[DallaRete] GAZA. La ricostruzione della gente comune

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Mentre le agenzie dell’Onu restano ferme al palo, una Ong italiana,  Acs, con un finanziamento della Chiesa Valdese ha già rimosso nell’area di Bani Suheila una dozzina di edifici distrutti un anno fa dai bombardamenti israeliani e preparato il terreno per le nuove costruzioni.

Al Zannah (Gaza), 5 giugno 2015, Nena News – Un pol­ve­rone avvolge al Zan­nah. E in que­sta nuvola si muo­vono senza sosta le ruspe che ammas­sano mace­rie e poi le spac­cano in pezzi più pic­coli. Alcuni ope­rai armati di seghe elet­tri­che tagliano ferro e acciaio, sepa­ran­dolo dal cemento. Il fra­stuono è assor­dante ma intorno, dalle fine­stre delle abi­ta­zioni ancora in piedi, qual­che bam­bino osserva incu­rio­sito i movi­menti dei mezzi pesanti.

Poco lon­tano, a Bani Suheila, ci sono i resti dell’edificio in cui tro­va­rono la morte 22 civili – tra i quali anche bam­bini — uccisi sul colpo da una bomba israe­liana ad alto poten­ziale. Pochi, prima dell’offensiva “Mar­gine pro­tet­tivo” della scorsa estate, cono­sce­vano al Zan­nah, un sob­borgo della cit­ta­dina di Bani Suheila. Ora figura sulla mappa delle distru­zioni subite da Gaza tra luglio e ago­sto, come una delle loca­lità più col­pite, assieme a Beit Hanoun, Sha­jayea, Rafah e la vicina Khu­zaa. Qui l’acqua viene ancora distri­buita in gran parte con le auto­ci­sterne per­chè non si è potuta ripa­rare com­ple­ta­mente la rete idrica dan­neg­giata dai bom­bar­da­menti e dal pas­sag­gio dei mezzi corazzati.

Mace­rie su mace­rie, per chi­lo­me­tri e chi­lo­me­tri. La zona orien­tale della Stri­scia era e resta un pae­sag­gio lunare, spez­zato di tanto in tanto dalla appa­ri­zione di pic­cole casette di legno donate da una asso­cia­zione cri­stiana ad alcune decine di fami­glie rima­ste senza casa. Si sogna la rico­stru­zione ma è tutto fermo. Anche l’Undp (Onu) fatica a far par­tire i suoi pro­getti e allora sono le muni­ci­pa­lità e le stesse fami­glie senza più un tetto che si danno da fare. Chi ha deciso di non aspet­tare più è il sin­daco di Bani Suheila, Samer Abu Lebda. Ci riceve nel suo uffi­cio assieme ai tec­nici del comune e ai rap­pre­sen­tanti dell’ong ita­liana Acs (Asso­cia­zione di Coo­pe­ra­zione e Soli­da­rietà) che all’inizio di mag­gio ha avviato, gra­zie ad un finan­zia­mento della Chiesa Val­dese, un pro­getto per la rimo­zione delle mace­rie e l’avvio della rico­stru­zione a Bani Suheila, Al Zan­nah e Abas­san al Jadida.

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«Il pro­getto è ini­ziato sul campo con la rapida appro­va­zione della Chiesa Val­dese che ha stan­ziato 40.260 euro da uti­liz­zare per la rimo­zione e il rici­clo delle mace­rie – ci dice Meri Cal­velli, la coor­di­na­trice del pro­getto — Ave­vamo già a Gaza la mac­china trita sassi Apollo, messa a dispo­si­zione dal Con­sor­zio (ita­liano) Trash-Mideuro che rin­gra­ziamo per l’aiuto e la gene­ro­sità. Sino ad oggi abbiamo rimosso una doz­zina di palazzi di alcuni piani, per un totale di oltre 30 appar­ta­menti». Per i pale­sti­nesi di Gaza, pro­se­gue Cal­velli, «è impor­tante non avere più davanti agli occhi le mace­rie di tante abi­ta­zioni distrutte. È anche una spe­ranza di avvio della rico­stru­zione. Senza dimen­ti­care che rimuo­vere le mace­rie signi­fica anche dare lavoro a tante fami­glie».

Gli inerti, spiega Cal­velli, ven­gono messi nella mac­china Apollo e tra­sfor­mati in un “tri­tu­rato” riu­ti­liz­za­bile per i fondi stra­dali, per pre­pa­rare mat­toni, lastre e tegole. Ogni giorno l’enorme mac­china dall’Italia pro­duce 1500 ton­nel­late di “tri­tu­rato” che sono poi spo­state, su indi­ca­zioni delle auto­rità locali, verso le aree di riu­ti­lizzo imme­diato, come il rifa­ci­mento delle strade agri­cole. “Mar­gine Pro­tet­tivo” oltre ad aver distrutto o dan­neg­giato decine di migliaia di case e ucciso oltre 2.200 pale­sti­nesi, ha anche cam­biato la fac­cia del ter­ri­to­rio orien­tale di Gaza.

