Lavoratori dell’arte, l’intervista.

Abbiamo incontrato i “Lavoratori dell’arte” dentro assemblee molto partecipate e stimolanti in cui ragionamenti sugli spazi pubblici, i beni comuni, la precarietà, la crisi ci hanno fatto assaporare una comunanza di concetti rara e preziosa. Questa è una prima intervista per Milano in Movimento a cui seguiranno ulteriori articoli d’approfondimento.

 

Iniziate raccontando un pò la biografia del gruppo…come vi siete incontrati, come avete iniziato, le prime mosse…

La prima uscita pubblica dei lavoratori dell’arte data 22 luglio 2011, giorno in cui è stato pubblicato il primo documento che abbiamo prodotto in modo collettivo ed è partita una sottoscrizione di firme che è ancora in corso. A questo documento siamo arrivati attraverso strade diverse, ma volendo rintracciare una cronistoria è possibile individuare alcuni momenti, non esaustivi ma certamente topici, di questo percorso. Un primo momento è legato alla raccolta firme per l’appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del 2009, che è stato occasione di incontro e auto organizzazione di gruppi che a Bologna, Venezia, Roma e Torino hanno incominciato a confrontarsi sulla situazione dell’arte visiva in Italia. A questo è seguita la lettera di denuncia sulle modalità poco professionali con cui era avvenuta l’assegnazione della nuova direzione del Castello di Rivoli, museo di arte contemporanea tra i più importanti in Italia, che di nuovo è stato un momento di dialogo su scala nazionale sui temi della politica gestionale dell’arte. Al proseguimento delle analisi territoriale scaturite delle due lettere si sono aggiunte Genova, Milano con l’evento “L’altra parte del giorno”, e Berlino, dove si sono riuniti molti operatori dell’arte italiani con residenza berlinese. Dalla necessità di portare avanti questi discorsi in modo pubblico e in relazione ad un pensieri critico che potesse declinarsi fra teoria e pratica è nato DRR, un gruppo di artisti, curatori e critici, per lo più legati all’area milanese ma anche a Roma, Torino e Venezia. Volendo tirare le somme, la collettività che oggi costituisce i Lavoratori dell’arte è composta per la maggior parte da persone che erano presenti attivamente in questi diversi processi e gruppi di studio. Persone che si sono unite nella decisione di portare avanti un progetto comune con una propria metodologia a luglio 2011, quando viene organizzata in occasione del progetto “Lo spettacolo che tutti vogliono”, una tavola rotonda che ha dato corpo ad un documento di denuncia della distanza istituzionale dalle problematiche attuali all’interno del sistema dell’arte e dell’assenza dei diritti degli operatori del settore.

 

Qual’è l’oggetto del vostro lavoro, il centro principale di ciò che siete e volete fare. Parlateci dei vostri riferimenti culturali-teorici, delle vostre riflessioni…

Questa esperienza nasce e si struttura essenzialmente attorno a due considerazioni di fondo. La prima è che non siamo più dei lavoratori atipici e, anche se i lavoratori dell’arte fanno fatica ad identificarsi con i lavoratori della conoscenza o i lavoratori in generale, dovrebbero rendersi conto, insieme a loro – che questo discorso l’hanno capito già da tempo – che non c’è più nulla di atipico nelle forme non contrattuali dei lavori dell’arte. Anzi sono proprio questi lavori ad aver suggerito l’attuazione di nuove forme di sfruttamento nel lavoro contemporaneo. La seconda è che come lavoratori siamo inseriti all’interno di un meccanismo di continua espropriazione del plusvalore che produciamo con il nostro lavoro e la nostra vita. Viviamo una situazione di precariato infinito in attesa di un “dopo” che non verrà mai. Questo è il vero motore dell’economia della creatività.
Noi Lavoratori dell’Arte, vogliamo cercare di esplicitare con chiarezza le condizioni di precarietà in cui ci troviamo ad operare. Specialmente laddove il termine precarietà appare ormai inflazionato, è necessario invece riconoscerne le dinamiche, l’ambivalenza, l’estensione e le forme. Del resto, in un momento in cui la crisi ha acuito la gravità delle nostre condizioni, dobbiamo partire da una diagnosi lucida per mettere in campo contromisure efficaci. Ci riconosciamo in quelle pratiche che hanno valore costituente, quindi in grado di dare corpo a nuove realtà.
Siamo convinti che reddito e welfare siano due temi che devono entrare nel dibattito critico intorno alle arti visive. Senza, non troviamo punti di aggancio con le lotte reali, ma ci limitiamo a ri-affermare il nostro piccolo posto nel sistema quali critici dello stesso. Non siamo gli utili idioti complici.
Noi non chiediamo assistenza, vogliamo ciò che ci spetta. Laddove i discorsi e le pratiche artistiche istituzionali hanno già individuato la natura relazionale, sociale, cooperante e reticolare della produzione artistica contemporanea, ciò che manca è una distribuzione equa del valore che viene socialmente prodotto. Esso è concentrato nelle mani di pochi a discapito di molti (quei molti senza cui oggi l’arte non potrebbe funzionare se non nella ripetizione di modelli ormai esausti). Siamo dunque catturati all’interno di una parodia della dimensione comune dell’arte. A noi spetta il compito di prendere sul serio questo comune, ri-catturandolo attraverso la messa in campo di forme di lotta adeguate e allo stesso tempo, attraverso pratiche critiche e artistiche che sappiano articolare i nessi tra arte, politica e lavoro.
Diciamo che i linguaggi artistici sono un fatto politico e diciamo che la precarietà è un freno alla sperimentazione, all’ambizione, all’intelligenza, alla radicalità e al respiro globale dell’arte.

