Cuba non è sola, ma ha bisogno di tutte e tutti noi

L’emergenza che vive oggi Cuba, apparentemente caduta nelle mire di Trump nel suo delirio di onnipotenza, ha radici lontane in costanti e continue violazioni del diritto internazionale, che, col tempo, sono rimaste patrimonio di un gruppo di fedeli sostenitori e sono sparite dalla cronaca, al punto che c’è qualcuno che riesce persino a negarne l’esistenza. L’ondata di solidarietà che in questi giorni sta attraversando l’Italia, tra progetti, raccolte di beni e con la partenza di una “flotilla” e di una carovana il 17 marzo, con appuntamento per il 21 marzo sul Malecón de La Habana per una grande manifestazione, riprende percorsi mai interrotti, e serve ad accendere i riflettori su questa piccola isola resistente.

Facciamo un passo indietro, quindi, e, ricostruiamo le origini del “bloqueo” di cui normalmente poco si parla, e che qualcuno nega, mentre ci sono tristi personaggi della destra, nostrana e non solo, che attribuiscono al governo di Cuba, al comunismo, al modello rivoluzionario, la responsabilità della crisi e delle difficoltà che affronta la popolazione, che si sono acuite con le ultime misure del 29 gennaio 2026, privando l’isola del rifornimento di petrolio, rendendo la produzione di energia molto limitata e difficoltosa. E come sappiamo, senza energia non ci sono trasporti, distribuzione di alimenti, sostegno agli ospedali e ai generatori, refrigerazione…

Va segnalato che Cuba negli anni passati, nonostante appunto il blocco, o per definire in maniera corretta, le misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti, ha avviato il passaggio a energie rinnovabili e autoprodotte, che coprono però solo un 30% del fabbisogno.

Dicevo facciamo un passo indietro. Dopo il trionfo della rivoluzione cubana del 1959 guidata da Fidel Castro, il nuovo governo avviò una serie di riforme strutturali, tra cui la riforma agraria e la nazionalizzazione di numerose imprese, molte delle quali di proprietà statunitense. Ricordiamo cos’era Cuba prima della rivoluzione: il bordello degli USA.
Nel gennaio 1961 Washington interruppe le relazioni diplomatiche con La Habana, segnando l’inizio di un’aggressione politica ed economica che dura ancora oggi, inasprendosi di anno in anno. La resistenza di Cuba è una spina nel fianco degli Stati Uniti da sempre.

Il primo passaggio formale fu la Proclamation 3447 – Embargo on All Trade with Cuba, quando il 3 febbraio 1962 il presidente John F. Kennedy proclamò l’embargo commerciale totale contro Cuba, includendo quasi tutte le relazioni economiche e commerciali tra i due paesi. Erano altri tempi, i tempi della guerra fredda. La proclamazione del primo embargo arriva dopo la fallita invasione della baia dei Porci (per i cubani l’attacco a Playa Girón) nel 1961. Se non si riesce a rovesciare Fidel con le armi, ci si prova con le “sanzioni”. L’obiettivo – dichiarato o meno – delle misure coercitive unilaterali è di portare la popolazione a rovesciare il regime che non piace. Il 1962 è anche l’anno della crisi dei missili, quando Cuba aveva il sostegno dell’Unione Sovietica.
Con il tempo, il sistema di queste misure si è trasformato in uno dei regimi sanzionatori più duratori e più duri della storia contemporanea, fino ad arrivare al gennaio 2026.

Le misure contro Cuba non sono rimaste statiche, ma sono state progressivamente rafforzate attraverso leggi federali, regolamenti amministrativi e memorandum presidenziali.

Si è iniziato proprio all’indomani della Rivoluzione quando il Foreign Assistance Act (1961), nato per organizzare gli aiuti economici e militari che gli USA indirizzano verso le altre nazioni, viene distorto inserendo il divieto di assistenza economica a Cuba, e restrizioni al commercio. Per capirci il Foreign Assistance Act è la stessa base giuridica che sta dietro ai fondi USAID e agli aiuti umanitari e militari verso paesi terzi che Trump ha ridotto o modificato. Dal 1963 viene implementato il regolamento principale che attua di fatto il blocco contro Cuba: il Cuban Assets Control Regulation (1963) congela i beni di proprietà del governo cubano o di cittadini cubani negli Stati Uniti, vieta l’esportazione verso Cuba e le importazioni da Cuba, e limita i viaggi dei cittadini statunitensi a Cuba. Di fatto si impedisce la vita finanziaria ed economica del paese.

