Sciopero Amazon riuscito: «Adesione media del 75%»

Il primo sciopero di filiera Amazon al mondo è stato un successo. Adesione media del 70-75%, con punte del 90%. Meglio al Nord e fra i driver con la stessa Amazon Italia costretta a riconoscere un’adesione doppia fra i corrieri (nessuno dei quali è dipendente diretto) rispetto ai dipendenti dei magazzini, seppur stimata nel 20% contro il 10%.

Se sindacato significa «insieme per la giustizia», ieri Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt hanno fatto un mezzo capolavoro di ritorno alle origini riunendo le lotte dei 40 mila addetti che in Italia sono accomunati dal fatto di arricchire sempre più il colosso di Jeff Bezos. Se nel simbolo di Amazon la freccia va dalla A alla Z per significare che sul sito on-line puoi comprare di tutto, ieri i sindacati dei trasporti italiani hanno pareggiato la partita unendo lavoratori diversissimi: i 9 mila tempi indeterminati di Amazon Italia Logistica che operano negli immensi hub e nelle più piccole station disseminati sempre più lungo la penisola, altri 9 mila lavoratori interinali che pareggiano un rapporto che va oltre le leggi sul lavoro; i circa 1.500 lavoratori in appalto che in alcuni hub gestiscono completamente il magazzino Amazon e – soprattutto – i circa 19 mila driver, gli autisti-corrieri che nella pandemia ci hanno permesso di continuare una vita quasi normale portandoci a casa qualunque tipo di bene materiale.

Lo sciopero di 24 ore era stato deciso dopo la rottura della breve trattativa con Assoespressi, la sigla che riunisce i tanti corrieri che lavorano in esclusiva per Amazon Italia, che invece si era limitata ad un incontro fugace coi sindacati. La piattaforma unitaria chiedeva la riduzione dei ritmi e l’unificazione delle condizioni di lavoro per tutti i 40 mila lavoratori della filiera.

I presidi più partecipati sono stati quelli di Genova, Piacenza, Bologna e Milano, a quest’ultimo sotto la sede nazionale di Amazon Italia hanno partecipato i segretari delle tre sigle Luca Stanzione, Giovanni Abimelech, Antonio Albrizio.

«È una protesta riuscita- spiegano Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt – anche oltre le nostre aspettative considerando che molte lavoratrici e molti lavoratori si sentono “ricattabili” perché hanno contratti atipici e quindi hanno visto la protesta come un rischio per il loro posto di lavoro precario. Torniamo a ribadire le ragioni della protesta: Amazon si è arricchita enormemente grazie al boom del commercio online in tempo di pandemia ed è giusto che redistribuisca parte di questa ricchezza anche in termini di diritti ai suoi dipendenti. L’azienda ad oggi si è sempre rifiutata di discutere con i sindacati la verifica dei turni, dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti, la riduzione dell’orario di lavoro dei driver, la clausola sociale e la continuità occupazionale per tutti in caso di cambio appalto o cambio fornitore, la stabilizzazione dei tempi determinati e dei lavoratori interinali ed il rispetto delle normative sulla salute e la sicurezza». Concludono Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti: «Ci aspettiamo da Amazon una convocazione in tempi brevissimi, in modo da non essere costretti a proseguire la protesta», concludono.

«E’ il primo caso al mondo in cui l’intera filiera, dai magazzini ai corrieri, aderisce alla mobilitazione», ha sottolineato il vicesegretario del Pd Peppe Provenzano, assicurando che il suo partito «è pronto a incontrarli per ascoltarne le ragioni e difendere i diritti del lavoro nell’era dell’algoritmo».

Sulla stessa linea anche Rossella Accoto, senatrice M5S e Sottosegretaria al Lavoro e alle Politiche Sociali che auspica «una interlocuzione approfondita tra Amazon e sindacati per coordinare le linee guida del futuro in vista dell’apertura già pianificata di nuovi poli logistici».

di Massimo Franchi

da il Manifesto del 23 marzo 2021

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