Burgio, l’ex generale romano candidato sindaco a Milano
In questa estate infuocata non potevano mancare quella rottura di coglioni di fascisti con la loro propaganda identitaria. Dai fascio-influencer romani e i bot razzisti che hanno invaso i social network, all’ampio spazio mediatico dedicato a Vannacci.
L’ultimo arrivato tra i sostenitori dell’ideologia “+ sicurezza = – immigrati”, si chiama Carmelo Burgio, classe 1957, candidato sindaco a Milano per Futuro Nazionale, generale dei Carabinieri in congedo; si presenta come diverso dal suo leader e dichiara subito di non avere simpatie per Mussolini, perché “far arrivare i treni in orario ma bombardare le stazioni” non è esattamente la sua idea di destra. Nelle interviste rilasciate si definisce uno storico che ama la patria e racconta di essere rimasto sorpreso dalla proposta di candidatura. Dopotutto non è di Milano, ma sostiene di conoscere la città perché la frequenta dal 2012, ha molti amici, ci viene due weekend al mese, frequenta l’associazione paracadutisti e l’ha girata molte volte a piedi e in macchina. Insomma, giustificazioni non all’altezza del ruolo che vorrebbe ricoprire.
Il paradosso è che il generale in congedo Burgio, le cui dinamiche meneghine sembrano per lo più sconosciute, ha come obiettivo quello che lui stesso definisce il “rastrellamento di Milano”. Detto da chi non vive quotidianamente la città, è curioso. Si fa forte di esperienze militari avute in Afghanistan, Libano, Siria o Sardegna, dove ha coordinato operazioni o addestramenti nonostante le sue origini romane e la scarsa conoscenza del luogo.
Che concezione potrà mai avere della sicurezza un soggetto del genere?
Sicurezza a Milano come altrove, non significa soltanto più controlli, arresti e militarizzazione delle strade, ma spazi pubblici, illuminazione, trasporti, servizi, lavoro dignitoso, case popolari, prevenzione e contrasto alla marginalità.
E a riprova della scarsa conoscenza della realtà milanese da parte del Burgio, c’è anche un’intervista nella quale parla della morte del giovani Ramy Elgaml, arrivando a dire che se Ramy andava in giro a rubare (informazione completamente fuorviante) era perché il padre non lo aveva saputo educare. Una vicenda che richiede particolare attenzione e, se non si conoscono i dettagli, rispettoso silenzio.
Questo militare che cerca adozione a Milano sperando di diventarne sindaco si permette di insultare la memoria di un ragazzo che non c’è più, diffondendo una ricostruzione falsificata della sua uccisione da parte dei carabinieri oggi a processo per omicidio stradale, frode processuale, falso ideologico. Questa continua propaganda contro le persone con background migratorio colpisce persone che conoscono la città da ben più di una manciata di anni e qualche giretto in macchina. Non basta la frequentazione di un circolo per dire di conoscere una città che si vorrebbe amministrare, come non basta una carriera militare per portare una logica di guerra in una città come Milano.
Stiamo per inaugurare il secondo anno dall’istituzione e la normalizzazione delle “zone rosse” volute dal governo, aree off limits della città per parte degli abitanti. Dall’istituzione delle zone rosse, il 30 dicembre 2024, al settembre 2025, sono state identificate 463.250 persone e sono stati emessi 3.459 ordini di allontanamento. Non esiste un dato aggiornato ad oggi, ma già più di 1/3 della popolazione ha subito un’identificazione mentre camminava per la città.
Solo nella serata del 25 luglio scorso, per citare l’ultimo controllo di massa dei documenti, sono state identificate 7.112 persone e controllati 555 veicoli. Il risultato di questa “operazione straordinaria” della Polizia di Stato è di 9 arresti e 29 denunce.
Milano insomma, non è carente di controlli stringenti costanti e straordinari, e la città ha bisogno di tutto tranne che di un’ulteriore militarizzazione delle strade e delle vite della gente.
Ma per comprendere questo bisogna vivere una città oltre la propaganda, i giretti in macchina o le passeggiate del weekend.
di Nassi LaRage
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