Un primo maggio diverso, ma allo stesso tempo simile agli altri

Il primo maggio 2020 rimarrà sicuramente nella storia, la prima festa dei lavoratori e delle lavoratrici senza manifestazioni di piazza da 75 anni non potrà passare inosservata. Riportiamo “Un primo maggio diverso, ma allo stesso tempo simile agli altri”, una riflessione della Camera del non lavoro e L.U.Me .

Un primo maggio diverso, ma allo stesso tempo simile agli altri.

Diverso perché ci troviamo a celebrarlo occupando lo spazio pubblico in un modo inusuale – ci piace immaginare i volontari della brigata come corpi schierati sulle fila di un corteo; simile perché le condizioni del mercato del lavoro mondiale, europeo e italiano, fino allo specifico contesto milanese, ci sembrano mutate di poco, e comunque in peggio.
Il COVID19 ha messo a nudo le contraddizioni della società odierna: 40 anni di liberalizzazioni e smantellamento dello stato sociale hanno drasticamente aumentato le diseguaglianze, non solo in termini di salari, ma anche in termini di accesso a diritti fondamentali quali l’istruzione o la salute. Un welfare indebolito da politiche predatorie non ha retto l’urto della tragedia che vivono milioni di lavoratori e lavoratrici in difficoltà.
Lo Stato non riesce infatti ad erogare le prestazioni sociali necessarie, la cassa integrazione non si è ancora vista, i bonus Inps per alcuni lavoratori nemmeno. Anche laddove i contributi fossero stati erogati, essi sarebbero comunque insufficienti, sia da un punto di vista qualitativo, perché 600 euro o casse integrazione calcolate su buste paga farlocche non sono una cifra degna, sia da un punto di vista quantitativo perché le tipologie di contratti esistenti superano il numero di quelli coperti da prestazioni previdenziali.

Il vaso di Pandora è quindi stato scoperchiato, il sottobosco di lavoro nero, grigio e sprovvisto di tutele reali è ora chiaramente visibile. E in maniera ancora più evidente lo è a Milano, città modello di buona amministrazione dove, nella narrazione dominante, c’è lavoro e possibilità per tutt.
La realtà oggi invece ci dice il contrario: la patina di benessere che la riveste e che riproietta la sua immagine nel mondo si è sfilacciata e i conflitti stanno emergendo in superficie. La mappa del lavoro precario è quanto mai composita: un esercito di colf e lavoratori domestici pagati in nero, addirittura lasciati nelle residenze lussuose dai datori di lavoro che hanno trascorso la quarantena nella casa in montagna a Cortina, lavoratori della ristorazione che vivevano di contratti grigi con buste paga irrisorie o contratti a chiamata che si rinnovano di 6 mesi in 6 mesi come fossero indeterminati, lavoratori dello spettacolo che non sono contemplati nelle misure di sovvenzione statale, partite iva che in realtà guadagnano poco e alle quali lo Stato si ricorda solo di chiedere le tasse, precari della scuola in attesa di stabilizzazione.
Dentro questa mappa c’è un altro percorso che non dobbiamo smettere di seguire, quello dell’espulsione. Una condizione che riguarda tutt coloro che non possiedono titolo legale per reclamare i diritti spettanti. Il precariato non è infatti solo un morbo che affligge i lavoratori, è una condizione esistenziale di incertezza che riguarda migranti, lavoratori e lavoratrici di ogni tipo, disoccupati.

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Come possiamo arrivare oggi laddove non è riuscito questo sistema di welfare impoverito?
Oggi, la risposta più immediata a cui l’emergenza sociale ci ha riportato è il mutuo soccorso, prima storica forma sindacale. L’esperienza delle brigate e la sua composizione sociale ci ricorda che l’unica risposta alla sottomissione delle politiche pubbliche a logiche speculative e di mercato, sta nei lavoratori e negli studenti che si organizzano tra e per essi.
Una concezione politica del “comune“, l’unica attraverso cui la presa in cura della classe produttiva e riproduttiva sarà compito di quella stessa classe.

A questa pratica leghiamo la madre delle rivendicazioni: un reddito che non sia mera misura emergenziale, ma universale di base e incondizionato, qualitativamente sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa, finanziato da imposte patrimoniali sui grandi signori della ricchezza. Solo con questo strumento crediamo sia possibile ricomporre un’ampia unità della classe lavoratrice produttiva e riproduttiva. Solo così è possibile superare l’atomizzazione di una classe prostrata e divisa dalle varie forme di instabilità contrattuale. Solo in questo modo è possibile scardinare quel sistema di offerte al ribasso sul mercato del lavoro e quelle logiche competitive che lo permeano. I precari della scuola potrebbero, ad esempio, rifiutare come scelta politica di sottomettersi a un concorso (unica risposta ricevuta alla richiesta di stabilizzazione) come scelta e rivendicazione di categoria, senza avere il giogo del salario che grava su questa decisione.
Di più: solo grazie al reddito enormi potenzialità nascoste dall’obbligo di lavorare emergerebbero e condizioni di dipendenza economica, abitativa, patriarcale verrebbero scongiurate.

Abbiamo allora bisogno di creare una grande casa che ricompatti i lavoratori e indirizzi le loro vertenze in rivendicazioni chiare unitarie, in un’ottica di intersezionalità delle lotte sul lavoro. Le parole di queste rivendicazioni per ora sono reddito, stabilità e sicurezza esistenziale dove vige l’incertezza e la precarietà.
La marginalità sociale e la difficoltà del lavoro è esplosa oggi persino sotto gli occhi del padronato: ma se da un lato c’è Confindustria che spinge per la riapertura delle fabbriche perché il profitto conta di più della salute o Cairo che si vanta delle sue speculazioni aziendali, dall’altro probabilmente dovremo avere a che fare con una certa filantropia neoliberale che cercherà di pulirsi la faccia in nome della pace sociale e di una società liberata dai conflitti.
Non è più tollerabile un mondo che socializza le perdite e concentra i profitti; oggi scontano in particolar modo questa dura realtà gli operatori e le operatrici sanitarie. Anche a loro va il nostro pensiero e un saluto di lotta in questa giornata.

Non possiamo lasciare che nessuna di queste due prospettive oscuri il lavoro che tutta la Camera del Non lavoro sta svolgendo: le brigate di solidarietà e lo sportello sul lavoro, il Coordinamento Precari della Scuola Autoconvocati con cui condividiamo terreni di lotta e infine quel patto di sindacalismo sociale descritto in queste righe e stretto con ADL Cobas – Lombardia.
Lotteremo nelle scuole, nelle università, sui posti di lavoro, in fabbrica, ovunque sarà necessario. Continueremo a immaginare un futuro diverso e a lottare per migliorare l’esistente, in attesa che giunga una meta che non possiamo considerare utopica, in attesa della liberazione dal lavoro salariato.

Camera del Non Lavoro
LUME – Laboratorio Universitario Metropolitano

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