Le strade agri­cole in molte aree sono scom­parse e i con­ta­dini non rie­scono a rag­giun­gere i campi quando pro­vano ad avvi­ci­narsi al con­fine dove Israele impone da anni una “no go zone”. Cal­velli non nasconde la sua ama­rezza per la deci­sione di non finan­ziare il pro­getto che, rife­ri­sce, avrebbe preso la coo­pe­ra­zione gover­na­tiva ita­liana con la Pale­stina. «Ha pre­valso a mio avviso il timore che venis­sero coin­volte le muni­ci­pa­lità con ammi­ni­stra­tori di Hamas, ma qui si parla solo di rimo­zione delle mace­rie e que­ste deci­sioni fini­scono per ritor­cersi sulla popo­la­zione civile palestinese».

Il pro­getto dell’Acs e della Chiesa Val­dese rap­pre­senta solo una goc­cia nel mare del biso­gno di Gaza. «Sol­tanto qui a Bani Suheila sono state distrutte più di mille abi­ta­zioni — spiega Sami Abu Omar, che col­la­bora con l’ong ita­liana — un numero ele­vato ma che rap­pre­senta una fra­zione delle deva­sta­zioni subite dalla nostra terra. Le agen­zie inter­na­zio­nali dicono che occor­re­ranno tre anni solo per rimuo­vere le case distrutte e un forte impe­gno finan­zia­rio inter­na­zio­nale per rico­struire. Impe­gno che sino ad oggi abbiamo visto solo in pic­cola parte».

Le restri­zioni all’ingresso dei mate­riali per edi­li­zia impo­ste da Israele – lie­ve­mente allen­tate negli ultimi tempi –, con la moti­va­zione che potreb­bero essere uti­liz­zati dall’ala mili­tare di Hamas per costruire gal­le­rie sot­ter­ra­nee, si aggiun­gono infatti ai finan­zia­menti mai arri­vati per miliardi di dol­lari, pro­messi lo scorso otto­bre alla con­fe­renza in Egitto dei Paesi dona­tori. La Banca Mon­diale, qual­che giorno fa, oltre ad asse­gnare a Gaza il tri­ste pri­mato della disoc­cu­pa­zione, ha sve­lato che le petro­mo­nar­chie del Golfo hanno ver­sato ai pale­sti­nesi sono una per­cen­tuale minima dei circa due miliardi di dol­lari assi­cu­rati in autunno. L’Arabia sau­dita, impe­gnata nella sua guerra distrut­tiva in Yemen, ha reso dispo­ni­bili sol­tanto 48,5 dei 500 milioni di dol­lari pro­messi. Dei 200 milioni del Kuwait non si sa nulla men­tre le ric­che Dubai e Abu Dhabi hanno fatto arri­vare nelle casse dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese (inca­ri­cata di rice­vere i fondi e di desti­narli a Gaza) appena un milione su 200.

Il lea­der isla­mi­sta turco Erdo­gan, che pure si pro­clama cam­pione della causa di Gaza sotto asse­dio israe­liano, sino ad oggi ha ver­sato appena 500 mila dol­lari dei 200 milioni pro­messi. Alcuni Paesi occi­den­tali si sono dimo­strati un po’ più pun­tuali dei “fra­telli” arabi. I bri­tan­nici hanno ver­sato l’80% dei 32 milioni pro­messi e gli sta­tu­ni­tensi 84 dei 277 milioni di dol­lari garan­titi alla con­fe­renza dei dona­tori. Spa­gna e Ita­lia hanno con­se­gnato solo il 15% e il 14% rispet­ti­va­mente dei fondi assi­cu­rati. La Gre­cia, al con­tra­rio, nono­stante le sue enormi dif­fi­coltà finan­zia­rie, ha già ver­sato il 50% del suo impe­gno di 1,2 milioni di dollari.

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Sulla rico­stru­zione punta con deci­sione Hamas, per recu­pe­rare il con­senso per­duto per il man­cato rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi pro­cla­mati a gran voce dai suoi diri­genti nei 50 giorni del con­flitto con Israele, a comin­ciare dalla fine del blocco israe­liano. Ma anche per la recente impo­si­zione di nuove tasse che la gente ritiene fina­liz­zate a soste­nere le strut­ture di sicu­rezza del movi­mento isla­mico al potere a Gaza dal 2007. Rico­stru­zione e posti di lavoro per­ciò sono gli obiet­tivi di Hamas in que­sta fase e il Qatar è schie­rato dalla sua parte, pronto a donare un miliardo di dol­lari. Doha che preme sul movi­mento isla­mico per tenere calma Gaza ed evi­tare nuovi con­flitti con Israele, senza avere rela­zioni uffi­ciali con lo Stato ebraico è riu­scita ugual­mente ad otte­nere il via libera di Tel Aviv all’ingresso a Gaza dei suoi mate­riali edili. Il governo Neta­nyahu usa il guanto di vel­luto con il Qatar, attra­verso il quale spera di rag­giun­gere le altre monar­chie del Golfo che, afferma, hanno molti inte­ressi in comune con Israele, a comin­ciare dal “con­te­ni­mento” dell’Iran.

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