Partigian* in ogni strada – Pino, la staffetta del Ticinese

Dal libro di Paolo Pasi “Pinelli una storia” pubblicato da elèuthera editrice.

Foto di gruppo in bianco e nero. È un giorno speciale, da annoverare nelle date che lasciano il segno.
«Così… ecco fermi».
25 aprile 1945. Un gruppo di una ventina di persone sorride all’obiettivo, alcune accosciate, altre in piedi sotto un cartello con la scritta 89 mo Garibaldi. Alpi Grigne. In posizione più defilata si intravedono le donne. Davanti c’è un ragazzo dallo sguardo più serio degli altri, o forse solo intimidito, il fazzoletto rosso al collo e un braccio appoggiato al muro. Pino Pinelli non ha ancora compiuto diciassette anni, ma ha già fatto la sua scelta, partecipando alla resistenza al fascismo e alla liberazione della sua città.
Con Milano ha un rapporto quasi esclusivo. È nato nel 1928 in uno dei quartieri più popolari e ricchi di storia, Porta Ticinese, una successione di case di ringhiera, di ballatoi affacciati sulle rumorose discussioni tra vicini di casa, di trattorie operaie e posti di ristoro per i barcaioli che trasportano sulle chiatte sabbia, ghiaia, prodotti agricoli. La Darsena è uno specchio d’acqua che assomiglia a un porto, una promessa di mare che abbraccia storie di malavita e contrabbando, di viaggiatori e mercanti.

«Siamo liberi dal fascismo. Liberi!».

Passato e presente si fondono nello sguardo di questo ragazzo in posa che ha trascorso l’infanzia tra le vie d’acqua dei Navigli, coltivando il desiderio di fuga, le speranze e l’avversione naturale alle prepotenze di chi comanda.
La sua famiglia, di umili origini, non lo ha certo formato all’alfabeto dell’obbedienza remissiva. La madre, Rosa Malacarne, aveva 18 anni quando lui è nato. Il padre, Alfredo, è stato arruolato nell’esercito durante la Prima Guerra Mondiale. Testimone dell’atroce assurdità del macello in trincea, è scappato dal fronte. È stato catturato e inviato di nuovo in prima linea, dove è rimasto gravemente ferito da una granata. È un invalido di guerra, un tempo ferroviere, che vive di lavori saltuari. Di simpatie socialiste, è stato perseguitato dai fascisti con pestaggi e olio di ricino. Una vita travagliata, come turbolenta è stata quella affettiva. È già stato sposato. La legge, e forse anche la scaramanzia, gli hanno impedito di suggellare il suo amore per Rosa con un nuovo matrimonio. Insieme hanno avuto due figli, Pino e Liliana, la secondogenita. Una famiglia non benestante, dignitosa però nel coniugare affetto e responsabilità.

Dell’infanzia di Pino Pinelli sappiamo poco, se non che ha iniziato a lavorare a dieci anni come garzone, prima di fare il magazziniere. Lavori di fatica, ma anche occasione di incontri destinati a fare breccia nella curiosità del bambino diventato ragazzo. Il più importante è stato quello con un fruttivendolo, Rossini era il suo cognome, un anarchico dalla stazza imponente come la voce, l’uomo che lo ha iniziato al pensiero libertario, parlandogli di Bakunin, Kropotkin, Malatesta, Pietro Gori come fossero persone ancora in vita, compagni cui confidare i propri momenti di scoramento e con i quali condividere le prime battaglie di libertà.
I bombardamenti e le ristrettezze della guerra hanno fatto da sottofondo all’età solitamente associata alla spensieratezza. Pino è sfollato insieme alla famiglia in un piccolo comune a sud della città, Lacchiarella, una zona di campagna meno battuta dagli aerei. Un luogo distante pochi chilometri, eppure troppo lontano dagli eventi che contavano in quei giorni. Il ragazzo deve aver vissuto la sua condizione come un ripiego, una rinuncia, e un giorno ha deciso di scappare di casa per tornare indietro. Più che la pulsione di un adolescente irrequieto, ha potuto il richiamo della libertà, il desiderio di incidere sul risveglio di Milano, che aveva tenuto a battesimo le camicie nere fasciste in piazza San Sepolcro.
Si è unito alla brigata Franco, considerata vicina agli anarchici, ed è diventato una staffetta partigiana, consolidando il suo rapporto con la città. Ha consegnato informazioni, biglietti, dispacci nascosti nei suoi abiti consunti, un ragazzino che non dava troppo nell’occhio nei giorni della penuria. Nella foto di gruppo scattata in un giorno di primavera che sarà ricordato come la festa della Liberazione, il giovane Pino Pinelli respira le sue prime boccate di libertà e si guarda intorno come mosso da un senso di gratitudine. Milano lo ha protetto con le sue strade strette e secondarie, buie; è stata una sfida al coprifuoco, azione che ha preso corpo tra luoghi familiari diventati macerie. È stata una corrente di antifascismo che lo ha portato a questo momento.
Un periodo frammentario, difficile da ricostruire, quello dei primi anni di Pinelli, eppure fondamentale per il giovane, che non dimenticherà. Gli anni dell’immediato dopoguerra lo riporteranno alle fatiche del lavoro, alla passione per la boxe, alle gite campestri e alle domeniche sulle sponde del Lambro o dell’Adda, alle prime ragazze, ai calici di vino, ai libri e ai sogni di anarchia. Se la sua formazione scolastica si è fermata alla quinta elementare, lui non smetterà mai di studiare, colmando i vuoti con l’accanita passione per la lettura e gli incontri con uomini di pensiero e azione, senza steccati ideologici, imparando ad ascoltare. Uno dei luoghi più amati e frequentati resterà il circolo socialista Torchietto, sul Naviglio Pavese.

Oltre la fotografia del 25 aprile, nel futuro e negli occhi dello sguardo giovanile, c’è il viaggio di un uomo che ha già deciso di forzare le gabbie della classificazione, la rigida separazione tra capacità manuali e intellettuali, tra pratica e umanesimo. Un uomo calato nella sua realtà, eppure capace di sognare. Un sognatore attivo.

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