Cuba sopravviverà anche al Trump-bis?
Il 27 gennaio, anniversario della nascita di José Martí, quest’anno a Cuba ha un peso particolare. La tradizionale Marcia delle Antorchas attraversa L’Avana come ogni anno, ma con alcune differenze evidenti: la fiaccolata è guidata dal presidente Miguel Díaz-Canel e la partecipazione appare più ampia rispetto al passato. È difficile stabilire se si tratti di una prova di forza e di sostegno al governo rivoluzionario o di una risposta alla politica di pressione rilanciata da Donald Trump. In ogni caso, non si tratta di un mandato in bianco a chi governa. La risposta non è netta. Resta sospesa, come la fase che Cuba sta attraversando.
La crisi economica è profonda, la voglia di cambiamento diffusa, la fiducia nel governo in calo. A questa sfiducia, però, non corrisponde la crescita di un’opposizione interna strutturata. I settori apertamente anti-rivoluzionari restano in gran parte fuori dall’isola, soprattutto a Miami. Spingono, soffiano, provano a inserirsi, ma per ora non trovano una base reale dentro Cuba. Figure come Marco Rubio hanno già tentato di capitalizzare le proteste del 2021, raccontandole come l’inizio di una svolta filo-occidentale. Ma quelle proteste, nate dal basso, non hanno mai offerto una sponda a chi, dall’esterno, vorrebbe decidere il futuro dell’isola.
Da Miami si insiste nel sostenere che l’assenza di un esito politico, capace di saldare chi protestava ai moti contro-rivoluzionari, sia dipesa esclusivamente dalla repressione. Una repressione che molte e molti raccontano, senza negarla. Ma nei racconti ritorna altro. Durante le proteste, da fuori arrivavano messaggi di incoraggiamento generico: “Fate bene”. E la risposta era spesso la stessa: “Dove siete voi?”. “È facile parlare da lì”. “Restate dove siete, a Cuba ci pensiamo noi”. È una frase che ritorna, con parole diverse, e che segna una linea netta contro ogni opposizione eterodiretta.
Un mio caro amico italiano che vive a Cuba da anni mi dice: “Non penso sia stata una protesta eterodiretta, anche perché non ha mai accettato di schiacciarsi su altro che non fossero richieste di misure sociali capaci di rispondere alla crisi economica ed energetica”. Un discorso molto diverso da quello che tante e tanti, anche in Italia, hanno alimentato e riprodotto.
La partecipazione più ampia alla fiaccolata di quest’anno ha probabilmente anche un’altra spiegazione. Il 2026 segna i cento anni dalla nascita di Fidel Castro e il 27 gennaio è stato inserito esplicitamente in questo orizzonte commemorativo. Martí come fondamento dell’indipendenza, Fidel come colui che quella promessa l’ha incarnata nel Novecento. Tornando proprio al 2021, non c’è persona che non dica, prima o poi: “Se ci fosse stato Fidel non ci sarebbe stata la repressione”. Non è un giudizio ingenuo, né una rimozione delle contraddizioni. È una valutazione politica e affettiva insieme. “Fidel ci metteva la faccia. Ascoltava. Sbagliava. Faceva bene. Ma ascoltava”.
Questa assenza pesa oggi più di quanto dicano i discorsi ufficiali. La crisi energetica, i blackout quotidiani, il crollo del turismo, la scarsità di medicine, l’embargo che stringe e gli errori strategici accumulati negli anni hanno prodotto stanchezza. Non rassegnazione. Fatica. A Viñales, nella campagna occidentale, un coltivatore di tabacco avvisa i compagni che “è arrivata la corrente” dopo ventiquattr’ore di buio. Dura meno di un’ora. A L’Avana, invece, la luce disegna una mappa delle disuguaglianze: quartieri sempre illuminati e altri quasi mai. Nei ristoranti frequentati da stranieri non manca nulla. Nei negozi di strada si compra ciò che si può, se si hanno abbastanza pesos.
L’embargo diventava legge il 3 febbraio del 1962 per firma di John F. Kennedy. La misura all’oggi, dopo oltre 60 anni, secondo l’attuale presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, è un “blocco genocida” e una vera “guerra economica”. La presa di parola di Diaz-Canel arriva, attraverso i canali ufficiali, in un momento di tensione e crisi, forse senza precedenti. Il presidente cubano ha sottolineato come, nel corso dei decenni, dodici diverse amministrazioni abbiano usato l’assedio economico come forma d’ingerenza esterna.
Cuba resta un luogo difficilmente riducibile a schemi semplici. Non ci sono pubblicità commerciali. Lo spazio urbano non è colonizzato dal mercato. La sanità resta pubblica e universale, anche se in affanno. L’istruzione è diffusa ed è uno dei motivi per cui, una volta emigrati, molti cubani e molte cubane trovano lavoro all’estero. Negli ultimi cinque anni quasi due milioni di persone, soprattutto giovani, hanno lasciato l’isola. Per strada si vede: mancano i ventenni e i trentenni. I racconti di chi è partito, però, non alimentano un sogno occidentale. “I miei fratelli sono tra Stati Uniti ed Europa, non mi pare che si viva poi meglio”, dice una ragazza dietro il bancone del suo piccolo negozio.
