Giardini comunitari in città_ Recupero, condivisione e autodeterminazione

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Forse non è facile accorgersene, ma a Milano esistono ormai una ventina di giardini comunitari. A Roma sono più di cento, e ce ne sono anche a Bologna, Torino, Rovigo, Venezia, per citarne altri.

Non è facile accorgersene perché i giardini non sorgono in mezzo alle città, non scelgono i quartieri più belli, le aree più frequentate. Il loro scopo è un altro: andare a scovare i terreni degradati, dimenticati dalle amministrazioni comunali, gli spazi vuoti (che però si riempiono di quello che non vorremmo). Cercano gli avanzi di città, della città di chi pensa al tessuto urbano solo come una risorsa con la quale fare reddito, non certo da abitare, e li trasformano, facendo rivivere natura, quartiere e abitanti.

I giardini comunitari sono infatti spazi dove gruppi di persone condividono la gestione di un angolo di terra, ma non sono semplici giardini: sono pratiche di condivisione, apertura al quartiere, sono terreni liberati per le idee, l’autodeterminazione. Sono luoghi dove mettere in prova le proprie capacità insieme agli altri. Sono uno spazio da coltivare, per recuperare il nostro contatto con la nostra provenienza biologica, il cibo e la natura, ma anche per esprimere anche forme di arte e per organizzare iniziative di animazione. Un modo di vivere la città, ma anche la propria vita, completamente diverso.

Il risultato è che trasformano aree della città pericolose e invivibili in luoghi piacevoli sotto molti punti di vista. Quando un’area abbandonata, una discarica o un luogo di spaccio e prostituzione viene occupata, vengono coltivati frutta, verdura e fiori; l’area viene aperta al pubblico; ma soprattutto si crea una comunità di persone che lavorando insieme,e  organizzando feste, corsi  e momenti di incontro per tutto il quartiere, ripristina quella rete di relazioni sociali che le città moderne non hanno più saputo mantenere. In un community garden ciascun individuo può contribuire con il proprio tassello a un progetto che non ha nessun confine: si incontra dunque una tipologia molto vasta di persone: anziani che vogliono coltivare un pezzetto di orto, amanti del giardinaggio che creano aiuole fiorite, ma anche artisti che realizzano opere murali, giovani a reddito zero, per i quali il raccolto estivo di zucchine rappresenta già una piccola differenza, mamme e bambini che cercano uno spazio di gioco, musicisti che trovano uno spazio libero dove provare. Un community garden diventa uno spazio per fare poesia con i fiori e la letteratura, ma anche per realizzare opere concrete come serre fatte di ruote di bicicletta, o pavimenti a mosaico di vasi spezzati.La forza che permette a questa varietà di realtà di lavorare insieme in modo sinergico è l’assenza di una struttura definita, lo scambio alla pari tra le persone, la responsabilità assunta da ciascun individuo e non da un ente generico. Il risultato è una ricchezza di progettualità che parte dalla scelta delle piante, alla decorazione dei muri, per andare ad attività culturali che interessano anche le minoranze del quartiere, creando una integrazione non altrimenti possibile.
Complice la nuova tendenza nel fare rete, nel creare gruppi spontanei capaci di collaborare per risolvere problemi quotidiani, in un modo che fa della comunicazione orizzontale e dello scambio  la sua forza, i community possono riprofilare anche economie e valori sociali.

Non ci vuole molto, lo sforzo è alla portata di tutti. Eppure da quando sono nati (negli anni Settanta, negli Stati Uniti), ci sono voluti quasi trent’anni perché si diffondessero anche in Europa e poi da noi (per avere in un’idea sui community garden in Europa, guarda il video: https://vimeo.com/49487450)

Milano, in Italia, ha un privilegio. E’ una delle poche città dove i giardini comunitari si sono messi in rete, creando la Rete delle Libere Rape metropolitane (http://rape.noblogs.org ; Facebook: Ortocircuito Milano), nata nel 2010. Questa rete ha aiutato le nuove iniziative, ha prodotto materiali , ha fatto in modo che i community garden diventassero una pratica condivisa capace di cambiare la città.

