«Insorgiamo». La protesta della Gkn invade Firenze

Doveva piovere e non è piovuto. Ma almeno 25mila gocce sono cadute ugualmente, sotto il sole settembrino, sulle strade di Firenze. E se ogni tempesta, come ricordava Lorenzo ‘Tekoser’ Orsetti, nasce da una singola goccia, per la resistenza operaia delle tute blu Gkn c’è ancora speranza. Nonostante la chiusura totale da parte della multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose, che ha avviato la liquidazione della fabbrica di Campi Bisenzio. Nonostante il silenzio del governo Draghi su questa e tante altre chiusure di stabilimenti industriali. Nonostante l’abulia della politica «ufficiale», incapace di dar corpo a leggi che contrastino il dumping del lavoro (e delle regole fiscali, solo per fare un altro esempio) all’interno dell’Ue. Ma, come evidenziato sulla t-shirt di uno dei manifestanti che hanno pacificamente invaso la città, «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

Il corteo autorganizzato dalla Rsu e dal Collettivo di fabbrica è diventato strada facendo sempre più imponente, tanto che ci sono voluti tre quarti d’ora per vederlo sfilare fra piazza Indipendenza e piazza San Marco. In testa le bandiere partigiane della Brigata Sinigaglia e dell’Anpi Oltrarno e di Campi Bisenzio, protagoniste della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944. Come a cementare il legame fra chi contribuì alla riconquista della democrazia, e chi sta lottando per vederne confermati i cardini costituzionali.

Subito dietro l’ormai celebre striscione «Insorgiamo». E poi un fiume di donne e uomini di ogni età. Con una larga prevalenza di giovani; poi di lavoratori delle altre fabbriche che rischiano la chiusura; delle formazioni politiche della variegata, frantumata, litigiosa eppure ancora vitale sinistra del paese; di un sindacato confederale presente con la Cgil e la Uil, e di un sindacato di base anch’esso sparso in tanti rivoli ma compattamente in corteo, dai Cobas all’Usb, dalla Cub all’Sgb.

«Sono qui perché bisogna ripartire dal lavoro e dai lavoratori – spiega Milena che si è fatta 200 chilometri di strada per venire a Firenze – il lavoro è la questione fondamentale oggi in Italia». Il marito Gianluca, che sta vivendo sulla sua pelle con la chiusura della Sol il dramma senza fine delle Acciaierie di Piombino, puntualizza: «La solidarietà generalizzata, quella del ‘toccano uno toccano tutti’, è l’unica arma che abbiamo. Quando manca questo legame fra la città e i lavoratori, allora perdiamo».

«Fino a che ce ne sarà», canta il corteo circumnavigando la Fortezza da Basso, mentre il servizio d’ordine degli stessi operai Gkn cerca di evitare la tracimazione dei manifestanti fuori dal percorso stabilito, tanto è massiccia la partecipazione. L’organizzazione è comunque impeccabile, anche grazie agli sforzi congiunti dell’amministrazione comunale, delle stesse forze dell’ordine e delle forze sindacali, Fiom Cgil di Firenze in testa.

Sotto gli occhi di Francesca Re David passano i primi striscioni delle Rsu Fiom, in testa – non per caso – l’Embraco di Torino e la Whirlpool di Napoli. «Lottiamo da quattro anni – ricorda Ugo Bolognesi della Embraco – la multinazionale giapponese che ci ha comprato e chiuso ci ha anche boicottato un progetto alternativo per continuare a lavorare. Un progetto poi affossato dal ministro Giorgetti, dopo patti firmati con gli enti locali e la stessa prefettura. Ecco perché siamo qui». Come Raffaele Romano e le altre tute blu della Whirlpool di Napoli: «Siamo nella stessa situazione dei compagni della Gkn – aggiunge – e quando il lavoro diventa un privilegio e non un diritto, vuol dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo paese».

Fra i cento striscioni Fiom delle fabbriche (bergamasche e bresciane in evidenza, e la Sammontana di Empoli e la Nuovo Pignone a far gli onori da casa), spicca quello della «Rimaflow, fabbrica recuperata». E a ritmare «Siamo tutti Gkn» ci sono anche quelli di Alitalia: «Siamo qui perché Firenze è una bella città, da vedere», spiega con ironia Eleonora, mentre al suo fianco Daniele è sicuro: «Solo unendo le lotte possiamo sperare di cambiare situazioni kafkiane come quella alla Gkn, e ora anche la nostra».

I drappi rossi  con scritto «Insorgiamo» sono ovunque, anche alle finestre delle case. Anita, sei anni, lo mostra orgogliosa mentre passa il corteo: «E’ voluta venire lei qui – raccontano i genitori Chiara e Filippo – dopo aver visto nei giorni scorsi i ragazzi che volantinavano per la manifestazione. E’ la sua prima volta, ed è un battesimo splendido».

I fiati sprecati contrappuntano il passaggio degli insorgenti, e le magliette del Collettivo di fabbrica vengono acquistate e subito indossate da migliaia di persone. Un clima di festa, interrotto solo dal minuto di silenzio per ricordare l’ultimo caduto sul lavoro, Giuseppe Siino. Sorridono soddisfatti Nicola Fratoianni e Alessia Petraglia nello spezzone di Sinistra italiana. Mentre poco avanti, dopo la Federazione anarchica italiana, il blocco di Rifondazione comunista ha in Maurizio Acerbo un instancabile protagonista. La freschezza della Rete degli studenti medi e dei collettivi universitari è la stessa dei giovani attivisti di Potere al popolo, e gli «Studenti per Gkn» esibiscono un «Dalle fabbriche alla scuole, la Martinella suona», che fa ulteriormente capire la compattezza dietro la resistenza operaia. «O ci si unisce ora o non ci si unisce più», tira le somme Pietro.

di Riccardo Chiari

da il Manifesto del 19 settembre 2021

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