La cultura media sull’isola è alta, soprattutto se paragonata al resto del Centro America. Viene spontaneo chiedersi come ci si informi, visto che spesso la luce manca per giorni e internet non funziona. Radio e televisioni restano centrali. Appena tornano rete e corrente, però, i telefoni si accendono e le persone cercano notizie. In una delle casas particulares dove dormo si discute delle misure di Trump, dei dazi, del Messico che non manda più barili di petrolio. Si parla di politica. Ci si informa. È una popolazione colta, attenta, tutt’altro che passiva.
Le contraddizioni sono ovunque. I Cayos sono spazi separati: per entrarci bisogna essere ospiti di un resort. All’aeroporto, al cambio valuta, straniere e stranieri passano davanti a cubane e cubani che aspettano da ore. Chi lavora per lo Stato guadagna pochi pesos al mese. Chi lavora nel turismo o riceve rimesse dall’estero può guadagnare anche più di venti volte tanto. Fino a pochi anni fa la libreta garantiva una redistribuzione tale per cui il paniere di base per vivere, e qualcosa in più, era una certezza. Oggi non funziona più. Nel mercato informale si trova di tutto — dal limoncello alla Coca-Cola, passando per macchine di lusso e vestiti di marca — ma solo per chi ha i soldi. Nelle farmacie ufficiali non c’è nulla, pochissimo in quelle per turisti. Per strada ti chiedono pesos, magliette, paracetamolo. Amiche e amici dicono che, se si sa dove andare, le medicine si trovano, ma costano care. Altre persone sostengono che mancano anche lì. “Prima o poi arrivano”, dicono. L’unica farmacia piena è quella dell’aeroporto, zona partenze. E viene spontaneo farsi domande. È soprattutto nel campo sanitario e in quello del carburante che l’embargo colpisce più duramente.
La povertà è visibile, la stanchezza anche. Ma non c’è paura diffusa ed è raro vedere persone dormire per strada. La cartellonistica ricorda Fidel, Che Guevara, Camilo Cienfuegos. Non ci sono slogan pro-USA. Non ci sono scritte che coprono i volti storici della rivoluzione. Ci sono scritte a sostegno della Palestina, scritte contro la polizia — diverse ACAB nel centro dell’Avana — murales ovunque, cartelli del governo contro l’embargo. Non ci sono invocazioni a Trump. Nemmeno se lo chiedi apertamente. È una fotografia molto diversa da quella che viene generata, costruita e alimentata altrove. Ed è una fotografia complessa, stratificata.
Un ragazzo che mi tatua dice: “Trump no. Ma qui servirebbe uno come Bukele, che metta ordine, che sistemi il caos che si vive sull’isola”. Solo a Remedios vedo passare un’auto nel centro con due bandiere statunitensi sui finestrini laterali. Chi si spinge più in là dice: “Che venga, se pensa di sapere cosa fare. E se verrà e fallirà, lo cacceremo come abbiamo già fatto. Non penso sia la soluzione. È fuori controllo. Vediamo. Mi verrebbe da dire: sfidiamolo”.
“Qui a Cuba siamo nati per resistere”, ripetono. Ma rispetto a un anno fa c’è più rassegnazione, più stanchezza. Il futuro appare impossibile eppure una certezza ritorna: i giovani e le giovani. Sono proprio loro, però, a migrare e a spendere fuori da Cuba la formazione che il sistema rivoluzionario ha reso possibile. Un maestro dell’Habana Vieja dice: “Vanno via perché non li ascoltano. Se li ascoltassero davvero, se il governo iniziasse ad ascoltarli, non andrebbero via. Loro sono la soluzione, non quel pazzo di Trump. Così però non possiamo andare avanti”.
La domanda di cambiamento esiste, ma non ha ancora una forma politica riconoscibile. Negli anni non si è costruita una società civile autonoma dalle strutture del partito. Oggi domina la burocrazia. Manca una voce critica, competente, non compromessa con l’esilio anti-rivoluzionario, capace di alimentare un dibattito positivo. Non c’è una sinistra di movimento che agisca per il bene di Cuba. C’è il partito. Ci sono i giovani e le giovani. C’è chi migra. E c’è chi, da fuori, spinge per un cambiamento che significhi il ritorno sotto la bandiera a stelle e strisce.
L’ondata Trump oggi non pare avere lo spazio per attecchire, ma serve un ripensamento capace di far proprio solo il meglio della storia degli ultimi 134 anni di Cuba e di tessere così le basi per un futuro nuovo. Servono riforme forti, non immobilismo, per evitare di arrivare a un punto di non ritorno in cui chi grida più forte viene scambiato per un salvatore. La paura di molte e molti, però, è che la crisi economica sempre più stringente, soprattutto dopo le ultime misure di Trump, riduca drasticamente i tempi.
Il cambiamento non può essere continuità. Ma non è nemmeno rottura in direzione occidentale o capitalista. Non c’è una sola persona che chieda elezioni con più partiti o una democrazia liberale. Chiedono di vivere meglio, di vivere bene, senza che la povertà o la fatica siano la quotidianità. È una fase di mezzo, un “né-né” carico di incertezza, in cui molte e molti sognano una nuova rivoluzione. Non una replica. Un tentativo di riprendere quei valori profondi del sogno collettivo che, dal 1959, ha segnato la storia dell’isola e, per molti anni, ha illuminato l’America Latina e l’Europa, sperimentando a lungo una libertà carica di dignità.
Andrea Cegna
Tag:
crisi economica cuba embargo fidel fidel castro imperialismo l'avana povertà rivoluzione rubio Stati Uniti trump
