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Legge “chi rompe paga”: la Francia, paese dei diritti umani, sta scivolando verso l’autoritarismo?

Redazione_Mim

Mondo

In risposta alle manifestazioni studentesche che scuotono la Francia da settembre, questa settimana il Senato ha approvato il disegno di legge “chi rompe paga” presentato dal governo.

Presentato dal Primo Ministro e dal Ministro dell’Interno, il testo prevede una sanzione pecuniaria che può arrivare fino a 10.000 € per chiunque partecipi a un assembramento con l’intento di commettere atti vandalici o rimanga in un assembramento suscettibile di turbare l’ordine pubblico. L’obiettivo dichiarato è quello di dissuadere i manifestanti, a priori pacifici, dall’avvicinarsi alle zone di tensione o dal partecipare, anche indirettamente, agli atti di vandalismo.
La legge va oltre: autorizza il prelievo delle somme dovute dalle prestazioni sociali (assegni familiari, sussidi per l’alloggio, RSA, integrazione familiare, indennità per l’inizio dell’anno scolastico, premio di attività).

Una legge che minaccia i diritti fondamentali

Questo testo limita diverse libertà tutelate dalla Costituzione francese, a cominciare da una delle più care ai cittadini: la libertà di manifestare. Presentata come una misura dissuasiva, la legge rientra in realtà più nell’ambito della repressione. Agirebbe come uno spauracchio per tutti i manifestanti, pacifici o meno. Il solo timore di essere scambiati per un «teppista» o di finire in tribunale per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato scoraggerà naturalmente molti cittadini a scendere in piazza per far sentire la propria voce.

Questa responsabilità collettiva si scontra con un secondo principio fondamentale: la presunzione di innocenza. Questo pilastro del nostro sistema giudiziario impone di trattare ogni persona indagata o perseguita come innocente finché la sua colpevolezza non sia stata accertata. Eppure il testo mette nello stesso calderone chi commette atti vandalici e chi si trova semplicemente lì, senza prendere parte ad alcun atto di vandalismo.

I primi segnali di questa logica erano già visibili nel fine settimana del 17 ottobre, che ha visto manifestare oltre 800.000 persone. In due giorni, più di 2.700 persone sono state fermate. Nei giorni successivi, quasi 300 sono state incarcerate, con pene che vanno da pochi mesi a oltre un anno in alcuni casi, giudicate eccessive e sproporzionate rispetto ai fatti contestati.

Questa fretta nel pronunciare le condanne riflette la volontà di punire chiunque si trovasse nei pressi delle zone di tensione. Se messa in relazione con i dibattiti svoltisi al Senato questa settimana, questa accelerazione delle condanne rivela una dinamica repressiva che si sta intensificando da diverse settimane.

Come verrà applicata la legge?

Per spingere ulteriormente questa logica, il governo prevede il ricorso a «droni giudiziari». Finora riservati all’osservazione aerea dei disordini durante le manifestazioni e a situazioni di ben diversa gravità (catastrofi naturali, prese di ostaggi), questi strumenti di sorveglianza potranno d’ora in poi essere utilizzati per identificare le persone presenti nei raduni. Il loro impiego rimane soggetto all’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, ma l’idea di utilizzare i droni contro i manifestanti, con l’obiettivo di perseguirli, illustra la banalizzazione di misure sempre più radicali.

Anche lo spazio digitale sarà sottoposto a un controllo molto più rigoroso. Poiché i social network sono percepiti come terreno fertile per molte delle attuali mobilitazioni, il governo impone alle grandi piattaforme di sorvegliare i contenuti pubblicati. TikTok, X e Meta (Instagram, Facebook) dovranno rimuovere entro 24 ore i contenuti che ledono l’ordine pubblico e, entro un’ora, quelli che incitano all’insurrezione o ad attentati, pena l’inaccessibilità della piattaforma.

La doppia pena per i più precari

Se la legge “chi rompe paga” è di per sé ingiusta, nel modo in cui attribuisce responsabilità e condanna persone innocenti, lo è ancora di più per le persone in situazione di precarietà, che potrebbero ritrovarsi private delle prestazioni sociali da cui dipendono. Una famiglia beneficiaria di assegni familiari potrebbe trovarsi in pericolo a seguito della condanna di uno dei suoi membri, poiché tali aiuti costituiscono spesso la maggior parte delle sue risorse: prelevarli equivale a far pagare all’intera famiglia, bambini compresi, per un errore che non hanno commesso. Anche gli studenti, che costituiscono il cuore della mobilitazione, sono a rischio, poiché una multa prelevata dai loro sussidi per l’alloggio o dalla loro borsa di studio può costringerli a rinunciare alla propria sistemazione, o addirittura agli studi. A parità di reato, la sanzione non ha quindi lo stesso peso per una famiglia benestante, per la quale 10.000 € rimangono un inconveniente, e per una famiglia modesta, per la quale può significare la perdita della propria abitazione. Si tratta di una violazione frontale del principio di uguaglianza davanti alla legge e di un modo per riservare il diritto di manifestare a coloro che possono permettersi di assumersene il rischio.

Anche in questo caso, un altro precetto della repubblica dei diritti umani crolla di fronte all’ascesa della repressione e del totalitarismo in Francia. Mentre le mobilitazioni proseguono in Francia e l’«atto III» è previsto per sabato 31 ottobre (ieri – ndr) , sarà interessante osservare in che misura la progressiva entrata in vigore della legge “chi rompe paga” – che per il momento non è ancora entrata in vigore – finirà per turbare o meno la rivolta popolare francese di questa fine del 2026.

di Thomas Paquiry, giornalista indipendente

* foto di Xavier B

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