Contratti, Bonomi fa il buono ma punta a ridurre gli aumenti

Un primo incontro. Interlocutorio che però ha già fatto emergere divisioni, nonostante la chiusura cordiale. Tra la nuova Confindustria di Carlo Bonomi e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil il rapporto non sarà facile. Così come d’ora in poi non sarà facile rinnovare i tanti contratti scaduti per oltre 10 milioni di lavoratori privati e 3 di lavoratori pubblici, nonostante l’impegno preso ieri dalle parti a partire dal contratto della sanità privata, fermo da 14 anni.

Tre ore di faccia a faccia in cui Carlo Bonomi è stato spesso silente, lasciando al suo vice Maurizio Stirpe e al «tecnico» Pierangelo Albini – unici confermati dalla vecchia squadra di Vincenzo Boccia – di interloquire con Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Pierpaolo Bombardieri.

Ma la strada tracciata dal silenzioso Bonomi è chiara: il Patto per la fabbrica – l’accordo firmato nel 2018 che fissa (in modo molto flessibile) i criteri per gli aumenti salariali dei contratti nazionali – va cambiato. O almeno interpretato in maniera molto più restrittiva.

Lo strappo Bonomi lo ha consumato da luglio. Quando ha disconosciuto il contratto dell’industria alimentare, sottoscritto invece da molte organizzazioni di categoria. Troppi – per lui – i 119 euro di aumento salariale previsti nell’accordo sottoscritto e rivendicato da Cgil, Cisl e Uil. E proprio su questo si sono aperte le prime crepe della nuova gestione di Bonomi. Tanto che domani lo stesso Maurizio Stirpe riceverà i big dell’industria alimentare – Barilla, Ferrero, Danone e altri – che hanno sottoscritto il contratto – già approvato in molte fabbriche, ieri la Perugina – rendendolo potenzialmente erga omnes: valido per tutte le imprese e i lavoratori.

Difficile che Stirpe riesca a convincere imprenditori così importanti a cambiare idea. Ed ecco quindi che la nuova Confindustria di Bonomi si scopre meno forte e unita di come la descrivono i tanti adulatori del nuovo capo degli industriali.

Per questo già in avvio di confronto lo stesso Bonomi ha dovuto fare una prima retromarcia. Citando – nel tweet in cui annunciava l’inizio dell’incontro – proprio quel Patto della fabbrica che invece fino a ieri voleva rottamare.

È toccato a Stirpe e Albini invece cercare – invano – di convincere i sindacati che il «contesto post Covid» necessità di una nuova interpretazione del Patto della fabbrica: «gli aumenti salariali vanno legati maggiormente alla produttività», come da verbo di Bonomi.

Per ora dunque nessuno scontro. E una richiesta – scontata – comune al governo: detassare gli aumenti contrattuali nazionali. Una ormai storica battaglia della Fiom, ora condivisa da tutte le parti sociali e anche da Confindustria perché risparmia qualche euro di tasse. Ma il «sì» scontato del governo non cambia lo scenario sul rinnovo dei contratti: gli aumenti giustamente richiesti dai sindacati sono molto più alti.

All’uscita i sindacati comunque si sono mostrati moderatamente soddisfatti. A partire da un impegno preso dallo stesso Bonomi: sbloccare il contratto della sanità privata, fermo vergognosamente da 14 anni. «Una buona notizia, un segno importante frutto della nostra mobilitazione», ha annunciato la leader Cisl Annamaria Furlan. «C’è la conferma del Patto della Fabbrica, ritengo questo importante. Mi sembra di aver colto la volontà di definire ed esercitare anche la contrattazione», sottolinea Furlan.

Più guardingo Maurizio Landini. «Ci aspettiamo che si apra una fase di rinnovo dei contratti nazionali: ribadiamo che su questo tema abbiamo avanzato una richiesta al Governo che sia possibile sperimentare una tassazione migliore per l’aumento dei contratti nazionali». Insomma, per il segretario generale della Cgil si sono «notizie positive ma ci sono temi su cui restano delle difficoltà».

«Se non partiamo dal rinnovo dei contratti, non possiamo fare passi avanti: è un elemento discriminante», sottolinea il neo segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri.

E proprio a conferma delle difficoltà anche il commento di Bonomi all’«incontro utile, un primo approccio, un percorso per dare un segnale al paese e alla politica» si chiude ricordando che «abbiamo la necessità di sciogliere alcuni nodi per dare risposte che devono avvenire in un’ottica che tenga conto della trasformazione che sta avvenendo». Tradotto: nel post Covid gli aumenti salariali devono essere più bassi.

di Massimo Franchi

da il Manifesto dell’8 settembre 2020

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