Se n’è accorto anche il Comune che,  insieme alle Rape, dedica un’intera giornata ai giardini comunitari presso l’Acquario di Milano (http://rape.noblogs.org/2012/10/06/cose-un-giardino-condiviso-come-si-puo-realizzare-scopritelo-alla-festa-dei-giardini-condivisi-domenica-14-ottobre-dalle-10-00-alle-18-00-allacquario-civico-di-via-gadio-2/). La mattina sarà dedicata alla presentazione del nuovo (http://rape.noblogs.org/files/2012/06/DeliberaConvenzioneGiardiniCondivisi.pdf), con il quale il Comune si impegna a riconoscere la possibilità che un community garden si insedi in un terreno di proprietà comunale, sulla base di un contratto che può andare da  uno a tre anni (rinnovabili), a patto che coltivi in cassoni (per evitare l’inquinamento del terreno), vengano organizzate feste, incontri informativi e didattici aperti al quartiere, si coltivi biologicamente. Si tratta di una forma di accordo che prima di Milano hanno adottato già da parecchi anni città come Parigi, Londra, Bruxelles e Berlino, con varie declinazioni.

A New York nell’ottobre 2011 è stato firmato un accordo, che oltre a riconoscere e ufficializzare un giardino comunitario, garantendone la continuità nello spazio scelto, impegna la municipalità a cercare un’altra comunità di persone disposte a continuare il lavoro, nel caso il primo gruppo non abbia più potuto mantenere l’impegno.  E’ ormai da tutti riconosciuto che la presenza di queste realtà ha cambiato la faccia dei quartieri, rendendoli migliori e, tra l’altro, spesso aumentandone anche il valore immobiliare. A Parigi l’accordo con la municipalità impegna il Comune a fornire una bonifica del terreno, acqua e luce. In cambio i cittadini mettono le piante, le coltivano, aprono lo spazio e organizzano attività pubbliche. Per quanto riguarda Milano è ancora presto per sapere come si procederà. Il regolamento passa infatti in mano ai Consigli di zona. E già il primo coinvolto (quello di zona 9) per l’allestimento di Isola Pepe verde (all’Isola) sta dimostrando una certa lentezza.

Il regolamento permette anche ai cittadini che non se la sentono di uscire dalla legalità, di prendersi cura di un terreno degradato. Ma ovviamente non impedisce di continuare comunque a liberare spazi ovunque, e di vedere solo successivamente se è indispensabile rientrare nel quadro normativo. A Parigi e a Londra per esempio convivono entrambe le possibilità, e si animano vicendevolmente.

Non a caso alla giornata partecipano tutti i giardini, che nel pomeriggio organizzano laboratori, scambi di semi e piante, informazioni.

Il Sito http://ortodiffuso.noblogs.org  (Facebook: Ortodiffuso), ha fatto partire un appello perché tutti segnalino le aree abbandonate, perse, mai utilizzate, comprese quelle che erano destinate a progetti avveniristici, che per mancanza di soldi non sono mai stati fatti. Lasciarle così è uno spreco. Potrebbero invece ospitare, anche temporaneamente dei giardini comunitari.

Le segnalazioni (che vanno inviate a ortodiffuso@inventati.org) verranno pubblicate sulla mappa (http://ortodiffuso.noblogs.org/la-mappa/) che mostra l’orto invisibile che si annida dentro a Milano (l’orto dei community garden, degli orti comunali, ma anche quello dei balconi, dei giardini, degli spazi privati), per dimostrare che la possibilità di coltivare fa parte dei bisogni più profondi anche di chi vive nella metropoli. I gruppi che vorranno poi procedere dal dire al fare, troveranno il supporto delle Libere rape metropolitane, che forniranno piantine, semi, consigli tecnici e aiuto.

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