cambiata, antirazzismo e antifascismo non erano temi maggioritari, anzi.

Nella parte restante dell’opera ci si rende conto di come, nonostante tutto, l’Occidente non sia stato ancora capace di fare i conti con centinaia di anni della sua storia caratterizzati da schiavismo, colonialismo e imperialismo. Tutte derivazioni di un più profondo pensiero razzista. Appare in tutta evidenza come la società italiana sia capace di indignarsi molto di più per il razzismo altrui che per il proprio, sempre sminuito con la consueta litania de “gli italiani non sono razzisti”. In questo un ruolo decisivo è giocato proprio dai media moderati (leggi Repubblica e Corriere), che contribuiscono a sdoganare la narrazione vincente di quella che viene chiamata “l’innocenza bianca”, ovvero un percorso insano per cui se il carnefice è bianco e le vittime sono nere si finirà per colpevolizzare le vittime.

Un meme molto diffuso che spiega la tipica reazione dei bianchi di fronte ad atti di terrorismo

Anche i media che condannano l’attentato in modo franco danno fiato al discorso del “noi” e “loro”, che è alla base di ogni razzismo. A questo va aggiunto che quasi nessuno ha dato la parola alle vittime dell’attentato: come dicevamo in apertura, quasi nessuno ha citato i loro nomi per intero.

Quello che salta all’occhio inevitabilmente è il percorso parallelo del feroce omicidio di Pamela Mastropietro e dei fatti di Macerata. Diversa è la considerazione che si ha delle vittime: nella vicenda di Pamela l’attenzione è tutta rivolta alla vittima, mentre per Macerata l’attenzione è tutta per il carnefice. Le vittime in questo caso scoloriscono fin quasi a svanire dal discorso pubblico.

L’ultimo ambito trattato è la voce di Wikipedia relativa ai fatti. Il primo elemento degno di nota è come le versioni inglese, spagnola e tedesca mettano subito nella prima frase la matrice neofascista dell’azione. Cosa che nella voce italiana non succede.

A tre anni dai fatti di Macarata ricordiamo come l’appello abbia confermato la condanna a 12 anni di carcere con rito abbreviato a Luca Traini e che a brevissimo la sentenza andrà in Cassazione. E come, già  il 13 dicembre 2011, il fascista Gianluca Casseri abbia ucciso due senegalesi: Samb Modou e Diop Mor, per poi suicidarsi mentre era ricercato dalle Forze dell’Ordine. Anche quella vicenda è stata rapidamente rimossa dalla memoria collettiva. Nel novembre 2020 è invece stato condannato a 22 anni in primo grado l’assassino di Soumaila Sacko, il bracciante e sindacalista maliano ucciso a fucilate mentre raccoglieva lamiere in un’area dismessa a pochi chilometri da Rosarno e dal ghetto di San Ferdinando. Un omicidio avvenuto a quattro mesi dai fatti di Macerata e anch’esso già ampiamente rimosso dalla coscienza dei “bravi italiani”.

Corteo a Milano per Soumaila Sacko nel giugno 2018

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