Patrick Zaki, processo a chi critica il potere

Patrick Zaki è un attivista egiziano di 30 anni, iscritto all’Università di Bologna in studi di genere e delle donne. Gli ultimi due compleanni li ha passati a Tora, una delle più famigerate prigioni egiziane nella periferia del Cairo, dopo essere stato prelevato dai servizi di sicurezza egiziani l’ultima volta che è tornato a casa.
Il 7 febbraio 2020, infatti, Patrick era tornato in Egitto per trascorrere qualche giorno con i genitori, ma è stato arrestato in aeroporto ed è poi scomparso per le successive 24 ore. Secondo i suoi avvocati che sono riusciti a vederlo quando hanno scoperto dove si trovava, Zaki era stato interrogato per il suo attivismo, picchiato e sottoposto a varie torture tra cui scosse elettriche sul corpo.
Le accuse mosse erano di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, propaganda per il terrorismo. E perché?
La prova di queste accuse la trovano in un lungo articolo in inglese sulle violazioni dei diritti delle persone Lgbtiq in Egitto, dove Patrick ha raccontato la rappresaglia subita da chi aveva esposto bandiere arcobaleno al concerto della band libanese Mashrou’ Leila. Nell’articolo, Zaki denunciava una forte crescita degli arresti di persone Lgbtiq: nel periodo 2013-17 erano stati registrati in media 66 arresti l’anno, contro i 14 del periodo 2000-2012.

Il 14 settembre 2021, dopo più di un anno, si è tenuta la prima udienza del processo contro Patrick, che è durata solo 5 minuti. Giusto il tempo per venire a sapere che c’è una nuova accusa, quella di “diffusione di notizie false” per un articolo scritto nel 2019 sotto forma di diario, in difesa della minoranza copta. Il processo è stato poi aggiornato al 28 settembre, e l’attivista rischia tra i 25 anni e l’ergastolo.
Patrick, che ha sempre lottato per i diritti delle minoranza oppresse in Egitto, scriveva articoli, partecipava alle manifestazioni ed in passato aveva anche coordinato la campagna per supportare le comunità cristiane cacciate dal nord del Sinai, a causa dell’avanzata dello Stato Islamico, e sfollate nella città di Ismilia.
Il Tribunale di Mansura, sua città di origine, lo accusa quindi di difendere una minoranza di cui lo stesso Patrick fa parte e che oggi – nell’immagine del Papa copto – è molto vicina al Presidente egiziano.
Nella sua lotta ai Fratelli Musulmani e ai gruppi jihadisti fuori dal suo controllo, Al Sisi ha da sempre tenuto a mostrare la sua vicinanza a Tawadros II di Alessandria, 118° Papa della Chiesa ortodossa copta, potente alleato nelle controversie coi paesi confinanti e nel contrasto alla fratellanza musulmana. Un rapporto strategico perfetto per l’Egitto che vuole presentarsi alla comunità internazionale come un Paese moderato, il gigante buono che fa da paciere tra Israele e Palestina, che inaugura chiese cristiane e partecipa alle messe di Natale. Non c’è bisogno di evidenziare la beffa.
Consapevoli dunque che Patrick Zaki sta subendo un processo politico per il suo attivismo, siamo oggi nella situazione in cui il tentativo di incastrare Patrick cerca nuovi sbocchi perché non è stato trovato spazio con le accuse precedentemente mosse; il Tribunale continua il lavoro come braccio del potere per ergere l’immagine di Al Sisi, molto vicino alle comunità copte egiziane e quindi non imputabile da un articolo di un giovane attivista. Anzi.

Il caso di Zaki riporta subito alla mente la vicenda di Giulio Regeni, il dottorando dell’Università di Cambridge ucciso al Cairo nel 2016. Ma le due storie vanno considerate in maniera diversa: Innanzitutto Regeni era cittadino italiano, anche se questo non è bastato a evitare che lo torturassero e uccidessero. Patrick invece è egiziano e studia in Italia, ma nonostante il sottile filo che lega questo paese a lui, stavolta l’Università di Bologna e la comunità accademica hanno preso posizione in tempi brevi, a differenza delle autorità accademiche inglesi al tempo di Regeni, con una reazione tempestiva che potrebbe salvargli la vita.
Comunque andrà il 28 settembre e qualsiasi destino verrà riservato a questo giovane molto vicino alle nostre storie di attiviste per i diritti umani, l’importante è che dall’Italia si continui a mantenere alta l’attenzione ed a fare pressione affinché venga liberato.
“Le ingiustizie della società patriarcale sono tendenzialmente sostenute e giustificate dalla legge”, scriveva Patrick nell’articolo.
E’ nostro dovere continuare a parlare di lui e dell’ingiusta detenzione che sta subendo perché criticava il potere.

Articolo sulle minoranze copte di Patrick Zaki per Deraj, tradotto in italiano

Nassi LaRage

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