Centri sociali e dialoghi urbani

Milano_skylineA Milano la politica, che sia di centro-destra o di centro-sinistra, non ha mai avuto idee coraggiose e innovative sul tema centri sociali. Le proposte sono sempre arrivate dal basso e rispedite al mittente.

L’idea di Macao di comprare l’ex-macello proprietà di So.Ge.Mi., controllata al 99% dal Comune di Milano, non è nuova in città ma fa i conti con una storia infelice. Anche se i particolari proposti dal collettivo di viale Molise 68 hanno dei tratti di unicità. Sono lontane le esperienze di sperimentazione di Roma o Napoli, ma anche quelle di città come Bergamo, Brescia, Padova, Venezia, Bologna, o della vicina Segrate.

Leoncavallo e Cox 18, due degli spazi occupati più longevi in Italia, restano occupati. Cox, che si trova in uno spazio comunale, è stato sgomberato anche durante la giunta Moratti-De Corato e ripreso con vigore e forza da una mobilitazione cittadina. Le giunte di centro-sinistra non hanno neppure ritirato le denunce civili contro gli occupanti. Il Leoncavallo ha provato con la giunta Pisapia ha risolvere la sua situazione, senza risultati. La giunta arancione che in 5 anni ha visto praticare oltre 30 sgomberi, e alcuni di questi sono stati anche agiti perché ad essere sgomberate sono state anche delle aree comunali.

Se la politica milanese ha mostrato sempre il volto peggiore nel dialogo con le realtà occupate, negli anni si sono visti timidi dialoghi, invece, tra privati e centri sociali.

Pergola ha provato a comprare lo spazio di via Angelo Della Pergola 5, quartiere Isola, per continuare la sua storica attività di produzione culturale e di intervento di quartiere portato avanti per anni anche grazie ad un affitto politico: le logiche puramente speculative della proprietà però hanno reso impossibile la trattativa d’acquisto. Prima di Pergola alcune realtà sono riuscite a “strappare” forme di affitto politico, come successo con il CSA Vittoria o invece a farsi riconoscere “buone uscite” come il LOA Bulk con la proprietà che è stata obbligata a riconoscere decine di migliaia di euro agli ex-occupanti per continuare le loro attività in altro luogo.

Certamente i privati milanesi hanno anche messo a valore (economico) le idee dei centri sociali: basti pensare che, dove gli studenti nel 2007 occuparono un ex-sede del PCI in via Volturno chiamandola V33, oggi il palazzo di ultra-lusso costruito sopra l’occupazione si chiami V33.

Anche se rari a Milano non assenti episodi di dialogo proprietà/occupanti, ma sempre con privati di mezzo. La proposta di Macao quindi cambia le regole del gioco, e per la prima volta propone all’amministrazione comunale di “vendere” uno spazio di sua gestione agli occupanti. Il Comune, se accettasse, dovrebbe così, decidere di dare un valore sociale e politico, e non commerciale, all’ex-macello.

La proposta “assurda” di Macao è anomala dal punto di vista del rapporto con la politica: non si chiede, infatti, di concedere nulla. Si forza l’amministrazione ad una discontinuità politica e amministrativa. Apre certamente a molte domande, politiche e gestionali anche perché è sicuramente una novità rispetto alle precedenti esperienze d’acquisto.

Macao nell’orizzonte cooperativo della proposta traccia contorni innovativi di proprietà. Gioca una partita nel campo del diritto, quindi, oltre che sulla capacità di scelta dell’amministrazione chiamata ora a un piccolo segnale di discontinuità nel campo delle speculazioni edilizie vendendo uno spazio sotto costo, sapendo che quello spazio non sarà mai più percorso da logiche di vendita.

Se Macao comprerà l’ex-macello ci sarà un prima e un dopo, nel bene o nel male.

Andrea Cegna

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