Erdogan, il presidente di tutto

Nella sera di domenica , dopo la chiusura delle urne e con l’inizio del conteggio delle schede, sembrava di assistere allo spoglio del referendum dello scorso anno.  Le agenzie governative come Anadolou diffondevano velocemente ai media nazionali e mainstream dati relativi a una vittoria schiacciante di Erdoğan e a una disfatta delle opposizioni, che contemporaneamente dichiaravano di essere in possesso di altri dati e denunciavano brogli.

Con il passare delle ore il margine di Erdoğan si riduce  di molto, ma rimane sempre in vantaggio,  e poco prima della mezzanotte, quando lo spoglio non si è a ancora concluso, Erdoğan compare davanti alle telecamere e  si dichiara vincitore dicendo messianico:  “Il paese mi ha affidato di nuovo una missione”. Per strada già girano i caroselli dei suoi sostenitori.

Le opposizioni continuano a sbraitare, presidiano la sede della Suprema Commissione elettorale ad Ankara, Murrahem Inçe, lo sfidante numero 1 di Erdoğan scrive su twitter a caratteri cubitali “Non ci crediamo”, invitano ad aspettare i dati definitivi e consegnano le relazioni sui brogli avvenuti durante le votazioni. Stesso copione di un anno fa, ma con un finale differente.

Alla fine, nelle prime ore della giornata, l’opposizione è costretta a rassegnarsi di fronte a un risultato difficile da accettare dopo una campagna elettorale iniqua e piena di forzature da parte del governo e soprattutto dopo le aspettative che erano stati in grado di infondere. Mai come in questa occasione si percepiva nella popolazione turca anti- Erdoğan  speranza ed entusiasmo, che serpeggiavano nelle conversazioni e riversavano le persone in piazza in comizi oceanici.

Infatti, il ballottaggio per le presidenziali erano una possibilità non sicura ma molto concreta anche per gli analisti. Ma il carisma e la capacità di parlare a un fronte largo del candidato  scelto dal partito social-democratico non sono state sufficienti a convincere quei turchi che vedono in Erdoğan ancora una sicurezza, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Per molti turchi il sultano  resta il leader forte che ha cambiato la Turchia in meglio e ridato dignità sociale e politica alla confessione religiosa.

Molti turchi, al di là della propaganda governativa e  per quanto consapevoli della stretta repressiva non sono disposti a un cambiamento che dal loro punto di vista mette in discussione delle sicurezze. Erdoğan si riconferma Presidente della Turchia con il supplemento di poteri conferitogli dalla riforma costituzionale approvata nel discusso  referendum dell’aprile scorso.

Per gli altri 5 anni in cui  sarà al timone del paese, con la possibilità di essere riconfermato altre due volte, concentrerà su di se il potere legislativo ed esecutivo, ed avrà larga agibilità anche su quello giudiziario. Potrà sciogliere le camere in ogni momento ed emanare decreti immediatamente esecutivi.

In base al risultato delle elezioni parlamentari però agirà in un parlamento più eterogeneo di quello precedente: la sua nuova composizione riflette in maniera più obbiettiva la situazione politica attuale: Erdoğan non ha più la maggioranza assoluta ma la raggiunge solo grazie alla coalizione con gli ultra nazionalisti di destra dell’MHP, che hanno ottenuto un numero di voti ben al di sopra delle aspettative.

L’AKP, il suo partito, ha perso 7 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni:  il suo leader è decisamente  più debole rispetto alle passato, come del resto si è spesso dimostrato in questa campagna elettorale, costellata  di gaffes e fatta di proclami vuoti di contenuti, e durante la quale  ha accuratamente evitato ogni confronto diretto con gli altri candidati.

Un’altra sconfitta relativa per Erdoğan è il non essere riuscito a liberarsi dell’HDP, che nonostante la campagna distruttiva messa in atto nei suoi confronti, riesce di nuovo a entrare in parlamento, piazzandovi 67 deputati su 600: due di questi sono attualmente in carcere, uno è il il segretario generale del partito Selahattin Demirtaşed e un altro è il giornalista di inchiesta Ahmet Sik, incarcerato due volte, trattenuto in carcere per anni e rimesso in libertà solo pochi mesi fa.

Lui ed altri soggetti politici simbolo della lotta per la libertà e democrazia in Turchia sono una delle lucciole che illumineranno un parlamento sulla quale dopo queste elezioni grava anche  un’ondata nera:  i risultati hanno prodotto un  rafforzamento della componente di destra ultranazionalista, a causa dell’ottimo risultato dei Lupi Grigi in coalizione con l’AKP  e dell’ingresso in parlamento in una quarta forza politica proveniente da una loro scissione, il “Partito buono” di Meral Akşener, ex-Ministro degli Interni degli anni  ’90 e  definita “ La lupa”:  l’anticipo delle elezioni non ha permesso a questa nuova forza politica, di sottrarre voti al MHP come si sperava l’opposizione social-democratica  con cui si è coalizzata, ma che gli ha permesso però di piazzare i suoi deputati.

Come e se questo parlamento riuscirà a contrastare il presidente Erdoğan e i suoi super poteri, è tutto da vedere. Ma per lui il problema più urgente da affrontare non è politico, ma economico. Adesso ha a disposizione quella stabilità e continuità  invocata per affrontare la crisi, la maggioranza dei turchi gliel’ha accordata ora deve dimostrare di saperle usare.

Serena Tarabini

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