 

Raccontate del processo di lavoro, di che metodo utilizzate, come vi organizzate…

In questi mesi il gruppo iniziale dei Lavoratori dell’arte ha cercato, attraverso le assemblee pubbliche, di innescare un processo orizzontale, che si struttura dal basso. L’apertura alla collettività sotto una forma assembleare non predeterminata, che cerca di superare il concetto di mera partecipazione invitando tutti a compiere uno sforzo di autodeterminazione della propria posizione rispetto ad una piattaforma di contenuti condivisi, ha fatto si che si venisse a creare un gruppo trasversale ed eterogeneo di soggettività e gruppi che oggi compongo la struttura relazionale dei lavoratori dell’arte. Per quanto riguarda le forme di lotta ci siamo da subito allontanati da quelle che riteniamo non più attuali perché legate alla dicotomia padrone lavoratore che la forte spinta alla terziarizzazione del mondo del lavoro ha sovvertito. La nostra non è una lotta sindacale, il nostro processo vuole andare al di là del dualismo rivendicazione/contrattazione e porsi da subito come processo costituente. Non siamo nemmeno interessanti ad una tipologia di lotta antagonista ispirata alla logica della cospirazione e della propaganda di contropotere. Rifiutiamo inoltre l’estetizzazione delle lotte e l’idea di avanguardia, in arte come in politica. Conseguentemente vogliamo attraversare le lotte reali, aperte anche su terreni diversi ma affini a quello delle arti visive, come quelle dei lavoratori dello spettacolo, della conoscenza e degli studenti.

 

Infine: con chi siete e-o volete essere in relazione e…dai dai dai! :-)

Il fatto di essere un gruppo di operatori delle arti visive, e quindi di settore, non significa avere un’attitudine corporativa, al contrario, decliniamo la nostra specificità e i nostri linguaggi dentro quella comune lotta alla crisi e al precariato che, sebbene in forme diverse, è la cifra del nostro tempo.
Siamo in relazione con il S.a.L.E, il Valle Occupato, la Sala Arrigoni, e tante altre realtà, gruppi e soggetti che negli ultimi mesi stanno dimostrando, nella pratica come nella teoria, cosa voglia dire occuparsi, ovvero prendersi cura di ciò che è nostro: della cultura, del lavoro, della comunità, degli spazi, del territorio, delle economie, e la necessità di riscrivere il presente nelle pratiche.

 

Invitiamo tutti al QUARTO ROUND! Ovvero alla quarta assemblea pubblica, giovedì 1 dicembre 2011 dalle ore 20.00 all’Arci Bellezza di Milano.
Perché crediamo che questo sarà un incontro molto importante per la concretizzazione a brevissimo di una delle possibili pratiche discusse in questi mesi…e Dai Dai Dai!

 

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Una replica a “Lavoratori dell’arte, l’intervista.”

  1. […] la storia, il patrimonio archeologico, le tradizioni. Credo si possa pensare, piuttosto, ad innescare un processo. Sviluppare un approccio differente e alternativo alla realtà esistente. Per chi non […]

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