Data center: il nuovo volto di Milano?
Milano ha un nuovo business, dopo il food, dopo gli eventi, dopo il marketing cittadino. Un business che le permette di speculare sul proprio passato industriale senza nemmeno doverlo rinnegare: i data center. Le vecchie aree produttive possono continuare a essere produttive, i capannoni lasciare spazio ad altri capannoni, solo che al posto delle catene di montaggio arrivano server, trasformatori, sistemi di raffreddamento e gruppi elettrogeni. La fabbrica cambia pelle e cambia ciò che lascia intorno a sé: enormi consumi energetici, pochissimo lavoro e terreni che la deindustrializzazione aveva abbandonato ai margini della metropoli e che improvvisamente tornano strategici.
La dimensione della corsa la racconta la prima mappatura realizzata da ProdAction del Politecnico di Milano. Nell’area metropolitana sono già attivi 33 data center sui 49 presenti in Lombardia, altri dieci sono in costruzione e ventitré in valutazione. Gli impianti milanesi accesi raggiungono circa 414 Megawatt di potenza nominale, il 68% di quella installata in Italia, ma è un dato destinato a invecchiare rapidamente: quelli esistenti restano mediamente sotto i 10 MW, quelli in costruzione viaggiano intorno ai 30, mentre tra i progetti in valutazione si arriva fino a 300. Se tutto ciò che è già in cantiere verrà realizzato arriveranno altri 318 MW e, aggiungendo i progetti sottoposti a VIA, entro il 2030 potrebbero sommarsene altri 600.
Il cloud, insomma, ha ben poco della nuvola: è cemento, terra, energia, acqua, elettrodotti e chilometri di fibra. Milano possiede quasi tutto ciò che questa industria cerca e soprattutto conserva un enorme patrimonio di aree che la fine della grande industria aveva lasciato sospese. Una ventina dei progetti censiti riguarda aree dismesse, ma la crescita dei nuovi campus sta già spingendo gli investitori oltre: tredici interventi in costruzione o valutazione interessano terreni agricoli o mai urbanizzati, 120 ettari complessivi, più della metà della superficie occupata dai nuovi progetti. Il digitale, quando scende dalla nuvola, consuma suolo.
La scala di ciò che sta accadendo si vede tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, dove K2 vuole costruire un campus da 400 MW, appena dichiarato dal governo di preminente interesse strategico nazionale: 5,3 miliardi di euro di investimento e, una volta entrato a regime, circa 200 posti di lavoro diretti. Amazon punta su Rho-Pero e Zibido, Vantage su Melegnano, Settimo Milanese e Cornaredo, EdgeConneX su Opera e Pieve Emanuele, Equinix ancora su Settimo e Cusago. Il governo ha già dichiarato strategici sette programmi per oltre 25 miliardi di euro e previsto commissari straordinari per accelerarne gli iter. Una nuova geografia industriale sta prendendo forma nella cintura milanese, ma questa volta alla quantità gigantesca di capitale investito non corrisponde una quantità altrettanto gigantesca di lavoro.
Mentre i progetti aumentano, però, si sta mettendo in moto anche qualcosa dall’altra parte. L’11 luglio a Lacchiarella una manifestazione organizzata dal Comitato di Ciarlasco ha portato in strada l’opposizione a uno dei nuovi impianti; il 30 luglio più di 150 persone hanno riempito SOS Fornace a Rho per una prima assemblea metropolitana contro la proliferazione dei data center. Nel solo Rhodense sono una decina i progetti previsti tra Rho, Pero, Pregnana, Settimo Milanese e Cornaredo e da quell’incontro è uscita la richiesta di una moratoria, ma soprattutto il tentativo di mettere insieme territori che fino a quel momento avevano incontrato la stessa storia separatamente, progetto dopo progetto e comune dopo comune.
Ora un altro fronte si apre a Cesate, dove un impianto da circa 60mila metri quadrati lungo la tangenzialina per Solaro ha già raccolto oltre mille firme contrarie e il 28 agosto è convocata un’assemblea pubblica. Rumore, consumo di acqua ed energia, gruppi elettrogeni, suolo e compensazioni sono le questioni immediate, ma dietro ne cresce una molto più politica: può ogni comune decidere da solo quando decine di decisioni apparentemente locali stanno ridisegnando l’intera metropoli?
È probabilmente qui che la partita sui data center smette di essere una discussione tecnica e diventa una questione di città. Milano conosce bene il meccanismo: per trent’anni il suo passato industriale è stato materia prima della rendita, con fabbriche trasformate in loft, supermercati, uffici, studentati e quartieri di lusso, ogni volta accompagnate da una parola capace di rendere il cambiamento inevitabile. Rigenerazione, attrattività, innovazione, transizione. Adesso tocca alla sovranità digitale e all’intelligenza artificiale.
Ma mentre si accendono i server si sta accendendo anche il conflitto. A un anno dallo sgombero del Leoncavallo, la discontinuità promessa dal sindaco rispetto al modello Milano non si è ancora vista; quella che continua a funzionare perfettamente è invece una città capace di trasformare ogni spazio, bisogno e innovazione in occasione di rendita privata. I data center sono soltanto l’ultima metamorfosi di questo modello, con una differenza: questa volta, prima ancora che la trasformazione sia compiuta, da Lacchiarella a Rho fino a Cesate c’è già chi ha cominciato a dire che il futuro della metropoli non può essere deciso un capannone alla volta.
di Andrea Cegna
* foto in copertina da Radio Popolare
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