Che ne sai tu di un campo di grano?

163934376-fe9fd444-a8c3-4316-b1b0-a7db5e893679Sapevamo che Milano è la città dei soldi, della grana. Non sapevamo fosse anche la città del grano.

Sapevamo che Expo è un montagna di merda, ma 5 tonnellate di concime in mezzo alla città sono troppe anche per noi.

Sapevamo che Expo si basa sul lavoro gratuito, ma non potevamo immaginarci la servitù della gleba. Senza nemmeno la testa alta. (E non provate nemmeno a pensare al triangolino).

Sapevamo che lo slogan recita “Nutrire il pianeta”, ma 5 ettari ci paiono francamente pochi.

Sapevamo che la festa del raccolto è al Leoncavallo: non potevamo prevederne una in Porta Nuova.

Ancora una volta, Expo ci stupisce. E, puntualmente, non per qualcosa di bello. Ma andiamo con ordine…

È di questi giorni la notizia che nella zona di Porta Nuova, là dove Unicredit e Regione Lombardia si sfidano a chi l’ha più lungo, là dove una volta c’era il Bosco di Gioia, sorgerà un campo di grano di 5 ettari. Si tratta di un’opera d’arte già esposta (?) a New York nel 1982 (si spera che nel frattempo alcuni pezzi siano stati sostituiti).

Certo, da un lato siamo affascinati da questa rusticizzazione della città, per una volta opposta all’urbanizzazione delle campagne. Certo, ci colpisce l’ironia di un terreno agricolo proprio nel cuore della città verticale, anzi proprio sotto al famoso Bosco omonimo, opera di cotanto Boeri. E, certo, la presenza del campo ci renderà molto più facile “mandare a zappare” il politicante di turno (come se, peraltro, zappare fosse cosa disdicevole).

E, tuttavia, non possiamo esimerci da alcune considerazioni.

Un’Expo in nome di cui si è ferocemente cementato ogni centimetro quadro di territorio prova a lenire i sensi di colpa con un’opera simbolica e affascinante, ma in fin dei conti abbastanza vuota. Ne gioiranno, senza dubbio, le cascine e le aziende agricole devastate da Brebemi e Tem.

Un’Expo che non è stata in grado di trovare mediante appalto chi gestisse i punti ristoro, un’Expo che vuole nutrire il pianeta ma che, sul territorio milanese, ha portato solo devastazione, prova a sfamare i millantati milioni di visitatori con pochi, posticci ettari di coltivazioni (l’effetto è lo stesso che vi farebbe l’ispettore Kojak con un parrucchino).

Un’Expo che si basa sullo sfruttamento, appena mascherato sotto il nome di “lavoro volontario”, invita i cittadini a “indossare stivali da campagna” e darsi da fare come provetti contadini: l’ultima volta che abbiamo avuto notizia di qualcuno che lavorava gratis un terreno non suo, il termine utilizzato era “servitù della gleba” e purtroppo non ci stiamo riferendo all’immortale canzone di Elio.

Ma ci tocca anche ammettere che siamo in trepidante attesa di questo evento.

Non vediamo l’ora, infatti, di vedere le luminose facciate dei grattacieli, simbolo della nuova Milano, ricoperte delle furiose deiezioni di migliaia di piccioni, attratti dai deliziosi biondi chicchi. Ma saremo al fianco dei fratelli migranti che vendono grano per piccioni in piazza Duomo, improvvisamente disoccupati.

Non vediamo l’ora di osservare gang di ragionieri in doppio petto pieni di stress sfogare la loro rabbia repressa zappando a più non posso spighe, zolle e talvolta tendini altrui.

Non vediamo l’ora, dopo aver passato anni a evidenziare che Expo è un terreno fertile per le infiltrazioni mafiose, di assistere allo spettacolo unico del trasporto e dello spargimento di ben 5000 chili di concime – tratterremo a stento lo sdegno e le metafore. Ma è un fatto che un evento basato su cemento e tangenti abbia bisogno di 5 tonnellate di merda per rifarsi la faccia.

Daremo qualunque cosa per vedere la faccia di Salvini quando gli diranno che si tratta di grano saraceno.

Saremo infine presenti alla già annunciata festa del raccolto, affascinati e incuriositi dalla fine che potranno fare dei chicchi di grano venuti alla luce tra smog e polveri sottili, con cui robuste massaie delle valli creeranno la prima polenta fosforescente.

Infine, dopo anni in cui ci siamo dovuti sorbire Guccini e i Modena, sarà un sollievo poter finalmente suonare, dai camion di tutte le manifestazioni, il caro vecchio Lucio Battisti, e usare un suo verso immortale per porre una domanda a Expo, alla metropoli, a Milano: Ma che ne sai tu, di un campo di grano?

Leggi anche: Le Facce di bronzo di Expo 2015

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Una replica a “Che ne sai tu di un campo di grano?”

  1. […] inutili su campi agricoli, hanno compromesso aziende agricole, ma vi fanno un campo di grano di 5 ettari in centro a Milano. E vi diranno che Mc Donald’s e Nestlè nutrono il pianeta. Non è solo […]

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