Di fronte ai liceali, la repressione come unica risposta
Se finora era la mobilitazione studentesca del maggio 1968 a fare da vessillo alla rabbia della Gen Z francese, i blocchi dei licei del settembre 2026 incarnano un’ondata di rivolta del tutto nuova, segno di un sistema educativo degradato come mai prima d’ora.
Un’eco diretta del Maggio ’68
Alla fine degli anni Sessanta la Francia era scesa in piazza in massa: per il 13 maggio 1968 si stimano oltre un milione di scioperanti (Fonte). Al centro della protesta c’erano università troppo rigide, una libertà d’espressione troppo limitata nei campus e nei media, un sistema scolastico troppo arcaico. I lavoratori avevano seguito gli studenti e chiedevano più potere d’acquisto, meno ore di lavoro settimanali e migliori prestazioni di previdenza sociale.
Nelle giornate di mobilitazione più intense c’erano stati scontri diretti con la polizia, con diverse centinaia di arresti (500 persone arrestate e 360 ferite secondo i dati raccolti – Fonte).
Quelle mobilitazioni avevano portato agli Accordi di Grenelle, che prevedevano un aumento del 35% dello SMIG (Salaire Minimum Interprofessionnel Garanti, il salario minimo garantito) e una riforma dell’istruzione, che concesse più autonomia alle università e permise a studenti e docenti di partecipare alla loro gestione.
Quasi sessant’anni dopo, la Francia ripiomba nella rabbia, stavolta guidata dai liceali del paese.
Lunedì 28 settembre 2026. Giornata di mobilitazione nazionale del pubblico impiego. Licei e università francesi vengono bloccati da studenti e corpo docente.
Da più di una settimana in Francia cresce un movimento di sciopero che si installa davanti agli istituti scolastici, guidato dagli stessi studenti e insegnanti. Accusano lo Stato di un abbandono quasi totale, ancora più evidente nelle banlieue parigine, dove studenti e personale scolastico affrontano condizioni indegne. Classi sovraffollate, professori non sostituiti per mesi, acqua contaminata, topi, soffitti che crollano: il diritto a un’istruzione dignitosa non è più garantito a una generazione che si sente completamente abbandonata a sé stessa.
Quello che è nato nella banlieue parigina – al liceo Paul Éluard di Saint-Denis – si è esteso molto in fretta a tutto il paese. Da allora si contano « blocus », i blocchi degli istituti, in tutte le grandi città francesi: Parigi, Lione, Tolosa, Marsiglia, Nantes.


Non esiste ancora una stima complessiva del numero totale di manifestanti in questo periodo, ma martedì 6 ottobre si è toccato un picco di 450.000 presenze. A Parigi place de la République si è riempita con oltre 100.000 manifestanti (Immagini), mentre place Bellecour a Lione (Immagini), la piazza della Prefettura a Marsiglia (Immagini) e le strade di Tolosa (Immagini) hanno accolto a loro volta folle di studenti.
Istituzioni e media spostano il problema
Eppure, dopo una settimana di mobilitazione, l’opinione pubblica francese e i canali all news non raccolgono le rivendicazioni di questi studenti, ma puntano piuttosto lo sguardo sulla forma che prendono i « blocus ». Perché molto spesso le immagini che escono da queste giornate di sciopero mostrano una violenza profonda negli scontri tra le forze dell’ordine e i giovani francesi. I reparti dei diversi corpi di polizia sono schierati ovunque nei pressi degli istituti e usano metodi repressivi denunciati a più riprese. Dall’altra parte, alcuni adolescenti e giovani adulti rispondono con mortai pirotecnici, cassonetti in fiamme e lanci di oggetti. Altri, la maggioranza, si battono a colpi di slogan potenti scritti sui cartelli.


Solo che quei cartelli già non bastavano di fronte alla violenza istituzionale subita dagli studenti negli ultimi dieci anni (tra le altre cose, le richieste rimaste senza risposta sulla precarietà studentesca, sulle risorse destinate all’istruzione e sulla riforma dell’accesso agli studi superiori dall’arrivo di Parcoursup, la piattaforma nazionale di ammissione all’università). E allora, di fronte all’escalation di violenza incarnata dai metodi barbari di chi dovrebbe mantenere l’ordine, come rispondere?


Forze di polizia sempre più violente, un’escalation che non si ferma
Dopo otto giorni di mobilitazione, il movimento di questo autunno 2026 è già il più represso nella storia della Quinta Repubblica francese, con oltre 6.000 persone fermate (dati del Ministero dell’Interno) e più di 5.000 poste in garde à vue, il fermo di polizia, l’87% delle quali minorenni (France Info). Al di là dei numeri, le immagini documentate dagli stessi manifestanti sono ancora più eloquenti: le forze dell’ordine prendono a manganellate professori e studenti, gasano con i lacrimogeni liceali ed eletti della Repubblica, e si contano diversi casi di giovani in gravi condizioni dopo episodi di violenza.
A Lens un liceale ha perso una mano, colpito da una granata assordante (Video), un altro ha perso l’uso di un occhio a Tours (Video) e un quattordicenne è ricoverato in ospedale a Saint-Ouen-l’Aumône con la mascella frantumata, dopo essere stato colpito a bruciapelo da un lanciagranate lacrimogeno (Video). Per alzare ancora di un livello la violenza, la polizia ora usa anche i propri mezzi per tentare di investire la folla (Video – Video).


Quale esito aspettarsi?
Nonostante questa escalation di violenza contro i manifestanti, la mobilitazione prosegue e non perde forza. Nei prossimi giorni sono attesi cortei più numerosi. Si parla per esempio di un ritorno dei Gilet gialli, oltre che dei sindacati in lotta contro l’inflazione.
Si pone allora la domanda su come si chiuderanno queste mobilitazioni: la parola fine arriverà da una risposta del governo con misure concrete, o dobbiamo aspettarci un nuovo dramma umano che le stronchi?

di Thomas Paquiry, giornalista indipendente
* foto di copertina di Merlin Ferret
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