L’autodeterminazione del popolo albanese

Ivanka Trump ha detto di aver “scoperto” l’isola di Sazan e la costa di Zvërnec. Lo ha detto ospite di un noto podcaster guru della finanza, con la naturalezza agghiacciante di chi si muove nel mondo come se fosse il giardino di casa propria: “Eravamo sulla barca di un amico, in queste splendide acque. Abbiamo visto quest’isola: ci siamo tuffati, raggiunta a nuoto. È così che l’ho scoperta… L’abbiamo girata tutta, a piedi nudi. Era così bella, e con questa laguna di fronte. Ha un potenziale enorme”. L’esplorazione in terre dipinte come “incivili” e “disabitate”, come se non ci fossero popoli da millenni. La “scoperta” e la missione civilizzatrice del miliardario.

A un certo punto, Ivanka sostiene che la gestione del progetto è una questione delicata perché gli attori coinvolti “hanno un’integrità enorme che non scende a compromessi”. Ma non si riferisce alla popolazione locale, alla sua storia o alla difesa della terra. Al rapporto intrinseco e millenario che gli albanesi hanno col fiume Vjosa – ultimo fiume incontaminato d’Europa -, con Zvernec e Sazan. Parla degli architetti con cui privatizzerà e cementificherà tutto (e di progetti di cui nessuno sa nulla). I locali per lei semplicemente non esistono: non sono citati, non sono contati. E aggiunge: “L’opera dev’essere non solo bella e integrata nel paesaggio ma anche funzionale per chi ne beneficerà. Ecco: noi realizziamo i sogni delle persone. È questo che mi rende felice. Chi andrà lì dovrà sentirsi di aver realizzato un sogno”. I sogni di chi? Di ultra-miliardari, da chissà dove, che beneficeranno di quel lusso spropositato. Mentre la costa ormai è totalmente preclusa a chi vive in Albania. Mentre la gioventù albanese o lavora 16 ore al giorno in nero o viene forzata a emigrare – lavorando nei campi, in strada, o in fabbrica. E gli anziani costretti a dover lottare, da mesi, per pensioni dignitose.

Entrambi navighiamo mari e acque. Loro, per predare. Noi, per un futuro migliore. Intere generazioni albanesi, compresi i genitori delle seconde generazioni qui in Italia, hanno dovuto navigare. Non per lusso, non per gioco, non per fare storytelling nei podcast di finanza. Eppure siamo noi, ad aver così tanto da raccontare ed esprimere. Loro si muovono nella piena “legalità” dei capitali. Noi, costretti nella “clandestinità”. “Tornate a casa vostra”, dicono all’emigrazione albanese e a quella di ogni altra etnia. Loro, che sul razzismo e sul sovranismo ci hanno costruito intere carriere politiche, forti di miliardi ereditati mentre millantano di essersi “fatti da soli”. E noi, che da soli ci siamo fatti davvero, trattati come “spazzatura” da “reimmigrare”.

Loro parlano dell’integrità dei propri architetti che non tollera compromessi, proprio mentre in questi giorni la società albanese sta manifestando in piazza con creatività, ironia, sarcasmo e una dignità immensa e dirompente. La famiglia Trump, e il genero ultrasionista, che hanno deciso di cancellare i locali dai propri calcoli, ignora forse che il popolo albanese ha sempre dovuto lottare per la propria, di integrità, contro un’occupazione dopo l’altra. In quelle coste, occupatori di ogni risma e secolo, sono stati gettati in mare, cacciati. Verso la fine dell’intervista, Ivanka dice baldanzosa: “Questa è la mia sfida, la mia più grande sfida”. Ha perfettamente ragione. Ed è una sfida che perderà. Contro il neocolonialismo, partiti servili con potenti e bulletti con la miseria della gente. Per l’autonomia e l’autodeterminazione, contro le predazioni e per l’ecosistema, animali, natura. Una società intera è in lotta.

di Elon Miloti

*** Aggiornamento del pomeriggio dell’8 giugno 2026 ***

Stasera, a Tirana, sarà la nona giornata consecutiva di protesta massiva e popolare. Ogni sera il corteo canta: “Nesër më shumë”(“Domani di più”). E ogni sera quella promessa viene mantenuta: ogni giorno si aggiunge nuova gente. Una lotta guidata dalla gioventù, scesa in strada in massa, ma con la partecipazione di ogni generazione. Ci sono lavoratori, anziani, famiglie, bambini che disegnano in piazza. E il morale, anziché scendere, cresce ora dopo ora.

Alle 18 ci si ritrova in piazza. Poi il corteo. Poi i blocchi che proseguono fino a notte fonda tra cori, canti, fumogeni – e automobilisti che salutano con clacson le folle. E il mattino dopo non si parla d’altro: ogni momento è buono per inventare nuovi slogan da portare la sera, preparare cartelloni, organizzarsi. Un’atmosfera travolgente e pervasiva che ha spezzato il fatalismo che governanti e oligarchi hanno cercato di imporre e normalizzare per anni, attraverso il ricatto tra miseria estrema ed emigrazione forzata.

Un’intera società è in strada contro i due partiti storici, entrambi percepiti come corrotti, contro gli oligarchi locali e contro il neocolonialismo. Oggi il volto più visibile è quello di Trump, ma la contestazione riguarda processi che da anni vedono la svendita e la privatizzazione del Paese a favore di interessi legati alla Turchia, ai Paesi del Golfo, all’Europa, ai grandi capitali privati cinesi e agli ultramiliardari russi. Molti legati agli interessi ultrasionisti. Non c’è un campo buono. C’è l’autonomia della società: il sapere collettivo e la creatività popolare che si stanno esprimendo in modo dirompente.

Sabato, oltre alla protesta di Tirana, si è svolta anche una giornata nazionale a Zvërnec, dove i manifestanti hanno oltrepassato le reti di recinzione collocate nell’area.

E anche in Italia la comunità albanese, totalmente auto-organizzata, attraverso social e relazioni costruite negli anni, è scesa in strada: da Torino, con un corteo spontaneo, a Bologna, da Firenze a Milano, Padova e Brescia, ricevendo il sostegno solidale e la partecipazione attiva di moltissimi italiani e di persone provenienti da altre comunità migranti. Rilanciando per altre mobilitazioni

Stasera di più. Domani ancora di più. Atdheu nuk shitet.

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