Negli anni novanta, dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, Cuba affronta il cosiddetto “periodo especial”, la gravissima crisi economica, durata quasi un decennio, dovuta proprio alla perdita dell’80% di commercio estero garantito per l’isola, oltre al sostegno politico.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno rafforzato le misure coercitive: Robert Torricelli, deputato democratico, nel 1992 promuove il Cuban Democracy Act, sotto Bush padre, e ancora una volta ci si nasconde dietro l’esportazione della democrazia – l’obiettivo è la promozione della transizione democratica (sic) – proibendo alle filiali estere di aziende statunitensi di commerciare con Cuba e limitare l’accesso ai porti statunitensi per le navi che avessero attraccato nell’isola. Siamo in piena fase di avvio della globalizzazione che interseca tutto il mondo, dove le società sono scatole cinesi. Basta una componente statunitense per rendere l’impresa impossibilitata ad avere relazioni con Cuba.
Il modello che rappresenta Cuba per gli USA è alla base dell’incessante accanimento e perseguimento delle politiche contro l’isola.

Nel 1996 viene firmata la legge Helms-Burton che codifica il blocco verso Cuba nella legislazione federale, rendendone impossibile la revoca senza l’approvazione del Congresso. Introduce con il cosiddetto Titolo II la possibilità di intentare cause contro le imprese straniere che utilizzano proprietà nazionalizzate dopo la rivoluzione e, cosa ancora più grave, amplia l’extraterritorialità delle sanzioni, colpendo aziende e investitori di paesi terzi.

Dagli anni 2000 ci sono stati aggiustamenti con qualche piccolo miglioramento, come il Trade Sanctions Reform and Export Enhancement che ha autorizzato limitate esportazioni agricole e di medicinali verso Cuba, e la presidenza Obama aveva illuso – soprattutto gli occidentali non certo i cubani – che si potesse avviare una normalizzazione nei rapporti con la storica visita di Barack Obama nel marzo del 2016 a La Habana. La prima amministrazione Trump ha rotto qualunque illusione. Dal 2019 riprende il lavorio delle sanzioni unilaterali, inasprendosi, e ampliando l’extraterritorialità delle stesse. Gli USA puniscono chiunque tenti di avviare relazioni con Cuba, penalizzando le imprese straniere, limitando l’accesso al mercato statunitense per le compagnie che commerciano con l’isola.

Sempre sotto la prima amministrazione Trump, Cuba è stata inserita nella lista degli Stati patrocinatori del terrorismo – lista fatta dagli Stati Uniti ovviamente – nel gennaio del 2021, con un impatto significativo sull’economia e sulle relazioni internazionali. Una delle prime conseguenze è il peggioramento delle restrizioni sulle transazioni finanziarie (provate a fare un bonifico su qualunque istituto di credito cubano, o peggio ancora provate a fare una donazione a una qualsiasi associazione inserendo la parola “Cuba” nella causale e vedrete che fine fa il vostro bonifico…).
La motivazione era la presenza di membri dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) colombiano a Cuba e il rifiuto di estradarli, oltre al sostegno al governo di Nicolas Maduro in Venezuela.

Un sistema che colpisce anche noi italiani. Non solo le imprese, ma anche i singoli cittadini: se oggi un italiano va in vacanza a Cuba, per poter viaggiare successivamente negli USA deve fare una procedura di richiesta visto “punitiva” e costosa. O pensiamo all’arroganza del tentativo di ingerenza operato dagli Stati Uniti nei confronti del presidente della regione Calabria, con l’incaricato per gli affari su Cuba che si è recato nella regione per chiedere che venissero espulsi i 400 medici cubani che stanno supplendo alle carenze del sistema sanitario. Mentre gli USA hanno tentato in tutti i modi di far cadere Cuba, con attentati terroristici, con guerre mediatiche (suggerisco di leggere “La guerra che ci fanno” di Raul Capote – https://www.redstarpress.it/prodotto/la-guerra-che-ci-fanno/), con figure come Marco Rubio, oggi segretario di Stato, che ha costruito tutta la sua carriera politica sull’anticastrismo, la cooperazione medica internazionale costruita da Cuba ha rappresentato uno dei pilastri della sua diplomazia. Il pensiero umanista di Fidel Castro che ha pensato di esportare medici, non bombe ha dato vita a missioni di medici in giro per tutto il mondo.

