Codogno un anno fa, non è andato tutto bene

Un anno fa l’intuizione dell’anestesista dell’ospedale di Codogno Annalisa Malara cambiava il corso degli eventi. Contravvenendo alle normali procedure, «cercando qualcosa che pensavamo impossibile», faceva un tampone per il coronavirus al trentottenne Mattia Maestri, ricoverato grave con una polmonite anomala. In quei giorni si facevano tamponi solo a chi con febbre e tosse aveva avuto contatti con la Cina: nessuno. Si pensava che il virus potesse arrivare solo dall’altra parte del mondo e invece era già qui, in Lombardia, nel Veneto, tra le campagne del lodigiano, le fabbriche della Valseriana, nell’ospedale di Codogno e in quello di Alzano Lombardo. La sera del 20 febbraio l’Italia intera scopriva di avere il coronavirus in casa e il 21 febbraio aveva anche il suo primo morto a causa del virus: Adriano Trevisan, pensionato di 77 anni di Vo’ Euganeo.

Come nella migliore delle sceneggiature distopiche in pochi giorni gli italiani imparavano a usare quotidianamente parole come lockdown, tamponi, distanziamento sociale, positività, zona rossa, quarantena. Il tempo e le distanze iniziavano a deformarsi. La bolgia festante di migliaia di persone dentro a uno stadio, quello di San Siro a Milano, diventava inconsapevolmente moltiplicatore di diffusione del virus: il 19 febbraio sera Bergamo era a Milano per Atalanta-Valencia, 9 mila persone secondo le stime più affidabili si contagiarono in quella occasione. All’ospedale di Alzano Lombardo, nella industrializzata Valseriana, da almeno un mese transitavano anziani con strane polmoniti. I protocolli nazionali per intercettare il coronavirus si dimostrarono inadeguati, mesi dopo scopriremo che il piano pandemico era fermo al 2006 e non venne applicato. Se tra i campi del lodigiano vennero subito messi in zona rossa 10 comuni, in Valseriana le chiusura non arrivò mai. Non voleva Confindustria e non voleva la politica, a partire dalla Lega al governo della Lombardia.

«È la sanità lombarda il vero paziente zero» dice Medicina Democratica che oggi sarà in presidio in 17 città lombarde. E non è ancora guarita. «30 anni di liberalizzazioni e privatizzazioni della sanità pubblica hanno portato all’impreparazione e all’incompetenza che hanno fatto franare il sistema sanitario lombardo» dice Marco Caldiroli, presidente di Medicina Democratica. «Nonostante l’evidenza che era la medicina territoriale a dover essere rafforzata, nulla è stato fatto in questo anno. Le Usca che sarebbero dovute andare di casa in casa a portare tamponi e assistenza non sono state implementate, i medici di base sono stati caricati di oneri senza supporto».

I cambi ci sono stati invece ai vertici della sanità lombarda, tra direttori generali e assessori. L’ultimo l’altro ieri, Marco Trivelli, ex direttore generale del settore welfare, silurato da Letizia Moratti, abituata a circondarsi di persone nominate direttamente da lei. «Sono cambi che certificano il fallimento di questa giunta. Il problema non sono le persone, ma il sistema che rappresentano» dice ancora Marco Caldiroli.

Ora in Lombardia si gioca la partita della riforma della legge Maroni sulla sanità, il Covid ha fatto esplodere il sistema tutto a favore degli ospedali privati. «Abbiamo affrontato il Covid a mani nude» raccontavano in quelle prime settimane di marzo i medici di base della provincia di Bergamo. «Andrà tutto bene» la frase che rimbalzavano di balcone in balcone per esorcizzare la paura e la solitudine. Per la prima volta per tutti una solitudine vera, fisica ed emotiva. I lombardi sperimentavano anche la terribile sensazione dell’abbandono. Sentirsi abbandonati quando il telefono del medico di base continuava a squillare senza risposta, abbandonati in attesa del tampone che non arrivava mai, abbandonati nella malattia e nella morte. La fila di camion militari a Bergamo carichi di bare diventerà il simbolo del sistema franato.

«Tutti andavano al pronto soccorso a farsi curare» ricorda ancora Marco Caldiroli di Medicina Democratica, «la sanità territoriale è stata travolta e abbandonata. In Lombardia gli ospedali sono diventati focolai». Ma può autoriformarsi questo sistema? Può la stessa parte politica che ha governato negli ultimi 30 anni cambiare modello sanitario? «Direi di no perché partono sempre dallo stesso atteggiamento, dalla stessa visione. Noi diciamo che con la legge Maroni questo sistema deve essere cambiato alla radice e non possono lavorare a questo cambiamento solo la giunta o il consiglio regionale, devono aprirsi a tutti gli operatori sanitari e alle associazioni che lavorano su questi temi e hanno qualcosa da dire».

Non si andrà in questa direzione, Fontana e Moratti sono garanti di un sistema che continuerà a favorire il privato e l’aziendalizzazione della sanità. La grande malata italiana, la Lombardia, non è sulla via della guarigione.

di Roberto Maggioni

da il Manifesto del 20 febbraio 2021

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