Iniziando nel 1963 con medici mandati in Algeria, per arrivare alla Brigata “Henry Reeve”, che prendeva il nome dal un giovane statunitense nato a Brooklyn che ha combattuto per l’indipendenza cubana nella Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) e che nasce per rispondere all’emergenza dell’uragano Katrina proprio negli USA, nel 2005. Una brigata di medici per andare ad aiutare il paese che tenta di distruggere la rivoluzione cubana da sempre. Questa è la grandezza del popolo cubano.
La brigata “Henry Reeve”, ha partecipato a missioni in tutto il mondo, intervenendo in terremoti, epidemie e catastrofi naturali. I medici cubani sono stati gli unici a non voltare le spalle all’Africa Occidentale durante l’epidemia di Ebola, andando in 250 in Sierra Leone, Liberia e Guinea.

Nel complesso, migliaia di professionisti cubani hanno partecipato a missioni mediche in oltre quaranta paesi, trattando milioni di pazienti e intervenendo in numerose emergenze sanitarie globali. Tutti e tutte ricordiamo che tra questi paesi, c’è stata anche l’Italia, a Crema e Torino, in piena pandemia da Covid-19.
Una pandemia che Cuba ha affrontato sotto blocco, riuscendo a creare in proprio vaccini coprendo tutta la popolazione.

L’isolamento dovuto alla pandemia ha colpito duramente Cuba, che vive di turismo, unica fonte di ingressi che i potenti Stati Uniti non sono mai riusciti a fermare. E sono state tante le denunce sulla gravità del mantenere il blocco anche in una situazione di emergenza mondiale come quella generata dal Covid-19.

Le critiche internazionali rispetto al blocco inumano e criminali esistono. Ma non modificano lo stato delle cose. Dal 1992 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ogni anno, vota una risoluzione per chiedere la fine del blocco statunitense contro Cuba, considerato illegale e contrario al diritto internazionale. Negli anni i due punti fermi contrari sono sempre Stati Uniti e Israele. Con l’ondata di destra che attraversa il mondo, nel 2025 il numero dei voti contrari è passato a 7: Stati Uniti, Israele, Argentina, Ungheria, Macedonia del Nord, Paraguay, Ucraina.

Il sistema di misure coercitive unilaterali viola il principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, sancito dall’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, contrasta con i principi di libertà di commercio e navigazione internazionale e produce effetti umanitari rilevanti sulla popolazione civile.

La rielezione di Trump, e come dicevo, la nomina di Marco Rubio a segretario di Stato, hanno segnato un cambio di passo. Non solo nelle relazioni con Cuba, come vediamo dall’arroganza con cui il nuovo “imperatore del mondo” va in giro a fare guerre, disfare accordi, e gestire un pezzo di mondo come fosse solo cosa sua. L’attacco ai medici cubani è una delle operazioni più meschine messe in atto da Trump: si muove in giro per il mondo a pretendere l’espulsione dei medici cubani, che rappresentano anche una base di scambi diplomatici ed economici tra paesi, e la ottiene da tutti quei paesi su cui ha influenza. L’Honduras ha appena espulso i medici presenti, l’Ecuador ha addirittura dichiarato persone non grate tutti i diplomatici cubani. Un cerchio che si stringe.

Ma a 112 miglia (180 km) dal più potente impero che da più di sessant’anni cerca di annichilire l’esperienza cubana, Cuba resiste.

Se siete arrivati fino a qui nel leggere, e avete maturato la convinzione dell’ingiustizia dell’accanimento degli Stati Uniti nei confronti di una piccola isola con meno di 11 milioni di abitanti, che chiede solo autodeterminazione e rispetto della propria sovranità, capirete perché è stata organizzata una “flotilla” e un “European Convoy for Cuba” per portare a Cuba non solo aiuti di prima necessità – ogni partecipante porta con sé 20 kg di medicine – ma anche per accendere i riflettori su quanto sta accadendo. Dal 17 marzo seguitene il cammino. Let Cuba breathe è la campagna di Aicec che ha organizzato la parte europea. Dal Messico partirà una flotilla e dall’Europa via area partiranno 5 tonnellate di medicinali.
Cuba non ha bisogno solo di aiuti materiali, che sono importanti. Ha bisogno che ci sia una risposta politica e popolare.

L’11 aprile l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba ha promosso una manifestazione nazionale a Roma. Possiamo seguire chi è partito per Cuba, possiamo denunciare quanto sta accadendo, possiamo smontare la narrazione falsa su Cuba e sulla sua rivoluzione. Possiamo fare tanto, per mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio che tenta di strangolare Cuba.

Cuba non è sola, ma ora ha bisogno più che mai di tutta la solidarietà e la mobilitazione possibile.

Anna Camposampiero

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